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Sbattere contro la meraviglia e gridare «Ho visto le stelle!». Non solo a San Lorenzo

agosto 10, 2012 Annalisa Teggi

La notte di San Lorenzo molti di noi alzeranno gli occhi al cielo in cerca di stelle cadenti. E non c’è cosa più bella e sana da fare che prendersi il tempo di assistere allo spettacolo del cielo. La Creazione è stata la rivoluzione più grande della storia, ebbe a dire il signor Chesterton e molto di ciò che scrisse, in una forma o nell’altra, fu sempre teso a risvegliare nei suoi lettori e interlocutori l’evidenza che, prima di ogni altra cosa, l’uomo ha bisogno di allenarsi continuamente alla meraviglia per l’esserci del mondo.

È una cosa meno sentimentale di quanto siamo portati a credere, anzi è una faccenda assolutamente pragmatica mettersi a guardare l’essere delle cose attorno a noi con la coscienza che esse sono il giornale quotidiano scritto da Dio per non farci dimenticare che il suo gesto supremo è stato quello di aver sottratto ogni cosa al nulla. E gli indizi che ci mette davanti sono semplici, come una foglia, o clamorosi come le stelle. Sono enormemente buffi, come l’ippopotamo, o microscopicamente perfetti come il fiocco di neve. Allenarci alla meraviglia – e in questo passaggio si coglie la sorprendente ragionevolezza di Chesterton – non è un esercizio di ottimismo per reagire alle tristezze che ci affliggono, ma è anzitutto una naturale vocazione dell’uomo alla battaglia. La nostra nascita somiglia molto a un arruolamento con cui il Creatore ci ha cooptato nel suo progetto di operosa opposizione al nulla.

L’intero universo è il polverone (esplosivo, entusiasmante, drammatico, esilarante) sollevato da Dio contro il nulla. E noi ci siamo finiti in mezzo; talvolta è faticoso vederci chiaro. Quotidianamente siamo affaccendati in piccole e grandi battaglie e diventa ultimamente frustrante fondare l’equilibrio della nostra vita sul bilancio tra esiti positivi e negativi, tra successi e disfatte. Allenarsi alla meraviglia è, perciò, un esercizio – e non una teoria – per ricordaci che il nostro agire è accompagnato da una solida speranza di fondo: ci costringe a vedere il lavoro della vita non misurandolo con una lente d’ingrandimento, ma piuttosto con il binocolo di un progetto universale in cui siamo coinvolti.

La Creazione è il disegno di Dio, e il suo disegno prevede che anche noi ci mettiamo a disegnare. È questo l’orizzonte vero in cui ogni nostra azione trova equilibrio e senso: gli esiti altalenanti delle nostre opere sono solo il fumo di superficie di una battaglia ben più importante che ci tiene davvero tutti in piedi. Perché, in ogni caso e in qualunque circostanza, noi siamo parte e testimonianza di questo operoso spettacolo che è l’essere.

Dunque mettersi a guardare le stelle è un sano e vigoroso esercizio di piena umanità. Ma sarebbe più corretto dire che noi dobbiamo metterci a ritrovare le stelle. Come è accaduto anche a Dante, che non ha semplicemente avuto una trovata accattivante ed esteticamente efficace ripetendo la parola stelle alla fine di ogni cantica: ha fatto, invece, la fatica di ritrovare il vero equilibrio dell’umano dopo aver attraversato ogni sorta di umanità presente all’inferno, nel purgatorio e nel paradiso. Si è allenato alla meraviglia di ricordarsi che l’Essere – come creato – è la bandiera che sventola in ogni remoto angolo dell’universo.

Il signor Chesterton lo spiegò altrettanto efficacemente facendo una battuta, cioè notando che quando si dà una bella botta contro la solida consistenza dell’essere – non a caso – si dice: «Ho visto le stelle!». Lo racconta in un testo intitolato La meraviglia e il palo di legno (da The Coloured Lands), e credo che le sue parole potranno risultare una gradevole compagnia quando – una volta di più – nelle prossime sere alzeremo gli occhi alla volta celeste:

«La notte nera si era intrufolata in casa mia e nel mio giardino con panneggi dapprima d’ardesia e poi d’ebano; e io ero affaccendato nella mia stanza, nel vivo cerchio di luce della lampada vicino alla finestra quando credetti di vedere spuntare qualcosa di insolito lì fuori, e uscii a guardare. Nel far ciò sbattei la testa contro un palo e vidi le stelle; le stelle del settimo cielo, le stelle del firmamento più recondito e profondo. E mi sembrò davvero, non appena il dolore si alleviò ma prima che passasse completamente, di aver visto scritto in un alfabeto astrale sul fondo dell’oscurità qualcosa che prima di quel momento non avevo compreso così chiaramente: una verità sui misteri e sui mistici conosciuti solo a metà nel corso della mia vita. Non sarò capace di esprimere bene quell’idea mettendola per iscritto su questa pagina, perché questi bizzarri momenti di vivide intuizioni sono sempre fuggitivi: ma ci proverò. Il palo è ancora lì; ma le stelle nel cervello stanno dissolvendosi.

[…] Da giovane scrissi molte brevi poesie, dedicate soprattutto alla bellezza e alla necessità della Meraviglia; ed era un sentimento genuino in me, e lo è ancora. La capacità di vedere le cose che ci sono e i paesaggi alla viva luce della sorpresa; la capacità di sobbalzare alla vista di un uccellino, quasi fosse un proiettile alato; la capacità di rimanere immobilizzati di fronte a un albero quasi la sua forma fosse il gesto di una mano gigantesca; in breve, la capacità di sbattere poeticamente la testa contro un palo varia di persona in persona, ma posso dire senza presunzione che appartiene alla mia natura umana. […].

“Sogna! Perché non c’è altra verità – dice il signor Yeats – di quella che è nel tuo cuore”. Il mistico moderno cerca il palo, non fuori in giardino, ma dentro di sé, nello specchio della sua mente. Ma a me gli specchi non sono mai interessati. A me interessano i pali di legno, che mi lasciano di stucco come i miracoli. Mi interessa il paletto che sta ad aspettarmi fuori dalla porta, per colpirmi in testa, come la mazza del gigante nelle favole. Tutte le mie porte mentali sono aperte su un mondo che non ho fatto io. La mia ultima porta, che è la libertà, si apre su un mondo abitato dal sole e da cose robuste, un mondo di avventure oggettive. Il paletto in giardino è una cosa che io non potrei né creare né aspettarmi: è la solida e chiara luce del giorno che si riflette su un legno rigido e dritto; è l’opera di Dio ed è meravigliosa ai nostri occhi.

Ecco, non ho spiegato proprio bene ciò che intendevo: ma se voi ammetterete che la mia testa e il palo sono ugualmente meravigliosi, acconsentirò a lasciarvi dire che sono entrambidi legno».

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