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Lo scontro del cielo che mi riguarda

gennaio 20, 2013 Marina Corradi

Riviera di Ponente, dicembre. Quando venendo da Novara l’A26 sbuca in Liguria il cielo è di un grigio compatto, una coltre opaca che il mare riflette in un freddo colore acciaio. Anche la striscia d’asfalto che va verso Ventimiglia è grigia e opaca, stranamente solitaria in un pomeriggio feriale. In questa luce appare spenta anche la vegetazione sulle colline, e giù nei paesi rivieraschi ti immagini, sulle spiagge, le fila di cabine deserte e gli stabilimenti sbarrati – nel silenzio solo lo sbattere secco di un cavo contro il pennone che d’estate regge la bandiera.

L’autostrada prosegue larga e vuota: Finale Ligure, Alassio, Imperia. Sono passate le tre del pomeriggio, e se fosse sereno il sole l’avrei quasi di fronte, già calante, a Ovest. Ma, verso Sanremo, cos’è, forse un impercettibile gioco di venti in quota? Il cielo improvvisamente si muove in una gamma cangiante di grigi, dal piombo a un bianco luminescente che annuncia quasi, ma non ancora, il sole. Da Nord convergono grosse nuvole cariche di pioggia, o forse di un oscuro furore: si muovono sghembe, a falcate minacciose, ma pare incontrino a respingerle un muro invisibile di aria più dolce, il tiepido respiro del Mediterraneo.

Le nuvole dal Nord, gonfie di freddo e di vento, si affollano, si affastellano sul limite del mare come falangi di un esercito che non si possa tollerare sconfitto. Ma il fiato pacifico del Mediterraneo resiste, e qui e là crepe di luce, bagliori radiosi indicano lo scontrarsi delle correnti; l’incalzare delle corazzate nere e l’agile soffio di vento, dal mare, che ne scompone il fronte cieco. E che gran cielo c’è ora, sopra il confine; come nella inquieta attesa del volgere di una incerta battaglia.

Verso Nizza, a una curva dell’autostrada, il sole infine buca la cortina di piombo con i suoi raggi. Lui, non si vede ancora, ma anche le nuvole più dense da quelle lame di luce sono trasfigurate, in uno sciabolio di argenti; come se spade di arcangeli guerrieri si incrociassero qui sopra.

E io accosto e mi fermo, solo per guardare questo cielo. Che mi commuove molto di più di un serafico azzurro. Lo scontro silenzioso mi riguarda: ripiegarsi in sè o combattere, resistere o lasciarsi andare, e anche sperare o pigramente, con leggerezza quasi, disperare, non è affar nostro, di tutti i giorni?

Come in uno specchio, in un pomeriggio di dicembre, appena oltre il confine, lo spingersi e l’affrontarsi del Mediterraneo e dell’inverno, per loro natura nemici. Il tramonto cala in uno strenuo riverbero di sole. Poi è la notte, e gli eserciti accampati sprofondano nel buio. Resta nell’aria solo un vento irrequieto, come una scolta di guardia alle fortezze opache lassù – in questo fiero cielo da battaglia.

02/2013

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2 Commenti

  1. paolo drocchi says:

    Come lettore, forse distratto (?), di Avvenire mi permetto di dirle: ” scriva un po’ di più su Avvenire ! “.
    Mi mancano i suoi articoli !!! Ho trovato nei suoi articoli l’ordinaria, profondissima e comica (!) umanità della mamma, gli slanci verso l’alto e il confidente abbandono fra le braccia di Dio sostenuti da una fede sempre in “fieri” ma ormai entrata nel proprio dna, lo sguardo profondo e affettuoso sulle varie vicende dell’umanità, la voglia (mi pare) inarrestabile e sincera di cercare, trovare e svelare il bene anche nei fatti più brutti, la capacità di interrogarsi sinceramente sulle infinite contraddizioni legate alla sofferenza del genere umano, dove Dio, spesso, sembra non essere nemmeno postulabile, l’ironia affettuosa e realistica sui nostri affanni ed errori e poi la fatica ma anche la bellezza di vivere da cristiani in un mondo che, per quanto a noi destinato e donato, spesso ci mette in crisi, ci fa soffrire, ci coglie impreparati e ci fa correre il rischio di non amare abbastanza gli altri.
    La ringrazio sinceramente per tutto questo e (mi) formulo l’augurio di poterla rileggere. Cordiali saluti. Paolo Drocchi

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