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Consigli al governo per la spending review. Caccia al tesoretto (quello vero)

aprile 18, 2015 Luigi Amicone

Mentre Matteo Renzi annuncia di aver “trovato” 1,6 miliardi di euro, il Lazio ne ha già bruciati quasi sei volte tanti. Numeri e tabelle per farsi un’idea

tabella-spesa-regioniArticolo tratto dal settimanale Tempi in edicola (qui la pagina degli abbonamenti) – Non “abbiamo una banca” ma – dice il compagno Matteo Renzi – abbiamo un “tesoretto” da 1,6 miliardi. Sono risparmi di un buon padre di famiglia che ha tirato la cinghia (spending review) e messo da parte un gruzzolo per l’istruzione dei figli (disoccupati) piuttosto che per la nuova moglie (divorzio breve) o la nuova automobile (consumi)? Insomma, sono soldi freschi come pare di capire leggendo i giornali? Raggelante il professor Lorenzo Codogno, London School of Economics, capo economista uscente del Tesoro a Roma. 1,6 miliardi? “Tesoretto”? «Non emerge chiaramente dal Documento di economia e finanza». Per non dire che è tutto fumo. Già. Ci sono le regionali tra un mese. Ma se proprio vogliamo raccontarla giusta, scrive Codogno, «C’è la chiara percezione che il governo ormai sia a corto di modi semplici per tagliare la spesa corrente». Dove starebbe il giochino? Beh, basta alzare l’asticella del deficit 2015 (rapporto debito/Pil). Fai i conti e capisci che ogni 0,1 per cento in più vale 1,6 miliardi. Neanche una classica operazione di deficit spending. Tipo “scavo una buca e la ricopro”, mi invento lavori socialmente utili per drogare il tasso di disoccupazione, però poi mi ritrovo un bell’impatto zero sulla crescita. No, dice Padoan, «lo destineremo (il “tesoretto”, ndr) alla fasce povere». Già. Finanzi la spesa pubblica in disavanzo ed emetti titoli di Stato (cioè seguiti a indebitarti). (…)

Spending review, dice Codogno e dicono (quasi) tutti, per tagliare le tasse, riformare la burocrazia, finanziare gli investimenti e l’innovazione.

Cosa insegnano in proposito le Regioni? Quanto costano ai cittadini in personale, beni e servizi? L’80 per cento dei bilanci regionali riguarda la sanità: dove è efficiente e dove non lo è? Si capisce dai livelli di indebitamento. E come funzionano i trasporti locali che quotano un altro 40 per cento del restante 20 per cento dei bilanci regionali? Infine, come viene usata dai governatori la leva delle tasse, quelle sulle persone fisiche (Irpef) e sulle aziende (Irap)? E quali Regioni stanno ricorrendo ai “prestiti” dello Stato per pagare i loro creditori a rischio fallimento? La commissione Cottarelli (come già avvenne per la commissione Antonini) sembra si sia persa per strada. Per preferenza renziana al barocco piuttosto che al realismo? Se in questo giro di giostra elettorale Zaia è l’unico candidato dato già per vincente, ci sarà pure una ragione non da osteria come vuol far credere chi aborre lo stile leghista.

Nella tabella che indica la spesa pro capite che i cittadini sostengono per i costi del personale regionale aggiornata al 2014, emergono già i primi dati interessanti. Cos’è lo stile “nordista”? Accorpate le Regioni per affinità demografica e stabilita la comparazione ecco le prime risposte alla domanda: si può razionalizzare la spesa senza ricorrere agli assurdi tagli lineari che penalizzano le amministrazioni virtuose e favoriscono le spendaccione, tanto paga Pantalone? La media nazionale dei costi sostenuti da ogni cittadino per mantenere il personale delle amministrazioni regionali è di 43,9 euro. Le regioni più popolose (gruppo A, 4-5 milioni di abitanti) risultano sostanzialmente nella media con costi del personale pari a 45,2 euro pro capite. Nelle regioni del gruppo B (meno di un milione di abitanti) la media dei costi risulta più che raddoppiata attestandosi a 98,5 euro, mentre in quelle del gruppo C (meno di 2 milioni di abitanti) la media è di 59,3 euro. Ammettiamo pure che le economie di scala abbiano il loro peso nel ridimensionare i costi di gestione delle Regioni più grandi. Ma perché il personale della regione Molise (che sta nello stesso gruppo B dell’Umbria) costa mediamente ben 177,3 euro pro capite e a Perugia costa meno della metà, 71,4? Un discorso analogo vale per Abruzzo e Liguria. Stanno nello stesso gruppo (C), ma a Pescara spendono 94,4 euro pro capite per gli impiegati regionali, a Genova ne spendono 37,5. Una forchetta incredibile. Stesso ragionamento vale per le regioni più popolose: perché la spesa per il personale in Campania ammonta mediamente a 63 euro e in Veneto, che è in assoluto l’amministrazione più virtuosa (dopo la Lombardia), a soli 30,5 euro, cioè oltre 15 punti sotto la media nazionale? E vogliamo dire a cosa si riduce tutta la leggenda mediatico-giudiziaria sulla ex formigoniana e ora maroniana Lombardia, davanti a un costo per il personale regionale che è di 19,8 euro pro capite, meno della metà della media nazionale e quasi un decimo del Molise?

