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Conclave, ecco la vera “Agenda Ratzinger” per il Papa che verrà

marzo 11, 2013 Ubaldo Casotto

Fra i vari toto-papa si rischia di perdere quel che accade sulla scena. Banche? Riforme? Trasparenza? Macché, Benedetto XVI ha già individuato il problema: la fede

Europeo? Asiatico? Africano? Sudamericano? Curiale? Pastorale? Giovane? Ultraottantenne (è stata lanciata anche questa)? A ognuna di queste qualificazioni nel totopapa vengono associati uno o più nomi, in alcuni casi ci si sbilancia anche su un ticket di governo della Chiesa: papa sudamericano segretario di Stato italiano.

Indubbiamente chi scrive ha le sue (più o meno interessate, più o meno veritiere) fonti, rigorosamente anonime. Il pre-conclave vive di retroscena. Ma succede qualcosa anche sulla scena. A cercare sempre qualcosa “dietro” si rischia di perdersi ciò che sta davanti a tutti, e sul quale è forse più utile fissare lo sguardo. Un pontificato parte inevitabilmente dal problema evidenziato dal pontificato precedente. Certo, c’è un problema di governance nella Chiesa – come si usa dire – e quindi di riforma della Curia vaticana, il fatto è innegabile. I soliti bene informati dicono che privatamente Benedetto XVI abbia confessato questo suo cruccio: non sono riuscito a riformare la Curia. Ma non era questo il compito che si era prefisso. E poi una riforma non è fine a se stessa, neanche basta a giustificarla il buon funzionamento di una macchina amministrativa.

Nella sua ultima udienza Benedetto XVI ha detto una frase significativa del suo approccio al problema: «Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo». Concetto che ha ribadito congedandosi e citando Romano Guardini: la Chiesa «non è un’istituzione escogitata e costruita a tavolino (…), ma una realtà vivente(…). Essa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi».

Una parola usata più volte da Benedetto XVI durante il suo pontificato suggerisce una direzione e un criterio di una riforma che non potrà limitarsi agli uffici vaticani ma che dovrà necessariamente coinvolgere gli episcopati e soprattutto i luoghi di formazione del clero, seminari diocesani e congregazioni religiose. La parola è “purificazione”. Il pensiero corre immediatamente allo scandalo della pedofilia, alle sempre sospettate casse dello Ior e ai misteriosi contenuti del dossier Vatileaks consegnato dai tre cardinali ispettori a Benedetto XVI. Ma anche queste gravi situazioni (quelle dimostrate e quelle supposte) non sono il cuore del problema individuato da Benedetto XVI come “il” problema della Chiesa oggi e del suo immediato futuro, sono solo conseguenze, dolorose quanto moralmente clamorose, ma conseguenze.

Molti ecclesiastici e non, soprattutto nel campo cosiddetto conservatore, sullo scandalo dei preti pedofili hanno denunciato una debolezza strategica del pontificato, che avrebbe ritirato la Chiesa in una posizione di difesa e non di attacco al mondo che la assedia. Benedetto XVI ha mostrato di essere ben cosciente di questo attacco portato da una «cultura in cui non conta la verità» il cui «moralismo è, in realtà, una maschera per confondere, creare confusione e distruzione», ma non ha cercato alibi. Questa guerra è la stessa degli inizi del cristianesimo. Il problema non è il mondo, ma la coscienza che la Chiesa ha di sé stessa («Essa è nel mondo, ma non è del mondo» ha ricordato ai cardinali). Nel libro-intervista con Peter Seewald Benedetto XVI, alla domanda sulla pretestuosità degli attacchi dei media e di alcuni centri di potere, risponde non misconoscendo questo fattore, ma quasi presentandolo come l’occasione per un serio esame di coscienza della Chiesa.

Benedetto XVI sembra aver fatto suo il dilemma posto da Thomas S. Eliot nel secolo scorso: «È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?». Ora lascia in eredità al suo successore la lucidità con la quale ha indicato ai cristiani e al mondo il problema: la fede. La cosa sembra ovvia, se non banale. Ma tale non è. Dialogo, inculturazione, promozione umana, scelta preferenziale per i poveri, apertura, aggiornamento, profezia, impegno, condivisione, accoglienza, moralità della politica, onestà… anche legalità… sono state queste le parole d’ordine dell’ecclesialese degli ultimi decenni. Tutti valori di fronte ai quali la sudditanza nei confronti del relativismo dominante e l’inadeguatezza dei singoli e delle comunità sono emerse drammaticamente.

