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Secolo d’Italia, che vorrebbe essere da combattimento (ma manca il condimento)

maggio 16, 2012 Antonio Gurrado

Secolo d’Italia

  • Anno LX, numero 79, 3 aprile 2012
    Direttore: Marcello De Angelis
    Titolo: “Idee per salvare i marò? Accettiamo consigli”
    Tipologia: Broadsheet
    Periodicità: Quotidiano
    Prezzo: € 1,00
    Pagine: 8
    Pubblicità: 0%
    Costo di ogni pagina: 12,5 centesimi

 

Cos’hanno in comune Giorgio Napolitano, Elsa Fornero, Aung San Suu Kyi, Maurizio Lupi e Giorgione Chinaglia? Indubbiamente, sono tutti bipedi; però la risposta esatta è che si spartiscono l’iconografia di questa prima pagina del Secolo ricca di fotografie. La più grande è dedicata a Napolitano: si mangia quasi metà dello spazio e l’inserimento del titolo nel campo della foto ricorda – nessuna intenzione polemica in questo, è solo un dato di fatto – il Manifesto degli anni ’90. Furba l’idea di titolare con una dichiarazione a prima vista sconcertante del Presidente, ma l’effetto di straniamento risulta troppo carico perché oltre alle necessarie virgolette le sue parole vengono riportate con un superfluo corsivo e una barocca sottolineatura.

Onestamente, in tondo avrebbe reso di meno lo spaesamento del Presidente di fronte a una vicenda sfuggita di mano quale quella dei marò prigionieri in India? A meno che il corsivo e la sottolineatura non vadano considerati discreti ammicchi per il lancio di quella che dovrebbe risultare la vera notizia di prima pagina, benché camuffata nel taglio medio: è Ignazio la Russa che risponde al dubitativo (e forse ironico) appello di Napolitano: «Io un’idea ce l’avrei». Intervista secca, tre domande e tre risposte concentrate senza rimandi alle pagine successive, onde ottenere il massimo risalto, e connotate da un certo piglio metà critico metà collaborativo, fatti salvi i necessari inchini ai distinguo retorici («Non credo che il Presidente… Ho già espresso il mio apprezzamento… Se il presidente mi concederà cortesemente…», e così via).

Niente foto di La Russa in prima pagina né altrove; di fianco alle sue parole sbuca invece il sorriso di Maurizio Lupi, la cui intervista a pagina 4 è lunga più del triplo (undici domande) e trabocca di affermazioni nette, fra le quali spicca: «Qualsiasi idiota può superare una crisi, è la vita quotidiana che ti logora». Onore al merito, l’aforisma in realtà è di Checov e Lupi se ne fa attualissimo ambasciatore; ciò nondimeno costituisce il culmine polemico del giornale, per il resto molto attento nel non scrivere nulla di disturbante o che possa dare quest’impressione.

Gli articoloni che caratterizzano ciascuno la propria pagina sembrano trasformarsi spesso in occasioni sprecate, col titolo che suona più aggressivo del contenuto: questo sortisce inevitabili delusioni nel lettore che, prendendo in mano questo Secolo rinnovato col tricolore che campeggia nella O della testata, si aspetta magari un quotidiano da combattimento. Non lo è. Troppo spazio dedicato alle notizie, presentate quasi tutte in piccoli lanci fra le 60 e le 120 parole confinate nel bordo alto o basso, spazi risicatissimi che non permettono spiegazione o polemica alcuna.

Nella sezione esteri “l’irresistibile avanzata dei tuareg” nel deserto del Mali ottiene poca più attenzione dei “centomila dollari per bastone e bombetta” di Charlie Chaplin. Le pagine culturali sono ridotte a tre trafiletti minimi: uno sull’approdo del 3D a teatro, uno sui Titani – in 3D pure loro – che «scalano l’Olimpo del box-office» e uno su un «omaggio illustre al poeta Pascoli»: il Nobel irlandese Seamus Heaney, a quanto pare, «ha visitato San Mauro Pascoli a pochi giorni dal centenario della morte». E che ce ne cale della notizia così nuda e cruda, senza uno straccio di condimento?

C’è altresì un lungo articolo sulle elezioni amministrative (all’epoca mancava più di un mese) che esilia una piccola inchiesta sui candidati di Taranto e Civitavecchia, potenzialmente interessante, nella seconda parte dell’articolo per raggiungere la quale il lettore deve superare indenne l’elenco completo dei 28 capoluoghi chiamati alle urne: non sarebbe stato meglio concentrarli in un box o in una cartina che sostituisse o ridimensionasse la fotona di un elettore in polo che inserisce nell’urna una scheda per l’elezione del parlamento europeo?

Anche i corsivi, saggiamente sparsi qua e là per il giornale e non concentrati in un’unica sezione (mica siamo inglesi né dobbiamo scimmiottarli, a noi i fatti piacciono mescolati alle opinioni), danno l’impressione di temere di fare la voce troppo grossa e dire la cosa sbagliata nel modo non accettabile; mi rendo conto di fare della psicologia da tre lire, ma sarà mica un residuo dell’esperienza politica da cui discende il quotidiano di via della Scrofa e che per sessant’anni è stata ritenuta impresentabile in società?

Una parziale eccezione a questa cautela sono il graffiante ritratto della portavoce di Monti, Betty Olivi, a opera di Luca Maurelli e il commento di Valerio Goletti alla prospettiva missina su piazza Fontana. Quest’ultimo pezzo si trova nella pagina delle lettere, dalle quali vengono gli spunti più originali del giornale: un parallelo fra Fidel Castro e il Papa, un commento sdegnato alla «foto a Cernobbio del nostro Monti che se la ride con la Camusso», un’apostrofe quirinalizia di tale Randall J. Wilkins, una citazione da Adam Smith e la proposta di rimandare le amministrative a pagamento dell’Imu avvenuto (allora sì che sarebbero dolori su vasta scala).

Resta il rimpianto per un quotidiano che non ha saputo sfruttare a proprio vantaggio il (poco) spazio a disposizione e soprattutto l’opportunità di rinnovamento a seguito della famigerata querelle futurista: otto pagine in realtà sono tantissime se le si riempie di notizie introvabili altrove (magari sull’attività del Pdl nelle sue varie sedi locali) e di commenti che però non devono temere di essere inconsueti e perfino aggressivi. Bisogna tuttavia notare una controtendenza nell’ultima pagina, di sport, dedicata a un grandioso ritratto a tutto tondo di Chinaglia e della sua folle Lazio campione d’Italia del 1974, «un gruppo di guasconi, sfacciati, aggressivi, vagamente fascisti». Quattro colonne piene di vecchie dichiarazioni e testimonianze (soprattutto quella su Almirante) che hanno trovato poca visibilità nell’epicedio collettivo dei giornali non politicizzati ma che piazzate in chiusura di quotidiano risultano molto più efficaci di mille parole su Napolitano.

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