Sanità e trasporto pubblico
Come tutti sappiamo, dal punto di vista del cittadino, la sanità è certamente il servizio più importante ed è la funzione che maggiormente pesa nei bilanci regionali (80 per cento). Sotto questo profilo (vedi tabelle) ci sono due dati da sottolineare. Il primo, segno che i piani di rientro funzionano, riguarda la convergenza tendenziale che c’è tra regioni che hanno sempre avuto bilanci sostanzialmente in pareggio e regioni fuori budget che invece di avere la riforma sanitaria alla lombarda (mix di pubblico e privato) avevano i rimborsi (e il “magna magna”) a piè di lista. Di nuovo, negli ultimi dieci anni, mentre altre regioni del Nord hanno arrancato e quelle del sud sprofondavano in buchi da decine di miliardi di euro, solo la Lombardia ha mantenuto un costante 0 per cento di disavanzo.

La notizia vera, però, è il sorprendente “rosso” della regioni a statuto speciale. Infatti, se l’Abruzzo è partito da un disavanzo cospicuo (-9,5 per cento) del 2006 per approdare con sacrificio all’equlibrio di bilancio nel 2013, nella ricca Valle D’Aosta (-23 per cento) e, soprattutto, nelle ricchissime e tanto mitizzate di buon governo province di Trento e Bolzano, il disavanzo sanitario 2013 risulta essere rispettivamente del -23,6 per cento e -19,7 per cento. Cosa significa questo dato? Significa un doppio e ingiustificato privilegio pagato da ogni contribuente italiano: significa che nonostante la Costituzione garantisca a queste regioni di trattenere e quindi spendere sul proprio territorio le tasse dei propri cittadini, il resto degli italiani (compreso quelli che devono pagare nelle loro regioni pesanti ticket per rientrare dal debito) sono chiamati a ripianare il deficit delle (benestanti) regioni a statuto speciale. Non è un altro succoso tema per una riflessione da spending review? E non hanno forse ragione i Maroni e gli Zaia a reclamare costi standard per tutti e in ogni comparto, maggiore autonomia fiscale e competenze esclusive (in materia di sanità, istruzione, sicurezza) per i sistemi regionali che funzionano e amministrano meglio del governo nazionale?

disavanzi-sanitariAnche nel comparto trasporti pubblici ci sono molti miti da sfatare e, soprattutto, qualche bel numero da incorniciare. Per esempio, stabilito per legge nazionale che per mantenere in equilibrio il rapporto ricavo/costi e mettere così in condizione il trasporto pubblico locale di funzionare (cioè di pagare personale, veicoli, elettricità, carburante eccetera) l’utenza debba pagare una tariffa pari al 35 per cento dei costi, i dati documentano un divario impressionante tra regione e regione.

Ancora un volta, se Lombardia e Veneto sono abbondantemente sopra il vincolo del 35 per cento, rispettivamente con il 46,20 per cento e addirittura il 51 per cento nel rapporto ricavi/costi, cioè sono le regioni dove lo scarto dalla tariffa base è molto superiore (significa che cittadini e pendolari pagano il servizio, dunque avrebbero ragione di lamentarsi del sovraffollamento e dei ritardi dei treni), in tutte le altre regioni (eccetto Emilia Romagna, 42 per cento; Liguria, 45,81 per cento; Marche, 38,88 per cento; Toscana, 37,44 per cento), si registrano percentuali abbondantemente sotto la tariffa minima legale. Ovvero in queste regioni il trasporto locale è pagato dall’intera comunità dei contribuenti italiani. Le regioni maglia nera sono Basilicata, 13,55 per cento; Molise, 17 per cento, Puglia, 24 per cento. Con il paradosso della Campania che con il suo 27,03 per cento pur abbondantemente sotto l’indice tariffario, fa meglio dell’aristocratico Piemonte che arriva al 25,78 per cento, quasi dieci punti sotto l’indice richiesto da una legge dello Stato. Per non parlare della Calabria, che con un rapporto ricavi/costi del 14,7 per cento è riuscita ad evitare il blocco dei trasporti locali solo grazie al “favore” del governo Renzi. Che aggirando la norma nazionale ha introdotto nella legge di stabilità ulteriori sussidi statali per il Tpl di quella regione.

