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Tra risentiti endemici, metafisici della statistica e formiche hegeliane i più realisti siamo noi

Apri i giornali di lunedì 11 marzo 2013 e ti domandi dove sei finito.

Si comincia con un altro appello, dopo quello degli intellettuali, in favore di un accordo tra Pd e 5 stelle. Questo ha un titolo entusiasmante: Facciamolo! (un invito al sesso creativo, disinibito e, naturalmente, sicuro).

I firmatari sono uno spettacolo di arte varia: Jovanotti, don Ciotti, don Gallo, Benigni, Saviano, Carlin Petrini, Oscar Farinetti, Barbara Spinelli, Michele Serra.

Leggerlo è un viaggio nel tempo, nel mondo di ieri: la volontà popolare si è espressa… una grande maggioranza vuole il cambiamento… giovani e donne sono pronti a trasformare il Paese… liberare l’Italia dopo vent’anni di corruzione, malaffare e illegalità.

Una riedizione dei quarant’anni di potere democristiano, del sorpasso degli anni Settanta, della gioiosa macchina da guerra del ’94; la rivoluzione proletaria, il movimento femminista, il sessantotto, Mao, Che Guevara (che è un po’ Madre Teresa), Kennedy e il rock’n roll, Di Pietro e la magistratura, Romano Prodi e L’Ulivo. Adesso tocca a Beppe Grillo, fino a ieri il brutto anatroccolo dell’antipolitica, oggi un cigno d’alto profilo.

L’impressione è che non ci credano neanche loro, gli estensori dell’appello erotico, ma è tale il risentimento per non essersi liberati neppure questa volta del loro incubo vivente, a causa di quei nove-dieci milioni di idioti, mentecatti, plagiati, delinquenti e puttanieri di elettori, che si metterebbero con chiunque pur di togliersi il pensiero.

Finisce che ti è simpatico Grillo quando li manda a quel Paese.

Finisce che ti sembra un testo sapienziale persino il Corriere della Sera, quando prospetta l’unica possibilità ragionevole: «Aprire il dialogo con quella parte del Paese e del Parlamento, nella quale ci sono forze interessate più di Grillo a un progetto di salvezza nazionale». Salvo naturalmente aggiungere che la cosa pare difficile a causa del «solipsismo giudiziario in cui appare ormai avviluppato il leader della destra». Che sarà mai questo «solipsismo giudiziario»? Lo spieghi a noi, poveri asinelli, dottor Polito. Non ha scritto un bel libro per dire ai papà che ai figli bisogna parlare chiaro e dire le cose come stanno, senza astrusi giri di parole?

Allora volti pagina e cerchi qualcosa di alto nelle pagine culturali, quelle, per intenderci, dove scrivono gli stessi sapientoni che hanno redatto il programma dei 5 stelle.

Su Repubblica viene recensita l’edizione italiana di un testo di Steven Pinker, psicologo e neuroscienziato di Harvard, dal titolo Il declino della violenza. Il libro è uscito nel 2011 negli Stati Uniti con il titolo: The better angels of our nature: why violence has declined, proprio nei giorni dell’eccidio in Norvegia, e ha entusiasmato Bill Gates, «cambia il modo di pensare», e Peter Singer, filosofo a Princeton, «supremamente importante». L’autore sostiene che la storia umana è un progressivo movimento di pacificazione, un lungo «processo civilizzante» che dal medioevo ad oggi ha ridotto la violenza, grazie, nell’ordine, alla «rivoluzione umanitaria» dell’Illuminismo, alla lunga pace dopo la seconda guerra mondiale, alla nuova pace dopo la guerra fredda e alla «rivoluzione dei diritti» dei giorni nostri, che tutela donne, omosessuali e minoranze etniche in genere. Le forze che hanno prodotto questa trasformazione sono da ricercarsi nell’invenzione dello Stato, nel commercio e nel cosmopolitismo. Noi due scriventi, certamente più illuministi che illuminati, non siamo certo contro il progresso né vogliamo misconoscere i meriti della modernità, ma questa idea che «cognizione, autocontrollo ed empatia» ci salveranno dal male, o che la violenza residua che abita ancora il mondo sia da ritenersi una percentuale fisiologica statisticamente poco rilevante (l’autore è un sostenitore accanito della statistica: «La mancanza di cultura statistica è un problema serio per l’intera classe intellettuale. Dovremmo insegnarla in ogni ordine e grado») ci lascia francamente un tantino perplessi.

Perciò è con un certo sollievo che troviamo, sempre su Repubblica, un pezzo di Maurizio Ferraris, l’inventore del cosiddetto «nuovo realismo». Anche qui si recensisce un libro, La conquista sociale della terra, dell’entomologo di Harvard Edward O. Wilson.

Vi si studia il modello di collaborazione sociale offerto dalle formiche, che hanno cominciato il cammino dell’evoluzione milioni di anni prima degli ominidi e hanno perciò molto da insegnarci. Certo l’uomo è più grande delle formiche, ha sviluppato un cervello più complesso e soprattutto deve fare i conti con coscienza e ragionamento, quella «seconda natura», come la chiamava Aristotile, che ci rende, scrive il nostro, «pensosi, spirituali, tormentati». Ma niente paura. Lo spirito è frutto della natura, «la cultura è costitutivamente il prolungamento della natura, non c’è indipendenza né salto (né ovviamente infusione soprannaturale)». Ovviamente. Ecco perché spiegare l’uomo attraverso le formiche è un buon modo di occuparsi di fenomenologia dello spirito.

Il cinquanta per cento degli autori di questo articolo è di rito ambrosiano: l’altro cinquanta per cento è romano. La metà che segue Ambrogio ha avuto modo di sentire nella Messa domenicale San Paolo dire ai Tessalonicesi: «E quando la gente dirà: C’è pace e sicurezza!, allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire».

Stai a vedere che tra risentiti endemici, metafisici della statistica e formiche hegeliane i più realisti siamo noi, che ancora ci ostiniamo a dare ascolto a Paolo e alla “diceria immortale” di cui lui e tanti altri, anche nostri contemporanei, ci sono testimoni.

Qui ci sarebbe da cominciare un altro, più serio, capitolo. Non è escluso che prima o poi ci si provi.

P.S.

A Giovanna Gentile. Piano con i complimenti! Poi finisce che ci montiamo la testa. Ci conforta il fatto che a seguire noi asinelli delle serali con il tuo entusiasmo siano un paio di persone, forse tre. Ciao

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