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Caso Ruby, Berlusconi indagato: toghe puntuali come la morte

gennaio 15, 2011 Luigi Amicone

Dopo una sentenza politica pronunciata da giudici politicizzati arriva l’annuncio che il premier è indagato per il caso Ruby. Se in Parlamento non si forma una vera Grande Coalizione per alzare al più presto una barriera all’invasione delle Corti nella vita politica, sociale, economica, eccetera, l’Italia, come un qualsiasi paese della Grande Umma, piomberà nelle tenebre del sottosviluppo a causa del fondamentalismo giustizialista

Puntuale come la morte, dopo una sentenza politica pronunciata da giudici politicizzati (non è un’illazione è un dato fattuale, registrato anche da Repubblica che ha descritto una Corte divisa tra “giudici di destra” e “giudici di sinistra”), arriva l’annuncio che il premier è indagato per il caso Ruby.

Se è per questo, verrebbe da dire, lo sapevamo già. Sapete, proprio ieri abbiamo incontrato al bar qui sotto Peter Gomez, penna affilata del Fatto Quotidiano – e non è una boutade – che ci ha attaccato un bottone su Ruby. Pensate che il giornale di Padellaro sia la Pravda delle Procure? Mannò, sono solo cronisti, Travaglio dixit, e non cercano altro che la verità, solo la verità, nient’altro che la verità.

Bun, come dicono le brigate garibaldine di Val D’Ossola. Buona così. Ma noi qui cominciamo ad avere una nostra teoria.
E la teoria è questa: se in Parlamento non si forma una vera Grande Coalizione per alzare al più presto una barriera all’invasione delle Corti nella vita politica, sociale, economica, eccetera, l’Italia, come un qualsiasi paese della Grande Umma, piomberà nelle tenebre del sottosviluppo a causa del fondamentalismo giustizialista.

Altrove si chiama sharia. Qui in Italia, è ormai un dato di cronaca, si tratti di questioni di fine vita (l’ultima è la sentenza di Firenze) o di piani industriali, di Fiat o di ospedali, di investimenti in grandi opere o di riforme del lavoro, tutto viene ormai sistematicamente aggredito, in linea di principio e preventiva, ante e post, da qualunque pubblico ministero abbia deciso di esercitare un controllo politico-giudiziario sulla realtà. Altro che obbligatorietà – come disse l’insospettabile Luciano Violante – siamo a una magistratura plenipotenziaria che interpreta l’obbligatorietà dell’azione penale come foglia di fico della propria assoluta discrezionalità. Si intende: discrezionalità nel modo e nei tempi di amministrare e, soprattutto, di interpretare le leggi. (E se non sei il megafono dei pm che succede? Silenzi e querele per diffamazione. E’ così che la libertà di informazione sta diventando libertà di informare solo ed esclusivamente su intercettazioni e capi di accusa che dalle Procure filtrano perché vengano opportunamente diffusi dal giornalismo allineato e attendente del magistrato).

Novità? Nessuna. Ma se è vero il titolo e l’occhiello del Giornale di Sallusti, nel solito tran tran c’è (ci sarebbe) qualcosa di nuovo: «Appello a sorpresa da sinistra: “ribellatevi a questa sentenza”». Il riferimento è alla sentenza sul legittimo impedimento. Ma se l’occhiello tiene alla prova di falsificazione, c’è (ci sarebbe) di più: «Gli ex dalemiani Velardi e Rondolino mettono sotto accusa la Consulta: “ha ferito la vita democratica, gli uomini e le donne dell’opposizione insorgano per primi”».
 
In effetti, quando si comincia a toccare con mano che la cosiddetta “giustizia” non fa più paura soltanto ai politici,
ma fa paura alla gente delle professioni e alle persone comuni, cosa vuol dire che sta succedendo alla democrazia e a una Costituzione democratica trasformate in virtuali olio di ricino e randello calato sui “nemici della legalità” secondo la Pravda?

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