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Centrafrica. Ribelli assaltano missione cattolica: «Apocalisse di fuoco, l’Onu non ci ha difeso»

febbraio 8, 2017 Leone Grotti

Ribelli «armati fino ai denti» assaltano Bocaranga, uccidendo 18 persone. Intervista a padre Robert Wnuk, missionario in città: «Sono andato incontro ai ribelli, grazie a Dio sono vivo. Tutti hanno paura»

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Sono arrivati in una sessantina, «armati fino ai denti», capeggiati da un uomo in sella a un cavallo in bianco, kalashnikov tra le mani. Sono entrati nella città di Bocaranga, nel nord-ovest del Centrafrica, la zona più sicura del paese, intorno alle sei del mattino sparando all’impazzata. Hanno saccheggiato case e negozi, massacrato 18 persone e assaltato la missione cattolica. Padre Robert Wnuk, missionario polacco nel paese da 15 anni, è andato coraggiosamente incontro all’orda di ribelli: «Sparavano sul cancello, allora sono andato loro incontro», racconta il sacerdote a tempi.it. «Ovviamente avevo paura, mi minacciavano, ma a che cosa sarebbe servito rimanere in camera mia? Speravo volessero solo rubare: grazie a Dio è stato così».

«APOCALISSE DI FUOCO». La missione è stata alleggerita di soldi, computer e una moto. «L’Apocalisse di fuoco», come la chiama il missionario, è durata quattro ore. E in tutto questo tempo dalla caserma della Minusca presente sul territorio, la missione Onu di oltre 10 mila uomini incaricata di difendere il paese e disarmare i ribelli, non è uscito neanche un soldato. Qualcuno dice addirittura che abbiano aiutato i ribelli. «Sono arrivati quand’era tutto finito, dicendo alla gente che avrebbero garantito la nostra sicurezza. Ma nessuno si fida più di loro».

GUERRA SENZA FINE. I ribelli facevano parte del gruppo 3R, che solo nella zona di Bocaranga ha causato lo sfollamento di 30 mila persone. Si tratta di pastori musulmani Peul riuniti intorno a un uomo di nome Sidiki, un ex generale dei Seleka, la coalizione islamista che nel 2013 ha tentato un colpo di Stato e messo a ferro e fuoco il paese, innescando una spirale di vendette finita solo pochi mesi fa (leggi il reportage di Tempi dal Centrafrica). A detta degli abitanti di Bocaranga, «era gente esperta, sapevano come sparare». I tre quarti del paese sono tuttora in mano ai Seleka, soprattutto nella parte orientale del paese. Quella nord-occidentale era l’unica sicura, ma le cose stanno cambiando: il Centrafrica sembra sempre più instabile.

«PSICOSI GENERALE». L’attacco aveva un unico scopo: «Danneggiare l’economia della nostra città per rendere i poveri ancora più miseri», continua padre Robert. «Hanno distrutto oltre 30 negozi, bruciato due camion. La gente è fuggita e si è nascosta nella Savana. Dormono all’aperto, qualcuno ritorna, ma non passano qui la notte. Preferiscono stare nei boschi, si sentono più al sicuro. In città c’è una psicosi generale, la gente ha paura, la situazione è incerta e tutti si chiedono: cosa succederà adesso? Torneranno? Quando?».

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RESTANO SOLO I MISSIONARI. Lo Stato, come in tutto il resto del paese salvo nella capitale Bangui, non esiste: «Qui non c’è nessuna autorità, il sindaco scappa di notte e ogni tanto torna. Nessuno ci aiuta. Le donne partoriscono nel bosco, al freddo, senza assistenza. Ci sono i malati. La situazione è drammatica». Restano solo i missionari a condividere la sofferenza della popolazione, anche se durante le violenze cominciate nel 2013 la missione è stata assaltata dai ribelli islamisti, che hanno ucciso e rubato tutto.

LA CAMPANA A MEZZOGIORNO. «Noi non scappiamo», confida padre Robert. «Non perché siamo eroi o perché siamo coraggiosi. Noi abbiamo paura come tutti ma non siamo qui per la nostra vita o per ottenere qualcosa: abbiamo già dato la nostra vita a Gesù e stiamo vicini a questa gente per dare testimonianza. Loro lo sanno e vedere che ci siamo noi li incoraggia. Quando ogni giorno sentono che suoniamo la campana a mezzogiorno, si confortano sapendo che non sono soli».

Foto © Leone Grotti

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