Tasse e anticipi finanziari
E veniamo al cahier de doleances per eccellenza, le tasse. Quali sono le regioni che hanno ricorso alla leva fiscale, sulle persone fisiche (Irpef) e sulle aziende (Irap), per rabberciare i conti e metter una pezza ai tagli del governo? La fotografia dell’addizionale Irpef regionale per il 2015 è la seguente. La Lombardia, pur essendo stata duramente penalizzata dai tagli in legge di stabilità, ha lasciato l’Irpef sostanzialmente invariata. Diminuendola di uno 0,1 per cento per la fascia di reddito compresa tra 29-55 mila euro (1,72 per cento) e aumentandola di uno 0,1 per cento per la fascia superiore a 75 mila euro (1,74 per cento).

In Piemonte siamo già a incrementi significativi: 2,75 per cento (contro il 2,31 del 2014) nella fascia fino a 55 mila; 3,32 e 3,33 per cento, con incremento di un secco 1 per cento su base annua, per le fasce fino e sopra a 75 mila euro di reddito. Stessa cosa vale per Emilia Romagna e Liguria con incrementi medi dello 0,5 per cento e oltre per tutte le fasce di reddito (a cominciare dalla fascia dei meno abbienti). Aliquota unica (1,73 per cento) in Abruzzo e pressoché unica (fino a 15 mila, 1,73 per cento; oltre i 15 mila, 3,33 per cento) nel Lazio. Il resto delle regioni hanno mantenuto l’Irpef invariata. E invariata rimane l’Irap, tranne che in Abruzzo, dove è in corso un piano di rientro dalla spesa sanitaria e che quindi ha scelto di utilizzare al massimo la tassazione sulle aziende portandola da un già cospicuo 4,66 per cento al limite massimo azionabile del 4,82 per cento. Ovunque, almeno nelle regioni del Nord, l’Irap è ferma all’aliquota base, 3,90 per cento per legge nazionale. Mentre Lazio, Puglia, Sicilia e Molise stanno sfruttando al massimo l’Irap (4,82 per cento) per ragioni di cassa e piani di rientro in corso.

Nel quadro dei finanziamenti previsti dai governi Letta e Renzi per lo smaltimento dei debiti sanitari e non sanitari da parte delle amministrazioni pubbliche in difficoltà, «al 30 gennaio 2015 – informa Il Sole 24 Ore – risultano pari a 42,8 miliardi le risorse erogate dallo Stato agli enti debitori» e, sempre alla stessa data, «i pagamenti effettuati ai creditori ammontano a 36,5 miliardi». Per quanto riguarda le regioni la notizia più interessante è che tra il 2013 e il 2014 il solo Lazio ha goduto di finanziamenti statali per oltre 5 miliardi euro per coprire i suoi debiti non sanitari e di quasi 4 miliardi per i debiti in sanità. Ciò significa che il Lazio ha utilizzato quasi la metà dell’intera posta (10,5 miliardi) dei finanziamenti erogati dal Mef per il pagamento dei debiti extrasanitari della Pa. E quasi un terzo (14 miliardi) degli stanziamenti per i debiti Pa in sanità. Seguono a ruota, come maggiori fruitori di finanziamenti statali per debiti da Pa, Piemonte e Campania. Il Piemonte ha incassato dallo Stato quasi 2 miliardi per pagare i creditori non sanitari e quasi 3 miliardi per debiti in sanità. La Campania rispettivamente 2, 5 miliardi e 1,9 miliardi e rotti.

Questi finanziamenti sono tecnicamente rubricati alla voce: “Anticipazione finanziaria”. Ovvero lo Stato presta dei quattrini all’ente locale perché possa far fronte a creditori e non fallire, né l’ente, né i creditori. Il problema è che la restituzione del prestito è, per legge, fissata in trent’anni. Domanda: ma se un cittadino va in banca e chiede “un’anticipazione finanziaria” con restituzione a trent’anni, come lo guarderà l’impiegato allo sportello? Lo guarderà come un tale che è venuto a chiedere un mutuo, altro che “anticipazione finanziaria”. E, infatti, è un mutuo. Di conseguenza, ecco la domanda fatale: ma è debito o no l’“anticipazione finanziaria” che lo Stato eroga agli enti locali per pagare i creditori, quando la Costituzione (articolo 119) vieta allo Stato di fare debito per pagare la spesa corrente?

Ps. Indovinello: qual è l’unica regione italiana che non riceve un centesimo dallo Stato per pagare i suoi creditori, sia in sanità sia extrasanità? Chiedetelo a Roberto Maroni.

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