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«Come diceva Madre Teresa: la solitudine è la lebbra dell’Occidente»

marzo 14, 2016 Redazione

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Dopo la notizia della prossima canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta, la Stampa intervista oggi il suo biografo Navin Chawla, amico indù della santa che ha frequentato per oltre vent’anni. Chawla non è cattolico, è rimasto indù, ma la sua ammirazione per la suora è sconfinata, tanto da ringraziare sì la decisione del Papa di riconoscere la sua santità, ma aggiungendo che «per milioni di persone nel mondo era già una santa». La sua eredità, aggiunge, non appartiene solo all’India, «ma al mondo. È un’anima troppo grande per essere contenuta in un unico Paese».

RACCOGLIERE IL LEBBROSO. Madre Teresa ha toccato in prima persona la sua stessa esistenza, spiega Navin Chawla, «un burocrate che ha studiato nelle scuole giuste» e che dopo averla incontrata ha deciso di «farsi carico di 18 mila casi disperati nei lebbrosari. Madre Teresa è riuscita a toccare qualcosa in me. E lo ha fatto con altre centinaia di migliaia di persone. E come? Dando il buon esempio».
Solo con la forza della sua stessa dedizione per i poveri, nei quali vedeva il volto di Cristo, Madre Teresa «ha creato un ponte tra me e la povertà. Mi ha spinto a mettermi in contatto con i poveri attorno a me. Ha dato un senso a questo collegamento con i poveri anche per la classe media. Non che nell’induismo manchi il senso di compassione. Ma mi ha insegnato a raccogliere un lebbroso da terra. Con l’esempio».

GLI OSPEDALI. In un paese appena colpito da una grave carestia e dove gli ospedali «erano aperti solo ai britannici e ai soldati», Madre Teresa «imparò a mendicare», racconta il suo biografo. «Costruì un primo ospedale e fece così tanto per i poveri che in giro di non molto tempo la gente s’inchinava per toccarle i piedi, che è un gesto di rispetto, qui in India, verso le figure autorevoli. Dopo la sua morte, le missioni in India stanno crescendo, le sorelle dell’ordine sono sempre di più. I volontari non stanno diminuendo e nemmeno i finanziamenti».

IL MORIBONDO ERA GESU’. Alla Madre, nel corso degli anni, sono state mosse critiche terribili: da un lato, chi l’accusava di aver ricevuto finanziamenti da dittatori, dall’altro chi l’accusava di aver convertito a forza le persone. Ma Chawla è molto netto nel respingere entrambi gli attacchi. Per quanto riguarda il primo, spiega, la suora «non guardava in faccia a nessuno. Se pensava che avresti potuto aiutarla, veniva da te, ti spiegava cosa faceva e aspettava che offrissi qualcosa. Non chiedeva mai. E diceva che non le importava chi fosse a offrire denaro.
Per quanto riguarda le “conversioni forzate” dice: «Non esiste neanche una testimonianza che confermi queste invenzioni. Non aveva alcun bisogno di convertire. Perché, per lei, il bambino povero abbandonato per strada era Gesù. Il lebbroso era Gesù. Il moribondo era Gesù. Non c’era alcun bisogno di convertire qualcuno che era già Dio».

LA SOLITUDINE DELL’OCCIDENTE. Nella parte finale del colloquio con la Stampa, Chawla dice una cosa sorprendente: «Secondo me in Europa siete ancora meno fortunati di noi. Con Madre Teresa ci sono venuto nelle vostre strade, tra i barboni delle città europee. Ne abbiamo girate tante. E trovavamo così tanta solitudine. Qui da noi, i nostri templi sono ancora pieni, invece le vostre chiese sono sempre più vuote. Ricordo sotto al ponte di Waterloo a Londra come i diseredati che incontravamo mi sembravano così arrabbiati e rancorosi. Non volevano nessuna compassione, non rispondevano alle domande, mi grugnivano contro. Nessuno si parlava. Avrete pure un reddito pro capite più alto, ma anche un tasso di solitudine pro capite più alto. Come diceva Madre Teresa: la solitudine è la lebbra dell’Occidente».


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