Benedetto XVI ha attraversato questa confusione richiamando la Chiesa a una purificazione della conoscenza da cui solo può prender senso ed energia quella morale: «Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?» ha detto a Lisbona l’11 maggio 2010. E ha ripetuto, convocando l’Anno della fede e sottolineando la voluta coincidenza con il cinquantesimo del Concilio Vaticano II: «Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone».

Benedetto XVI è stato accusato di eurocentrismo perché ha colto nella secolarizzazione il vero pericolo per la fede cattolica e nella riproposizione della fede come assenso libero razionale la via della nuova evangelizzazione e del dialogo con la cultura contemporanea. A Regensburg, parlando della «sintesi con l’ellenismo compiutasi nella Chiesa antica», disse che, «certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura».

La lezione dell’Est europeo
La secolarizzazione, in un mondo globale, non è solo la realtà del vecchio continente ma il rischio incombente sulle culture dei paesi emergenti dove pure il numero dei cattolici è in crescita e i seminari sono pieni come in Italia nel dopoguerra. Lo dicono cardinali che non hanno nessun preconcetto per un pontefice non europeo ma che non abbracciano la tesi dello spostamento geo-culturale dell’assemblea ecclesiale. Come dimostra la storia dei paesi dell’Est europeo dopo la caduta del muro, la semplice liberazione dal regime comunista non ha fatto di per sé rinascere una concezione religiosa della vita; esperienze di Chiesa che hanno resistito a settant’anni di ateismo di Stato sono ora di fronte alla prova di un laicismo suadente e libertario ma non meno ateo.

L’attacco al fenomeno religioso, soprattutto alla sua dimensione pubblica, ha varie facce: in Occidente passa attraverso la legislazione (vedi riforma sanitaria di Obama) e la giurisprudenza (vedi sentenze delle corti europee) che cerca di escluderlo dal dibattito pubblico in nome di una presunta neutralità dello Stato, in Africa è la tragica contabilità delle stragi nelle chiese cristiane, in Medio Oriente è l’emarginazione quotidiana e continua a cui si aggiungono episodi di persecuzione violenta che porta i cristiani all’emigrazione, in India avviene lo stesso ma per opera dell’induismo radicale, in Cina siamo ancora al goffo ma brutale tentativo dello Stato di costruirsi una Chiesa a sua immagine e somiglianza, in alcuni paesi del Sudamerica le tensioni Stato-Chiesa per la legislazione sui “nuovi diritti” non sono minori che in Europa. In generale viene contestata ai cristiani non tanto la libertà di coscienza, ma la libertà di associazione e di presenza pubblica, culturale e politica, in nome del loro essere cristiani. Se c’è un’emergenza di cui una fede matura deve avere piena cognizione, questa oggi ha un nome preciso: libertà religiosa.

L’appello di Scola
Lo denunciava senza mezzi termini il cardinale Angelo Scola nel suo discorso alla città di Milano per la festa di Sant’Ambrogio dello scorso dicembre. Lo stesso arcivescovo rispondeva alla necessità di una presenza viva della Chiesa nel mondo d’oggi, con queste parole, pronunciate in Duomo in occasione dell’ottavo anniversario della morte di don Luigi Giussani: «Chiediamoci: nella rapida trasformazione oggi in atto quali sono gli ambienti dell’umana esistenza in cui portare Cristo? Io credo che quelli delle stanche chiese di Europa e dei provati paesi in cui esse vivono siano ambienti decisivi degli uomini del terzo millennio. Mi permetto di dire che in essi i cristiani, assecondando il disegno di Dio, sono chiamati a testimoniare la logica dell’incarnazione. Dentro le situazioni vocazionali quotidiane quali la scuola, il lavoro, i quartieri, la società, l’economia, la politica, ma con largo respiro, documentate quindi la bellezza della fede. Alla crisi della fede europea, che secondo Benedetto XVI può condurre al “tedio dell’essere”, testimoniate, rischiando di persona, che il cristianesimo è l’“umanesimo veramente umano”. Questo compito già vi vede all’opera. Lo Spirito non mancherà, se necessario, di suggerire nuovi passi».

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