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Castellammare lotta senza chiacchiere né distintivo

gennaio 20, 2012 Peppe Rinaldi

Viaggio nella roccaforte del potere bassoliniano ridotta a una Gomorra a volto scoperto. Qui un sindaco sceriffo ha interrotto il lungo dominio della sinistra e ora si batte in prima persona contro i clan. E contro l’antimafia dei cortei

Capita di arrivare a Castellammare di Stabia e di trovarsi nel pieno di un’operazione di bonifica del territorio dai rifiuti. Una bonifica sui generis, dal momento che la scenografia non è una delle solite discariche illegali sparse qua e là per la Campania. Le forze dell’ordine sono in pieno centro, all’ingresso della villa comunale, a pochi metri dalla sede municipale. Qualcuno ha voluto liberarsi di una grossa scaffalatura in legno, della vecchia carta da parati e di pezzi vari dell’arredamento, scaricando tutto a ridosso dei giardinetti pubblici. Adagiati lì accanto, tre grossi sacchi neri con avanzi di alimenti. Uno spettacolo difficile da digerire perfino per i campani. Solo che questa volta la musica sembra essere cambiata, perché sul posto ci sono il sindaco in persona, i vigili, i carabinieri e la polizia, che recintano l’area, la sequestrano e trasmettono tutto alla procura della Repubblica. Gli autori di tanto gratuito scempio vengono individuati in un batter d’occhio: si tratta di una rosticceria e di un negozio di abbigliamento colpito da un ordine di chiusura della Finanza, il cui titolare, approfittando dello stop forzato, ha deciso di rimodernare il locale. Resteranno tutti e due serrati ancora per un po’. Poi si vedrà. «Mi raccomando, prepariamo un provvedimento di chiusura delle attività che sia esemplare», dirà pochi minuti dopo il sindaco ai suoi uomini mentre accompagna Tempi verso il proprio ufficio.

I consiglieri degli abusivi

A Castellammare, una specie di Danzica del Mezzogiorno per via degli storici cantieri navali di Fincantieri, rialzare la testa significa anche occuparsi di queste cose, apparentemente piccole eppure fondamentali: se nell’anno 2011 qualcuno immagina ancora di poter scaricare immondizia nella villa comunale e passarla liscia, un motivo c’è. A quanto pare la città si era abituata a convivere – anche con una certa disinvoltura – con pezzi del sottobosco illegale, ai limiti del crimine più o meno organizzato: e Castellammare di camorra e camorre ne sa qualcosa, al di là e al di fuori della letteratura giornalistica militante. Fino a un paio di anni fa, per esempio, se qualcuno provava a fermare il mercimonio dei posti auto sulle aree demaniali, subito interveniva un consigliere comunale di maggioranza (Pd) presso il sindaco (Pd) per cercare di sistemare le cose. È l’episodio ricostruito in un’ampia informativa della prima sezione Criminalità organizzata della Polizia di Stato del giugno del 2009.
 

A giudicare da quel (poco) che si legge in giro, però, sembra che le cose abbiano preso una piega diversa da un paio d’anni. Da quando al vertice della città è salito Luigi Bobbio. Napoletano, sposato con una stabiese, pubblico ministero della Dda in aspettativa, ex senatore di An rimasto «rigorosamente berlusconiano nonostante il mio vecchio rapporto d’amicizia con Gianfranco Fini», come dice a Tempi tra una boccata di sigaro aromatico e lo squillo di un indomito telefono cellulare, Bobbio non aveva chance, secondo gli avversari. Dicevano «che ne potrà mai sapere uno che non è di Castellammare?». Ma ormai è chiaro l’errore di valutazione commesso da quegli apparati politici e sindacali che guidavano da circa un ventennio questa città di 70 mila abitanti con doppia vista mare-Vesuvio: lo “straniero” vinse al primo turno le amministrative del 2010, stracciando il sindaco uscente, quel Salvatore Vozza notoriamente legato al sistema di potere bassoliniano, intercettato dai poliziotti al telefono con una consigliera della sua maggioranza preoccupata, appunto, che i “guaglioni” potessero continuare a fare i parcheggiatori abusivi.

