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Il comunismo ha fatto «ciò che i missionari non sono mai riusciti a fare: favorire la cristianizzazione della Cina»

dicembre 12, 2014 Leone Grotti

«Non parlare di Cristo» né di «festa della Sacra Famiglia», al massimo di «festa della religione di Gesù», e «non inviare sms, cartoline o lettere collegate al “Natale”». Sono solo alcune delle indicazioni fornite da dieci accademici cinesi per evitare di «facilitare la penetrazione del cristianesimo in Cina».

LIBERARSI DEL NATALE. In Francia, l’Istituto Ricci ha appena tradotto l’articolo “Il nostro punto di vista sulla ‘festa di Natale'”, realizzato da dieci accademici delle più importanti università cinesi e pubblicato nel 2006 sulla rivista Confucius 2000, che mette in guardia tutti i cinesi dal festeggiare la nascita di Gesù.
Gli accademici hanno scritto l’articolo con lo scopo di «richiamare i nostri compatrioti a riflettere seriamente sulla “festa di Natale” per liberarsi da un riflesso culturale collettivo incondizionato e difendere la soggettività culturale cinese». Tradotto: liberarsi da una festa straniera per tornare a coltivare le proprie radici culturali.

CRITICA DEL COMUNISMO. Da una parte l’articolo scritto a 20 mani procede sulle orme delle preoccupazioni del partito comunista cinese, che fin dalla sua nascita teme e rigetta ogni tipo di religione, soprattutto il cristianesimo, professando l’ateismo. Non a caso, a maggio l’Accademia cinese delle scienze sociali ha definito le «infiltrazioni religiose» tra le quattro «più gravi minacce» che deve affrontare il Paese. Dall’altra però critica, anche solo indirettamente, ciò che il maoismo ha fatto al Paese in 65 anni di governo: distruggere la sua identità, spazzare via le sue radici spirituali, sradicare le sue conquiste culturali per creare un uomo nuovo. Ma quell’uomo nuovo, dopo 65 anni, «ha bisogno del trascendente».

«IL NATALE È UN FATTO». Gli autori notano con fastidio che «ogni volta che si avvicina la “festa del Natale”, i magazzini, i ristoranti, gli hotel addobbano un “albero di Natale”», mentre le maestra a scuola fanno disegnare ai bambini «la natività di Gesù». «Noi», scrivono, «sosteniamo la tolleranza religiosa e rispettiamo la libertà di credere, non vogliamo escludere la “cristianità”», che potrebbe anche servire a far riscoprire la moralità «al popolo cinese». Noi, insistono, sappiamo che «il “protestantesimo” è diventata una scelta possibile per una parte dei nostri compatrioti e che la “festa di Natale” è diventata un avvenimento culturale al quale i cinesi non possono scappare. È un fatto».

MAO E I MISSIONARI. «Però», c’è un però. Ora i cinesi «parlano di “religione di Cristo”» o di «”festa della Sacra Famiglia”» senza «essere cristiani». Questo «riflesso culturale collettivo incondizionato», usato anche come «grande avvenimento commerciale», «contribuisce senza volerlo a propagare il “protestantesimo”, facilitando la sua penetrazione e il suo arrivo tempestoso nel Paese, creando un ambiente culturale [favorevole] alla “cristianizzazione” della Cina, compiendo così quello che i “missionari” avevano invano cercato di fare».

CRITICARE LA CULTURA. Ecco il problema. E se i cinesi sono fragili davanti a questa “invasione” cristiana è perché «la cultura cinese ha perso il suo primato». Come mai? «Bisogna dire che dopo più di cento anni durante i quali i cinesi hanno sovvertito il corso della propria storia, violentemente criticato la loro propria cultura e denunciato le loro proprie tradizioni, la cultura cinese, e soprattutto il confucianesimo, è sparito con la conseguenza che la Cina non ha più dei valori forti a cui credere né una forma propria di cultura».

IL VENTO CRISTIANO. Alla Cina, continua l’articolo, non manca di per sé «una tradizione culturale in grado di dare ai nostri concittadini un sostegno spirituale efficace per affrontare la vita», ma questa è stata distrutta. Dal comunismo di stampo maoista, per la precisione, anche se gli accademici non lo dicono esplicitamente. E paradossalmente è proprio questa azione del comunismo cinese che distruggendo la cultura cinese l’ha resa vulnerabile a uno dei più grandi nemici del partito: «Il vento [cristiano] che soffia da Occidente».

FRENESIA DEL NATALE. Per i dieci autori «è necessario, dal punto di vista della sicurezza nazionale e culturale, riflettere profondamente sul problema del cristianesimo in Cina e (…) restare vigili sulla sua avanzata». Come? Non solo smettendo di augurarsi «”buon Natale”», ma invitando le autorità cinesi a «normalizzare in modo ragionevole la “frenesia del Natale”», ovviamente «nel rispetto della libertà religiosa», impedendo ad esempio che a scuola si festeggi. Bisogna poi far scoprire agli imprenditori cinesi «la possibilità di sfruttare economicamente e commercialmente anche le feste tradizionali cinesi».

TORNARE A CONFUCIO. Si potrebbe ad esempio sostituire la «nascita di Gesù» con la «festa della natività di Confucio», facendone la «festa degli insegnanti cinesi» e conferendole «un’atmosfera solenne e sacra». Più in generale, è arrivato il momento di «comprendere sotto un lato positivo il valore e la funzione della religione», «riconoscere che la gente ha la preoccupazione ultima della trascendenza, insieme a quella di una vita religiosa, spirituale, culturale». Ecco perché, oltre a «rispettare i fedeli di religioni occidentali», bisogna a maggior ragione «valorizzare ragionevolmente il ruolo delle religioni autoctone cinesi come buddhismo e taoismo, in particolare sviluppare pienamente il ruolo sociale e religioso del confucianesimo».

«UN MONDO SENSATO PER I CINESI». In sintesi, affermano gli autori mischiando insieme il dramma dei cinesi, i loro bisogni negati per oltre 60 anni e una punta di patriottismo comunista, bisogna «ricostruire un sistema di credenze e un mondo che abbia senso per i cinesi. Tutti i cinesi che hanno audacia e volontà devono spontaneamente assumere questa missione culturale sacra. Noi dobbiamo, noi cinesi, muovere tutti i nostri sforzi in questa direzione! Andiamo avanti!».

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