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Dalai Lama: «I tibetani sacrificano la vita, ma ho dei dubbi sull’efficacia delle auto-immolazioni»

giugno 14, 2013 Leone Grotti

Il conto è salito a 119. Tanti sono i monaci e le monache ad essersi dati fuoco in Tibet come forma estrema di disperazione e protesta nei confronti della repressione del governo cinese. L’ultima auto-immolazione è avvenuta martedì scorso: nella regione di Tawu, una monaca tibetana si è lasciata bruciare intorno alle 5 di pomeriggio. È stata subito portata in ospedale e non ci sono notizie sul suo attuale stato di salute.

«PROTESTE POCO EFFICACI». «È molto triste quello che sta succedendo», ha detto il leader spirituale dei tibetani in esilio, il Dalai Lama, durante una visita in Australia. «Allo stesso tempo io ho dei dubbi su quanto siano efficaci queste azioni drastiche». Non è la prima volta che il Dalai Lama esprime preoccupazione per le tante vite perse in questa forma di protesta, che se da un lato è «comprensibile» per la violenza della repressione comunista, dall’altro difficilmente condivisibile perché «ogni vita umana ha un valore».

«CINA INDAGHI». Il leader spirituale ha anche ricordato poi che «i tibetani potrebbero facilmente far del male alle altre persone e invece sacrificano solo le loro vite, senza toccare gli altri». E rivolto alle autorità cinesi: «Gli ufficiali cinesi devono indagare e capire perché avvengono questi tragici fatti. Accusare qualcuno, tra cui me, non è la soluzione giusta».

«MEGLIO LA MORTE DEL REGIME». Il “genocidio culturale” messo in atto dalla Cina fin dal 1950 costringe i tibetani a vivere «in un vero inferno». Attraverso l’educazione patriottica i tibetani sono costretti a rinnegare il Dalai Lama e a lodare il Partito comunista, i monaci vengono rieducati e tutti i cittadini subiscono pesanti restrizioni nella vita di tutti i giorni, oltre ad essere discriminati nei posti di lavoro pubblici. Fermare le auto-immolazioni è quindi molto difficile, anche perché, come dichiarato a tempi.it da Nyima Dhondup, presidente della comunità tibetana in Italia, fuggito dal Tibet nel 1986, «l’oppressione è così pesante che i giovani scelgono di morire piuttosto che vivere sotto il regime cinese. Se poi una persona vuole sacrificare la vita per il suo popolo, per la sua gente, contro il regime, io credo che sia positivo. Io non posso giudicarli».

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2 Commenti

  1. Donato Raggio says:

    La cosa più terribile era e resta che istituzioni nazionali, comunitarie e persino religiose (eccezion fatta per quelle buddiste direttamente coinvolte con maggiore sensibilità e percezione, ovviamente), che tutti i governi più o meno o forse proprio tutti, non denuncino questa verità che magari ci ripetiamo nell’ombra, sottovoce, ogni giorno, ma non ogni giorno poi dicendola a voce alta alla luce del sole, ovunque, persino sui tetti.
    Quieto vivere, opportunismo, tatticismo anche meschino e poca fede, poco amore, poca autenticità e coraggio di fede (anche nella verità stessa, si pensa che ometterla, nasconderne una parte o anche negarla, anche dove evidente, sia la cosa più utile, giusta da fare, è un sovvertimento stesso della percezione del bene, un tradimento perché chi teme che dire la verità sia un male e danneggi gli uomini o non la cosa più giusta per gli uomini, è colui che non è degno della verità ed è ingiusto con gli uomini, disonesto con loro, anche vile dove difetta così scelleratamente, con illusione e presunzione ostinata nel temere la verità, invece che promuoverla avendo in essa fiducia, con coraggio, la fede occorre di coraggio..).
    Umanamente, ma anche cristianamente ragionando, è cosa abbastanza triste dover continuamente, ogni giorno, dover registrar questo da istituzioni e governi nazionali o comunitari, una quotidiana sconfitta, un’umiliante tradimento ogni giorno contro gli uomini stessi.

  2. Donato Raggio says:

    errata corrige: un umiliante (e non un’umiliante) tradimento; purtroppo ho difetto di scrivere di getto e velocemente, cambiando in corso d’opera la gettata dei termini scrivendo, al volo, ma non accordando ciò che ho già scritto prima..
    In quel caso stavo per scrivere “infamia”, poi mi sembrò troppo forte come termine e “tradimento” anche più definito nel significato.
    Me ne scuso comunque del risultato con errore imbarazzante, sperando che non abbia distratto dal senso del discorso che ho inteso suggerire.

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