Quando l’intera Campania (il Napoletano in particolare) era ancora avvolta nella ragnatela di potere dell’ex viceré di Afragola e il denaro pubblico pioveva dal cielo, Castellammare era una delle pedine centrali di questa scacchiera. Qui ’o governatore poteva contare sulla solida tradizione sindacal-operaista dei lavoratori di Fincantieri. Quella stessa Fincantieri che però fino a poche settimane fa era sul punto di sbaraccare e invece, in limine mortis, è stata recuperata grazie a un protocollo d’intesa stipulato tra l’azienda, gli enti locali e le istituzioni. Bobbio lo considera un successo, contro «gli anni del bla bla sindacalese e politichese». E pensare che solo sei mesi prima il Comune fu letteralmente assediato dagli operai, che distrussero i banchi del Consiglio, i computer, divelsero i marmi, mutilarono le statue commemorative. Furono ore ad alta tensione, con duecento persone inferocite e Bobbio, il vicesindaco, i capigruppo consiliari e il capo della polizia municipale barricati nella stanza del sindaco dove la folla non riuscì ad entrare solo per miracolo. Poi l’invasione della città, le intimidazioni ai commercianti, il blocco della Circumvesuviana e dell’autostrada Napoli-Salerno. «Questi non sono operai veri, ci sono i soliti infiltrati malavitosi a soffiare sul fuoco, molti li ho riconosciuti», disse Bobbio fotografando un pezzo della realtà. Questo solo per dare un’idea del clima che c’era.

Lo scontro col giornale locale

Per poco meno di vent’anni la complessa dinamica cittadina ha avuto un unico elemento di omogeneità: il dominio della sinistra, prima del Pds, poi dei Ds e infine del Pd. L’eredità, in termini di consenso e gestione del potere, lasciata da Antonio Gava e dal senatore Patriarca fu accettata dagli uomini di Bassolino senza beneficio d’inventario. E in zone come queste è possibile che un partito come il Pd si ritrovi addirittura “protagonista” in un omicidio. È il caso del famoso assassinio di Gino Tommasino, consigliere comunale, freddato in pieno centro mentre era a bordo dell’auto col figlio. Lo fecero fuori quattro killer, uno dei quali risultò addirittura iscritto al partito di Bersani. Tommasino non era un eroe dell’antimafia, pare avesse rapporti con la cosca dei D’Alessandro: era debitore di 30 mila euro, non si sa bene per quale ragione dovesse questi soldi al clan, sta di fatto che la camorra non ci pensò due volte e lo stecchì davanti a tutti. Chiaro ora in che clima ci si può trovare a fare gli amministratori in certe zone d’Italia? Di recente a Castellammare si è verificato pure che un fotoreporter venisse accerchiato e minacciato (si tratta di Gennaro Manzo, autore delle foto pubblicate in queste pagine) da un gruppo di strani individui semplicemente perché stava facendo degli scatti al palco della festa provinciale del Pd appena sequestrato per irregolarità amministrative.

Ed è proprio dal delitto di Gino Tommasino che deriva l’ultimo scontro tra Bobbio e la sua Repubblica personale, il quotidiano Metropolis. Alle spalle della sua scrivania nell’ufficio del Comune, Bobbio, tra calendari e gagliardetti vari, tiene in bella vista un foglio bianco con l’invito a non fidarsi di un giornale «il cui caporedattore è un ex assessore della giunta Pd», come ha di recente affermato durante un acceso diverbio in diretta radio col direttore Giuseppe Del Gaudio. Tutto è cominciato quando il quotidiano pubblicò la notizia del matrimonio in carcere e del pentimento di Salvatore Belviso, cugino del boss D’Alessandro, ritenuto uno dei killer di Tommasino: la famiglia del camorrista piombò in redazione per bloccare l’uscita del giornale, ma ormai era troppo tardi, non restava che minacciare gli edicolanti. Come in effetti avvenne. Pare che quel giorno non si riuscisse più a trovare una copia di Metropolis. «Dei tizi ci hanno detto di non venderlo e di ritirare le locandine», si giustificavano gli edicolanti. Naturale che la notizia destasse clamore. Naturale pure che al giornale giungessero messaggi di solidarietà da ogni dove. Tranne che dal sindaco Bobbio, convinto che la lotta alla camorra non si fa «con le marce per la legalità, i convegni, i cortei e neppure con ospitate sui giornali di personaggi a dir poco strani, come nel caso di Metropolis».

