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Cina, arrestati 80 cristiani perché «pregavano in casa»

marzo 9, 2017 Leone Grotti

Aumenta la repressione nella regione dello Xinjiang, minacciata anche dall’Isis. Chen Xiangyan, arrestata e poi rilasciata: «Stavamo solo studiando la Bibbia»

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Più di 80 cristiani sono stati arrestati nella regione dello Xinjiang in Cina. I fedeli, appartenenti alla comunità protestante Fangcheng, sono stati trovati a pregare in chiese domestiche non ufficiali nei giorni precedenti e successivi al capodanno lunare soprattutto nella capitale regionale Urumqi. I cristiani sono stati accusati di avere intrapreso “attività religiose in siti non religiosi” e di essersi rifiutati di aderire alla chiesa patriottica protestante, il Movimento delle tre autonomie.

UIGURI PERSEGUITATI. Lo Xinjiang è la regione più turbolenta della Cina e una delle più militarizzate dal partito comunista. Qui l’etnia uigura, composta da nove milioni di persone turcofone in prevalenza musulmane, è da decenni perseguitata. Il partito ha imposto pensati restrizioni alla libertà religiosa dei musulmani, all’insegnamento della lingua e della cultura locale, alla libertà di associazione e di espressione. Il governo giustifica le misure repressive citando la necessità di prevenire rivolte come quella famosa del 2009 e impedire nuovi attentati terroristici nella regione. Per scoraggiare ogni insurrezione, il partito è tornato a inscenare esecuzioni di massa in pubblico e gigantesche parate militari per le vie di Urumqi.

MINACCE DALL’ISIS. A inizio marzo, alcuni estremisti uiguri che si sono uniti allo Stato islamico hanno diffuso un video, il primo di questo tipo, promettendo di «far scorrere sangue a fiumi» nel Xinjiang. È la prima volta che l’Isis minaccia la Cina. Così il governo, oltre a imporre nuove restrizioni ai musulmani, ha annunciato che anche la libertà religiosa dei cristiani sarà limitata e per ragioni di “anti-terrorismo” tutte le attività cristiane svolte al di fuori della chiesa patriottica saranno proibite.

«VIETATO PREGARE». Gli arresti però non hanno atteso gli annunci ufficiali. Tra gli oltre 80 cristiani arrestati, ci sono 10 fedeli di Wusu, imprigionati per 15 giorni e multati con l’equivalente di 145 dollari. La colpa è «essersi riuniti e aver pregato nel nome del cristianesimo». Gli altri sono stati detenuti per una ventina di giorni. A tutti è stato chiesto di aderire al Movimento delle tre autonomie. «Noi crediamo in Gesù fermamente. Ciò che è accaduto non è giusto», ha dichiarato a ChinaAid Chen Xiangyan, tra gli arrestati. «Non abbiamo fatto niente di male né causato problema alcuno. Non disturbiamo i nostri vicini. Stavamo solo studiando la Bibbia».

CROCI ABBATTUTE. I cristiani dello Xinjiang non sono gli unici a sperimentare nuove restrizioni alla libertà religiosa, laddove prima invece il partito comunista era solito chiudere un occhio. Nel Zhejiang all’inizio del 2014 è stata lanciata una campagna di demolizione e rimozione delle croci dalla sommità delle chiese. Alcune chiese sono anche state distrutte. Negli ultimi mesi la campagna sta rallentando ma in oltre due anni sono state abbattute oltre 2.000 croci e demolite decine di chiese. Nel frattempo, continuano i richiami sempre più insistenti della leadership comunista sulla necessità di «sinizzare le religioni», rendendole cioè funzionali alla (e al servizio della) dottrina comunista.

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