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Un giorno di Aprile in Galizia

marzo 7, 2011

Non avevo mai provato a mettermi in cammino su una strada di campagna quando
ancora è notte. In aperta campagna la notte è una cosa densa, pesante, piena. Assoluta. E dunque nel cammino verso Santiago una mattina, avendo molta strada da fare, ci siamo messi in marcia prima che facesse giorno. Nell’ora in cui la terra dei sentieri sotto ai piedi è molle di umidità, e i prati fradici di rugiada. La luna quasi piena, luminosissima in un cielo inquieto di nuvole che a momenti la oscurano e poi se ne vanno lente, come pigri fantasmi; mentre la terra attorno si rischiara a quella luminescenza argentina. Camminare infreddoliti, le torce puntate a terra a evitare le buche. Le rare case lungo la strada, buie, le finestre chiuse. I nostri passi unica eco, scalpiccio che s’avvicina e si dissolve. L’alba è lontana, e le ombre degli alberi enormi, secche braccia alzate al cielo. Alla finestra di una cascina si accende una luce. Si indovina una cucina, e, quasi, l’odore del caffè che sale. (Come se gli
uomini cominciassero a svegliarsi nelle loro tiepide tane).

 

Fuori, è notte ancora. Ma già da una macchia di betulle un uccello canta, solitario. Venti secondi di silenzio, poi, dal lato opposto della strada, un altro risponde. Sembra per un istante che ogni cosa attenda, e terra e cielo siano sospesi, in bilico, aspettando una scelta. Sorgerà anche questa mattina un nuovo giorno? Perché questa luna pure splendente non è per gli uomini, non basta alla vita. I fiori lungo i bordi dei sentieri hanno le corolle serrate. Da lontano un gallo canta, e sei grato di quel verso aspro, che suona come di buon augurio. Come un segnale antico, domanda a cui ogni volta, da millenni, viene data risposta. E infine – mentre noi avanziamo compatti, quasi istintivamente stretti nella oscurità – a est l’orizzonte si fa rossastro. Una lunga linea di luce, una crepa nella notte – che non è più la stessa. È ancora nero il cielo, ma è evidente ormai che un altro giorno va salendo, laggiù in fondo. E ora gli uccelli cantano più sicuri; dai campi una coltre sottile di nebbia si alza, e svanisce. La prospettiva in fondo alla strada si fa netta, e più certo il passo, mentre una luce rosa investe la campagna e la svela, ad ogni minuto più chiara. Il giorno trasfigura il mondo: quei rami che nell’oscurità sembravano anime dolenti e scheletrite ora sono innocenti alberi chini sul nostro cammino. Quelle ombre strane alla luce della luna – lemuri, ti immaginavi, o volti fatti di nebbia, o larve pallide – annullate, prosciugate dal primo sole. Che infine, tondo, color del fuoco, si leva all’orizzonte. Esattamente
all’ora calcolata e prevista da millenni per questo giorno di aprile, in Galizia, Spagna. La luna impallidisce e scompare. Una luce trionfante occupa e allaga la terra, com’era atteso, com’era promesso. L’ora dell’alba, l’ora come esitante, sospesa fra l’oscurità e la luce, è passata. Gli uomini spalancano le imposte delle finestre, che urtano il muro con un colpo secco, segno di inizio di un altro giorno donato. 

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