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Stasera in tv Barabba. Una buona occasione per rileggere Par Lagerkvist

aprile 1, 2013 Mauro Grimoldi

Dopo il film dei primi anni 60 con Anthony Quinn, la prima rete della Rai propone un lavoro dedicato a Barabba, tratto dal grande romanzo di Par Lagerkvist. Staremo a vedere, ma si tratta di una iniziativa lodevole, specialmente per chi vorrà leggere o rileggere il grande capolavoro che valse al suo autore il premio Nobel per la letteratura.

Gustaw Herling, autore di una splendida Conversazione su Salamov (non a caso la sua introduzione ai Racconti di Kolyma venne censurata da Einaudi), nel suo Ritratto veneziano racconta del principe longobardo Sicardo che riportò dalla terra santa, insieme ad altre reliquie, anche il dente canino di Barabba donandolo al beneventino Duomo di San Bartolomeo. (Per la storia della zanna di Barabba rimandiamo al racconto di Herling)

“Ingiallita, ma non cariata – narra un cronista medievale – stupiva tutti coloro che la guardavano per la sua forma aguzza, e per le sue dimensioni. Perché Barabba… era un personaggio importante nella sacra rappresentazione della Crocifissione”.

Importante davvero, a giudicare da quel che di lui ha scritto J. Ratzinger:

Al culmine del processo Pilato fa scegliere fra Gesù e Barabba. Ma chi era Barabba? Di solito abbiamo nelle orecchie solo le parole del Vangelo di Giovanni: “Barabba era un brigante” (18,40). Ma la parola greca per “brigante”, nella situazione politica di quel tempo, in Palestina poteva assumere un significato specifico. In quel caso voleva dire qualcosa come “combattente della resistenza”. Barabba aveva partecipato ad una sommossa (Mc 15,7) e, in questo contesto, era inoltre accusato di omicidio (Lc 23, 19.25). Quando Matteo dice che Barabba era un “prigioniero famoso”, ciò indica che egli era stato uno dei combattenti più in vista della resistenza, probabilmente il vero capo di quella rivolta (Mt 27,16).

In altre parole, Barabba era una figura messianica.
La scelta fra Gesù e Barabba non è casuale: due figure messianiche, due forme di messianesimo si confrontano. Questo fatto diventa ancora più evidente se consideriamo che Bar-Abbas significa “figlio del padre”. E’ una tipica denominazione messianica, il nome religioso di uno dei capi eminenti del movimento messianico. (…) La scelta è fra un Messia che capeggia una lotta, che promette libertà e il suo proprio regno, e questo misterioso Gesu’, che annuncia come via alla vita perdere se stessi. Quale meraviglia che le masse abbiano preferito Barabba
? (J. Ratzinger Gesù di Nazaret)

Dunque di Barabba, un uomo che, qualcuno ha detto  “viene fuori da niente e va verso l’ignoto” si racconta in un testo di Giovanni Papini del 1938, I testimoni della Passione: lo scrittore fiorentino lo descrive come un solitario, disprezzato e scacciato da tutti, un’ombra vagante che calpesta la terra dei vivi “con i piedi di un fuggiasco dalla terra dei morti”. (G. Herling)

Introducendo l’edizione italiana del romanzo di Lagerkvist, lo stesso Papini scrive che la figura del brigante incarna “l’Uomo, l’uomo per eccellenza, che ha salva la vita ad opera di Cristo e non sa perché” . “Uno sconosciuto è il mio amico, uno che io non conosco” ha scritto il poeta svedese e il suo Barabba, appunto, si muove portandosi addosso i tratti dell’uomo contemporaneo, dopo i venti secoli trascorsi dai fatti vissuti in Palestina. Sono molti, venti secoli?

Venti, venti secoli,
quaranta secoli prima, venti secoli, quaranta secoli anteriori, quaranta secoli temporali, cinquanta secoli prima aspettavano prima, sospesi in avanti.
E la chiave di volta era Lui.
Venti, quaranta, cinquanta secoli anteriori. Un numero incalcolabile di secoli, di secoli, di secoli dopo, aspettavano dopo, fino al Giudizio, fino al giorno del Giudizio.
E il Giudizio, che cosa sarebbe, quale sarebbe
se il Giusto non fosse affatto morto per la salvezza del mondo.
(C.Péguy, Véronique)

La fisionomia di Barabba è contraddittoria, egli agisce come un’entità autonoma, concepisce solo se stesso e nessun altro, pare un personaggio uscito da un romanzo di Dostoevskij o dalle pagine dei filosofi che ragionano della volontà di potenza. Non sa fidarsi di quel che vede, né tantomeno legarsi a qualcuno. Si chiama Bar Abba, figlio del padre, ma non ha nessuno: né madre né parenti. Il padre lo ha ucciso lui stesso, e porta ancora addosso il segno, una cicatrice indelebile, del suo delitto, poiché il nome di suo padre non è un nome qualsiasi: Eliauh. A un uomo così accade di incontrare Cristo. Non lo capisce, ma ne è segnato. Per sempre. Incontrerà Pietro, i discepoli, Lazzaro. Non si potrà mai più togliere di dosso il volto dell’Uomo che lo ha incomprensibilmente salvato. Ma neppure le testimonianze della Leporina o dello schiavo frigio, personaggi difficilmente dimenticabili, lo toglieranno dalle sue ambiguità. Così da Gerusalemme, passando per Cipro, Barabba giunge a Roma. Il 19 luglio del 64 scambia le fiamme dell’incendio della capitale per il segno del ritorno di Cristo. Arrestato, incontra nelle carceri Pietro e gli altri, che Nerone ha accusato di essere gli autori del disastro e con loro, ma separato da loro, attende di essere giustiziato.

“Quando sentì appressarsi la morte, della quale aveva sempre avuto tanta paura, disse nell’oscurità, come se parlasse con essa: ‘ A te raccomando l’anima mia’. Ed esalò lo spirito”. Le stesse parole che aveva sentito tanti anni prima, quando, in disparte come sempre, fu testimone della crocifissione di Cristo.

Insomma, staremo a vedere il film, ma di sicuro vale la pena leggere, per la prima volta o di nuovo, il libro di Lagerkvist.

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