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La mia terra docile e fiera

febbraio 16, 2012 Marina Corradi

Pubblichiamo l’articolo di Marina Corradi apparso sul numero 40/2011 di Tempi.

Mi è sempre sembrato che passato il Po, tra Fidenza e Parma, l’orizzonte si faccia più piatto; più nera e grassa la terra, più rigoglioso il verde dell’erba; come se il Po qui nutrisse falde profonde, e le radici affondassero in acque fedelmente generose. 

Mi è sempre sembrato che passato il Po, tra Fidenza e Parma, le cascine si facciano più larghe, ben piantate nel terreno come un fittavolo che si piazzi massiccio, le mani sui fianchi, a contemplare i suoi campi; e più colmi mi sembrano i fienili di balle di fieno gonfie, pesanti. 

E so il caldo, e l’aria collosa e bollente che a luglio schiaccia questa terra, senza che un filo d’aria arrivi a far tremare le foglie immobili delle fila di pioppi pacifici nei campi. So anche, in quel caldo, i vecchi seduti ai tavolini dei caffè, immobili davanti a un bicchiere mezzo colmo di bianco; e il pigro, insolente passo dei gatti che traversano, padroni, le strade deserte dei paesi. Sospetto perfino che il tempo, incontrando questa terra grassa e scura, rallenti; e scorra più adagio il giorno, come faticando contro una densa corrente. E la nebbia, d’inverno? Non si fa forse più densa, come latte, la nebbia qui, poco oltre il Po, a confondere argini e strade in un velo di oblìo, che confonde e ipnotizza il forestiero?

So tutte queste cose, benché io qui venga raramente; le so come se le avessi scritte dentro, incise nei geni, io figlia e nipote di gente di Parma. Di modo che quando in auto, sull’autostrada, passo il Po, per quanto sia distratta intercetto un quasi impercettibile sussulto del cuore; come una tenerezza, o un abbandono; come se qualcosa di me riconoscesse familiari orizzonti, e sapessi che, in realtà, è questa terra piatta la mia casa. 

O forse è anche perché nel cimitero di Parma c’è mio padre, che ha girato il mondo, ma infine è tornato in questa sua terra, in pace. Sì, forse è anche per questo che mentre passo oltre, verso Bologna, nello specchietto retrovisore vedo la fronte che mi si corruga come in un disappunto, in un inesprimibile rimpianto. Qui dovresti stare, mi dice una parte di me; qui, non vedi? Sei a casa. Non riconosci l’odore del fieno e l’ombra dei cortili, sotto alle chiome larghe dei platani, e l’abbaiare dei cani?

Come se antiche nonne e bisnonne arzdore, regine di fattorie e focolari, mi chiamassero; oppure fossero proprio in me, eredità tramandata come il colore degli occhi, o l’indocilità sanguigna del cuore. 

Così che anche stasera vorrei fermarmi, lasciare l’autostrada e inoltrarmi per qualche sconosciuta strada minore che in dolci curve si perda in questa terra docile e fiera; e trovare un paese, un campanile; e sedermi a un caffè, a guardare il rosso del lambrusco spumeggiare nei bicchieri degli avventori. Fermarmi qui, riconoscendo che non c’è un altro posto dove andare; che basta questo orizzonte infinito, e il rosseggiare del sole al tramonto che getta dietro agli uomini ombre lunghe, che li inseguono nel loro rincasare. 

 

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