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Se anche a scuola l’evidenza è messa in discussione (a proposito degli incontri di orientamento per studenti)

ottobre 22, 2013 Giovanni Fighera

L’altra sera sono stato invitato come referente del Liceo in cui insegno ad un incontro di orientamento per le famiglie e per gli studenti di terza media che si devono iscrivere alle scuole superiori. L’esperto di orientamento che ha condotto la serata ha parlato delle differenze tra Liceo, Istituto tecnico e Istituto professionale, dedicando la maggior parte del suo tempo al numero delle ore di lezione e alle materie insegnate. I Presidi e i referenti per l’orientamento di ogni scuola del territorio non sono stati invitati a parlare, come se non fosse interessante per ragazzi e genitori scoprire l’esperienza concreta e reale di ogni singola scuola. Inutile dire che si leggeva sulle facce di molti l’insoddisfazione. Chi aveva progettato la serata e chi stava parlando davvero partiva dall’esigenza di chi aveva davanti? Davvero parlava all’uditorio come se fosse suo figlio di fronte alla scelta della scuola superiore? Prima che finisse la serata sono intervenuto richiamando i ragazzi a quanto fosse importante e bella la scelta che loro avrebbero compiuto, che la scuola non era un carcere in cui si rimaneva un certo numero di ore, ma doveva essere un luogo e un punto di riferimento, in cui l’io del ragazzo e dell’insegnante si sentisse fiorire, crescere, germogliare nel desiderio di poter scoprire i propri talenti e di metterli al servizio di tutti. Allora ho raccontato in breve quale fosse l’esperienza che vivevo nella nostra scuola. A questo punto il moderatore ha dato la parola anche agli altri referenti delle scuole perché parlassero in breve della propria realtà scolastica. Questo è un esempio lampante di come spesso, anche in iniziative come queste, non si parta dall’uomo, dalle sue esigenze e dai suoi bisogni. L’uomo è come incapace di partire da sé, dalla sua esperienza, dalle evidenze fondamentali, è come se fosse alienato, cioè fuori da sé, come dimostra quest’altro esempio.

Qualche tempo fa, in una lezione in un’università italiana, un professore di filosofia sosteneva di fronte agli studenti che un atteggiamento serio avrebbe dovuto indurli a dubitare che lui stesso stesse parlando e che quella fosse una cattedra. Una studentessa ha allora alzato la mano per controbattere tali disquisizioni, sostenendo che la conseguenza più ragionevole di tale impostazione del problema sarebbe stata uscire dall’aula, dal momento che nessuno era certo che in quel momento si stesse tenendo una lezione di filosofia. Una tale impostazione negava anche l’evidenza stessa della realtà, ma negava anche l’esigenza prima che ha l’uomo, ossia sapere la verità. Quando io racconto una storia alle mie figlie, queste mi chiedono se sia vera oppure no.

Siamo nell’epoca in cui ogni affermazione sull’esistenza della verità viene tacciata di “fondamentalismo religioso” o di “conservatorismo culturale”, di “anacronistico atteggiamento” non al passo con i tempi. Ebbene, in quest’epoca in cui le persone cercano le risposte alle loro domande solo dagli esperti, che possano infondere serenità per le loro inquietudini, tutti si improvvisano esperti, tutti pensano di poter giudicare tutto e di poter dire la propria verità su tutto. Ciò che è importante è che nessuno osi parlare di verità. Ognuno può esprimere la sua opinione. Tutte le opinioni sono importanti allo stesso modo secondo l’espressione che, spesso, ricorre nei discorsi “io sono del mio parere, tu del tuo”.

Bene, in questo modo, il dialogo non può avvenire. Paradossalmente, il presupposto che la verità non ci sia oppure che ci siano tante verità (che è come dire che la verità non esista) annienta all’origine ogni possibilità di reale comunicazione, di dialogo interculturale,  ogni tentativo di educazione, ogni possibile e reale crescita culturale.

Non ci può essere comunicazione, perché non si può pensare di arrivare a mettere in compartecipazione una verità che sia portata da uno dei due interlocutori o che sia derivata da altri. Quando la verità è negata alle radici, ognuno continua a camminare nel proprio tunnel di vetro trasparente in cui potrà vedere gli altri, senza, però, entrare realmente in contatto con loro. Manca, infatti, anche solo il presupposto iniziale che si faccia un tentativo per trovare un percorso insieme. L’aprioristica negazione dell’esistenza della verità nega ogni possibilità di cammino, di dialogo, di ricerca; mina alle radici ogni possibile sviluppo umano, crea le basi di uno scetticismo che, nel tempo, diventerà motivo di sconforto, di aridità, di poca volontà di costruire e di realizzare per il bene di sé e degli altri.

Non ci può essere vero dialogo interculturale tra popoli diversi, perché nel dialogo bisogna avere piena consapevolezza della propria posizione e della propria identità. Per poter dire “tu”, bisogna prima saper dire “io”. Devo sapere chi sono io, per chiedere all’altro chi sia lui.

Non può esistere una reale educazione, perché si educa introducendo qualcuno nella realtà secondo una ipotesi esplicativa della stessa, ipotesi che deve essere, quindi, considerata come buona, reale, attendibile. Non ci si può addentrare in una stanza completamente al buio senza alcuno strumento di illuminazione, occorre l’uso di una luce che in qualche modo illumini qualche particolare della stanza.