La rinconquista del lungomare

Insomma Bobbio se ne infischia del politicamente corretto e da quando è diventato sindaco non passa mai troppo tempo fra uno scontro con questo e uno con quello. Speriamo che significhi che è sulla strada giusta. C’erano gli chalet sul lungomare da decenni in mano ai gruppi della zona: nessuna autorizzazione, nessun permesso, tutto andava avanti nell’anarchia. E guai solo a pensare di partecipare alla competizione imprenditoriale indetta per aprirne altri. Arriva Bobbio e che fa? Li chiude tutti. Si ritrova minacciato continuamente, davanti a casa compaiono le rituali cartucce inesplose. Ma l’ex pm della Dda napoletana tira dritto e ordina agli uffici di approntare il bando per la gestione degli chalet da affidare con una regolare gara pubblica. Non si presenterà nessuno per due volte: «So che sono stati avvisati tutti: non devono partecipare. Ma io li fregherò indicendo un altro concorso e se neppure questa volta parteciperanno andremo avanti lo stesso. Vedremo chi è più duro». Stesso discorso per le strutture abusive sul litorale marino, per i chioschetti cittadini, per i bassi del centro storico stipati all’inverosimile di italiani ed extracomunitari, per l’anarchia del traffico (famose le 112 contravvenzioni elevate in una sola mattinata a Pozzano, località balneare), per l’abbandono dei rifiuti (una notte, in auto di ritorno verso casa, è stato Bobbio in persona a bloccare un uomo che stava abbandonando materiale di risulta) e per tutto quell’impasto di illegalità che rende la cifra della complessità del vivere in aree iperpopolate come la Campania. A breve, si mormora, saranno dolori anche per gli abitanti delle circa 150 case abusive che circondano addirittura l’area archeologica degli scavi. Ed è ormai celebre il divieto per le minigonne “ascellari” e le parolacce in luogo pubblico, sancito da Bobbio con un’ordinanza contestata dalle femministe “indignate”.

Nemmeno davanti alla “tradizione” si piega la volontà del sindaco inflessibile. Emblematica la storia della processione di san Catello, il patrono di Castellammare. Il rito è molto sentito e si tiene due volte l’anno. Nell’ultima se ne sono viste delle belle. I portatori della statua del santo lungo il percorso si fermavano in un punto preciso, praticamente sotto il balcone di un vecchio e ancora rispettato boss della zona (Renato Raffone) per poi riprendere il cammino. Bobbio all’inizio non capiva il perché di quello stop. «Quando me l’hanno spiegato non ci ho visto più», ha detto il sindaco a Tempi. Infatti, appurato che la chiesetta davanti alla quale – secondo la versione dei portatori – il corteo si fermava era in realtà sconsacrata (e addirittura utilizzata per brevi summit di camorra) e che al piano superiore abitava proprio quell’anziano patriarca abituato a certe riverenze, alla successiva cerimonia Bobbio urlò in strada dinanzi a migliaia di persone di non fermarsi. Il corteo sbandò e il sindaco si beccò improperi irriferibili, perfino dallo stesso boss affacciato al balcone, offeso da tanta tracotanza istituzionale. La volta successiva i portatori, nonostante il sindaco in persona li avesse avvisati di non osare fermarsi di nuovo, forzarono la mano e sostarono lo stesso. Apriti cielo: il minimo che accadde fu il ritiro del gonfalone e l’uscita dal corteo in piena cerimonia. 

 

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