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Vivere 19 anni accanto a un padre che nemmeno ti riconosce più

febbraio 23, 2017 Aldo Trento

Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Caro padre Aldo, grazie prima di tutto per avermi risposto sia attraverso Tempi sia personalmente mettendomi in contatto con un tuo amico sacerdote che ho appena sentito al telefono. Questa cosa è follia pura ma una follia bellissima. Dentro di me ci sono tante resistenze e diffidenze ma il fatto che tu ed un estraneo abbiate a cuore me mi lascia sorpresa e mi incuriosisce, per questo non posso farmi scappare questa occasione di conoscenza affettiva. Se due estranei fanno questo per me per amore del loro Dio, quanto sarà grande questo Dio!
Lettera firmata

«Abbiate cuore me». Questo è il vero problema della vita, tutto il resto sono chiacchere fastidiose come le mosche. Torno a ripetere per gli amici borghesi duri a capire, anche se lo sanno a memoria, che ciò che mi ha salvato dalla disperazione è stato un uomo che mi ha avuto a cuore: il servo di Dio don Giussani. È commovente leggere una ragazza che scrive: «Se due estranei fanno questo per me per amore del loro Dio, quanto sarà grande il loro Dio!». Ancora una volta l’attrattiva vincente è l’amore, come ci mostra anche il racconto che segue.

In questi giorni sono venuti a trovarci Cleuza e Marcos, due sposi amici da anni, che a San Paolo in Brasile portano avanti il movimento dei Sem Terra (senza terra) dando case a più di 22 mila famiglie delle favelas. Con loro è venuta anche la signora Bete Baleiro, vicesindaco di Novo Horizonte. Sono giunti in Paraguay per il compleanno di padre Aldo… un gesto di amicizia vera.

(…) Cleuza ci ha raccontato che alcuni giorni prima era stata ricoverata in ospedale per via di una seria infezione renale. Quel momento, anche se doloroso e carico di impotenza, l’ha portata a pensare a quei volti che la aiutano a camminare nella fede. Ci ha detto: «Mi sono ricordata di padre Aldo, della sua opera, della testimonianza della sua vita, e ho deciso che, non appena mi fossi alzata dal letto, la prima persona che sarei andata a salutare sarebbe stato lui, perché il suo è un volto che mi aiuta a non perdere Colui che ho incontrato nella mia vita: Cristo. Così Marcos ed io abbiamo lasciato le tante responsabilità che abbiamo in Brasile per venire a passare tre giorni con padre Aldo e i suoi amici, perché io ho bisogno di non dimenticare il regalo che Dio mi ha dato attraverso di lui».

Il dolore, la sofferenza, anche se sul momento paiono incomprensibili e devastanti, quando sono illuminati dalla presenza del Mistero si caricano di un significato che viene svelato nel tempo con pazienza, come ci ha testimoniato anche la signora Bete: «Sono la più piccola di cinque figli nati in una famiglia povera. Trascorsi la mia infanzia in campagna. Quando avevo 5 anni le mie sorelle maggiori si sono trasferite in un’altra città, e io sono cresciuta con il mio babbo e la mia mamma, motivo per cui sono molto attaccata a loro. Fecisi di diventare veterinaria per aiutare mio padre nel lavoro in campagna e da allora la mia relazione con lui è stata molto stretta. (…) Nello stesso periodo lui decise di costruire una chiesa dedicata a san Francesco per una comunità molto povera, fu una grande esperienza per me. Quando io avevo 26 anni e lui 65, gli fu diagnosticata la malattia di Alzheimer. All’inizio fu molto difficile perché soffriva di crisi con allucinazioni e questo lo feriva molto. Inoltre, essendo io la più giovane, fui la prima di cui iniziò a dimenticarsi. Grazie alle tante preghiere, ai dialoghi con Dio, compresi che l’Alzheimer non era un problema di cui dovevo lamentarmi, ma che questa condizione tanto dolorosa per entrambi era la più grande opportunità che Dio mi dava per vivere una relazione più stretta e più vera con il mio babbo. Sono stata sua figlia per 26 anni, più gli altri 19 in cui a causa della malattia non mi riconosceva più come figlia. (…) Una mattina iniziò a vedermi come se fossi il suo cavallo. All’inizio fui molto triste e piansi, ma dopo due ore, interrogando Dio, (…) capii che il mio babbo non sarebbe mai riuscito a tornare nel mio mondo, e io non sarei mai entrara nel suo, per cui decisi di essere il suo cavallo per i tre anni che seguirono. Abbiamo giocato e ci siamo voluti molto bene, io come suo cavallo e lui come mio cavaliere. Forse se lui non si fosse ammalato non ci saremmo mai amati tanto. (…) L’amore rende tutto possibile, basta solo amare».

Una volta ancora il Signore ci manifesta la sua vicinanza tramite i volti concreti di amici che, accettando la croce che gli viene chiesto di portare ,ci permettono di assaporare nel profondo del cuore l’allegria del Risorto.
paldo.trento@gmail.com

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