Non ci può essere cultura, perché tutto il sapere, la crescita e l’evoluzione nel campo della cultura e della tecnologia partono dal presupposto di tributare  fiducia,  fede alla tradizione che ti è stata consegnata fino a quel momento: se l’uomo dovesse rifare tutti i passi dello sviluppo scientifico dalla ruota e dal fuoco, ogni volta per verificarli, non procederebbe più lo sviluppo umano. Tutti coloro che negano ideologicamente e aprioristicamente l’esistenza della verità sono costretti in maniera surrettizia a reintrodurla e a considerarla valida nei loro discorsi. Non può darsi, infatti, discorso umano senza il presupposto dell’esistenza di una verità, non può darsi cultura, non esiste sviluppo, saremmo tutti ancora all’età della pietra.

Certo, la modernità è proprio ben rappresentata da questo dubbio applicato a tutto, quel dubbio metodico che Cartesio ha introdotto come unico possibile punto di partenza nella conoscibilità del reale. In Cartesio il dubbio sostituisce la meraviglia, che nella filosofia antica ha sempre rappresentato il punto di partenza di ogni riflessione. Tutta la filosofia moderna si presenta come articolazione e ramificazione del dubbio. Ce lo testimonia Nietzsche. Il dubbio cartesiano investe i sensi, la ragione e la fede. L’unica certezza risiede nella coscienza e la forma conoscitiva più alta sarà allora quella matematica, ovvero quella che si raggiunge attraverso uno strumento che è prodotto della propria mente.

La verità, così, non è più qualcosa di oggettivo che si rivela, ma è un prodotto soggettivo della mente umana. Quindi, alla contemplazione (posizione umana che rappresenta il vertice supremo di fronte alla realtà) è sostituita l’azione. In maniera conseguente, la modernità si è sempre più interessata al come, cioè al processo di realizzazione di un oggetto o di accadimento di un fenomeno, e si è disinteressata alle domande sul perché e sull’Essere. L’uomo moderno, l’homo faber, è, così, esposto al rischio di percepirsi come nuovo Dio che si sostituisce al Creatore.

Dunque, la storia non sarà più racconto delle vicende umane e delle sofferenze, ma sarà considerata prodotta dalle mani dell’uomo. Da qui consegue l’idea della storia umana come progresso inesauribile, da cui Dio è definitivamente esiliato.

Chiedendosi che cosa influisca maggiormente nell’affermazione del relativismo nella contemporaneità, lo storico dell’arte austriaco Hans Sedlmayr (1896-1984) risponde la perdita del centro, ovvero la perdita della centralità dell’io.

Solo in un autentico rapporto di riconoscimento della dipendenza dal Mistero, dal significato del Tutto, da Dio possono persistere la consapevolezza di sé dell’uomo, un  vero umanesimo e una proficua fecondità. Così, il grande filosofo russo contemporaneo N. A. Berdjaev (1874-1948) si è espresso al riguardo: «La persona umana cerca per sé qualcosa di sacro, agogna sottomettersi liberamente per ritrovare se stessa. Si ripete così la verità paradossale che l’uomo acquista e afferma se stesso se si sottomette a un principio supremo sovrumano e trova in un sacro sovrumano il contenuto della propria vita; al contrario l’uomo perde se stesso se si sbarazza del contenuto sovrumano supremo e non ritrova in sé che il suo piccolo mondo umano chiuso. L’affermazione dell’individualità umana presuppone l’universalismo; lo dimostrano tutti i risultati della cultura e della storia moderna nella scienza, nella filosofia, nell’arte, nella morale, nello stato, nella vita economica, nella tecnica, lo dimostrano e lo provano con l’esperienza. È provato e dimostrato che l’ateismo umanistico porta all’autonegazione dell’umanesimo, alla degenerazione dell’umanesimo in antiumanesimo, al passaggio della libertà in costrizione. Così finisce la storia moderna e incomincia una storia diversa che io per analogia ho chiamato nuovo medioevo. In essa l’uomo deve di nuovo legarsi per raccogliersi, deve sottomettersi al supremo per non perdersi definitivamente».

Quando l’uomo non ha più la consapevolezza del proprio io, potremmo anche dire della natura del proprio cuore, fatto per l’amore, per il bene, per la bellezza, allora emergono il brutto, la negatività, la perdita di senso delle cose. Morte, oscenità, bruttezza, abnorme uso della sessualità sostituiscono desiderio di vita, sacralità, bellezza e tenerezza amorosa: ecco in parte chiariti alcuni scenari artistici, pseudoartistici e cinematografici della contemporaneità. La contemporaneità ha perso il senso della morte (completamente esorcizzata o massificata, perciò resa estranea a noi). La morte pubblica, collettiva, infatti, è presentata in forma impersonale e cinematografica, non ci tocca, perché pensiamo che non ci riguardi. La morte privata è, invece, rivendicata come diritto personale di scelta, da difendere contro ogni tentativo di tutela della vita debole e fragile. Sta trionfando la cultura della morte contro la cultura della vita.

Proprio per questo motivo, a detta di Berdjaev, la contemporaneità si caratterizza per il grande spreco di energie spirituali, che induce ad un impoverimento dell’uomo, della sua capacità produttiva e della sua fecondità artistica.

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1 Commenti

  1. Remo scrive:

    Ma se viene persino messa in dubbio la differenza sessuale tra maschio e femmina e la complementarità dei sessi, se si fantastica su “terzi generi” o “terzi sessi” da parte dei fanatici sostenitori dell’ideologia del gender, cosa ci possiamo aspettare? Solo rovine e rovine fumanti.

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