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Storia della tragica deportazione dei tatari di Crimea

maggio 23, 2016 Angelo Bonaguro

«Abbiamo assistito all’ennesima porcheria che si è permessa la tv russa durante l’Eurovision», ha dichiarato Boris Višnevskij, deputato pietroburghese di «JaBloko», quando sul primo canale hanno detto che la canzone 1944 di Jamala, vincitrice dell’edizione 2016 del concorso canoro internazionale, era dedicata «alla memoria di coloro che hanno lasciato le loro case alla ricerca di una vita migliore», ossia i tatari di Crimea deportati da Stalin nel maggio 1944. «Quasi la metà di loro è morta in esilio, e i loro eredi ritornati in Crimea oggi sono sottoposti a nuove vessazioni da parte delle autorità russe che hanno “riunificato” la penisola… Al posto della memoria delle deportazioni dei popoli, in Russia c’è la libera esaltazione di Stalin e la giustificazione dei suoi crimini», ha concluso Višnevskij.
La vittoria di Jamala sta rinfocolando le tensioni fra Russia e Ucraina, ma, al di là delle interpretazioni politiche, ha portato alla ribalta nuovamente la questione della memoria storica.

Crimea, maggio 1944. «A vederlo dalla cima di un’alta montagna era uno spettacolo maestoso – scrive Solženicyn nell’Arcipelago GULag: – all’improvviso l’intera penisola di Crimea (appena liberata dall’Armata rossa) risuonò tutta, e centinaia di colonne di autocarri si misero a strisciare come serpenti lungo le sue strade (…), mentre i villaggi venivano accerchiati da reparti speciali. (…) Le autocolonne portarono i tatari alla stazione e là, nei convogli, essi aspettarono ancora per giorni interi, gemendo e cantando lamentosi canti di addio (…). E quello che i deportati si lasciano alle spalle (…) toccherà agli agenti operativi degli organi di repressione, allo Stato, ai vicini appartenenti a nazionalità più fortunate».

La Repubblica autonoma di Crimea era stata istituita il 18 ottobre 1921 come parte integrante della Repubblica socialista federativa sovietica russa. La storia sovietica della Crimea non era iniziata sotto il miglior auspicio: la prima carestia «politica» che interessò le terre ucraine tra il 1921 e il 1923, colpì circa 100 mila crimeani, il 60 per cento dei quali di origine tatara. La lussureggiante penisola era già stata annessa alla Russia nel 1783. Qui i tatari avevano creato una propria cultura, eretto città e villaggi, coltivato la terra, dato rigoglio a vigneti e giardini, costruito strade. La popolazione tatara, benché invisa ai funzionari zaristi, mantenne un atteggiamento leale nei confronti dell’impero. Dopo la rivoluzione e negli anni della guerra civile i tatari appoggiarono il potere sovietico.

Le truppe naziste entrarono in Crimea il 24 ottobre 1941 e l’estate successiva tutta la penisola era occupata. Hitler fece pressione perché si evacuassero i russi e si popolasse la penisola di tedeschi. Rispetto ai russi, i tatari ebbero un trattamento preferenziale: si volevano raccogliere almeno 20.000 «volontari» al servizio dell’esercito nazista per poi indurre la Turchia, tradizionalmente vicina alle sorti tatare, ad assumere un ruolo geopolitico a favore di Berlino. Ma gran parte della popolazione tatara rifiutò di collaborare con gli invasori e combatteva già nell’Armata Rossa e tra i partigiani. I tatari lottarono contro la Germania nazista al pari di qualsiasi altro popolo dell’Urss, ma nel dopoguerra la storiografia sovietica avrebbe fatto opera di disinformazione.

Nel maggio 1944 Stalin approvò il progetto che prevedeva la deportazione di tutti i tatari dalla Crimea, «considerato il loro atteggiamento sleale nei confronti del popolo sovietico e la rischiosità della loro ulteriore permanenza nelle zone di confine dell’Urss». Oltre 180.000 tatari, compresi anziani, donne e bambini accusati di «alto tradimento» affrontarono un viaggio in treno di migliaia di chilometri su carri bestiame fino agli Urali e in Asia Centrale: così ad esempio la bisnonna di Jamala fu deportata in Kirghizia mentre il marito stava combattendo nell’esercito sovietico.

Sulla carta si prevedevano minime garanzie per il loro stanziamento, ma la realtà andò diversamente, come ricordano i sopravvissuti: «Ci scaricarono nella steppa, ci condussero al kolchoz “Vorošilov-2”, ci diedero una casa senza il tetto, me ne ricordo ancora: quattro pareti e basta. Ci buttammo sopra delle canne. Gli sciacalli si avvicinavano e li sentivamo ululare. Noi eravamo quattro bambini, nostro padre non era con noi. Presero i miei fratelli al kolchoz». Un’altra testimonianza racconta che «il viaggio fino alla stazione di Zerabulak, nella regione di Samarcanda, durò 24 giorni. Di là ci portarono al kolchoz “Pravda”. Ci costrinsero a riparare delle carrette… Noi lavoravamo e avevamo fame. Molti di noi non si reggevano in piedi». Già dopo un anno era perito il 46 per cento dei deportati. Intanto in Crimea venivano distrutti i segni della loro antica cultura: chiuse scuole e biblioteche, bruciati libri e giornali, demolite le moschee e spianati i cimiteri.

Nel 1956, all’indomani del XX Congresso del Partito, il regime di segregazione sociale per i tatari fu attenuato: venne revocato il domicilio coatto, ma rimase l’accusa di tradimento e il divieto di tornare in Crimea. Solo nell’89, dopo che il Soviet supremo dell’Urss aveva condannato le azioni repressive contro le popolazioni deportate con la forza e la limitazione dei loro diritti, cominciò il rimpatrio di molti in Crimea. «Non vi ho potuto trascorrere la giovinezza, perché mi avete tolto la pace», è il triste ritornello di 1944.

Foto Ansa


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