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Il calciatore del De Graafschap, la figlia e noi (genitori antropologicamente deboli)

maggio 18, 2012 Rodolfo Casadei

No, non sono cinico, e non è che ho il cuore indurito dalle delusioni della vita. Ma questa storia della figlioletta che va a consolare in mezzo al campo il papà calciatore Rogier Meijer, piangente a causa della retrocessione della squadra di cui lui è il capitano, non l’ho creduta nemmeno per un momento. I bambini non consolano i grandi, sono i grandi che devono consolare – se ci riescono – i bambini. È una legge vecchia come il mondo. Se il bambino dice: “Mamma, non piangere!”, non è perché vuole consolarla, ma perché il pianto della madre gli genera sofferenza, insicurezza, turbamento.

E sul campo del De Graafschap, squadra della prima (adesso seconda) divisione olandese, s’è ripetuta la storia consueta del figlio destabilizzato dalla perdita di sicurezza del genitore. Con l’aggravante che a mostrarsi debole in quel caso era l’incarnazione stessa dell’affidabilità: un padre giovane e robusto, capo e guida di altri dieci giovani maschi. Guardate bene il filmato: la figlioletta si avvicina e chiede qualcosa; il papà risponde di no, che non può esaudire la sua richiesta; la bambina indica qualcosa, cerca di distrarre il padre dalla propria afflizione e di dirigere la sua attenzione verso un’altra situazione; lui non si scuote e quindi si sdraia, per meglio sottrarsi ai tentativi della figlia. Il comportamento della bambina non è altruista, è egoista: mette in primo piano la sua difficoltà, rivuole il padre forte che la fa sentire protetta. Anche il padre è egoista: fa capire che non può occuparsi di lei, che non è così forte da poter sovrastare in quel momento il suo dolore. Mette la sua sofferenza davanti a quella della figlia.

Non sto facendo la morale a nessuno. Padre e figlia hanno tutta la mia comprensione, probabilmente entrambi hanno fatto il meglio che potevano in quel momento. Ma chi commentasse: “D’accordo, s’è fatta troppa poesia fuori posto sulla faccenda, ma un figlio prima o poi deve scoprire che il padre non è Dio, che la mamma non è il Tutto del mondo”, chi commentasse così, non mi troverebbe d’accordo. Sì, prima o poi i figli devono accorgersi che i genitori hanno dei limiti, e che il limite è parte integrante della natura degli esseri umani. Ma meglio poi che prima! Un figlio che fa esperienza della fragilità del genitore troppo presto, si porterà sulle spalle un fardello di dolore schiacciante. E uscendo dall’infanzia e poi dall’adolescenza sarà un adulto fragile. Fragili allora saranno i suoi figli, e quindi facile preda di ogni tipo di predatore: dallo spacciatore di droga ai rapaci capitani dell’industria dell’intrattenimento.

Il Sessantotto, con la sua rottura definitiva dei legami generazionali e la conseguente rivoluzione culturale (nichilista), è il prodotto di tre generazioni di adulti sempre più fragili a causa della fragilità dei padri: i bambini che hanno perduto precocemente i padri falciati a milioni nelle trincee della Prima Guerra mondiale sono diventati la carne da cannone delle artiglierie e dei caccia della Seconda Guerra mondiale, e i loro figli dagli occhi tristi e immobili sono diventati i padri esausti della nostra generazione. Non riuscivano a trasmetterci nulla e allora li abbiamo ripudiati (rivoluzione culturale: in passato poteva capitare che un genitore ripudiasse il figlio, nel Sessantotto è successo il contrario).

Ricordo mia figlia a quattro anni quando la madre se ne stava in silenzio corrucciata: “Mamma, sei bella?”, era la domanda con cui cercava di ricostruire l’atmosfera familiare. Geniale domanda: non un troppo diretto “stai bene?” o “sei arrabbiata con me?”, che avrebbero potuto provocare i terribili monosillabi “no” e “sì”. Ma un approccio estetico e positivo alla vita fatto su misura per arrivare all’esito rassicurante, un messaggio che significava: “Mamma, se sei bella – e tutti sanno che sei bella – allora la vita è bella anche per me”.

Noi genitori antropologicamente deboli del XXI secolo abbiamo una strada per risorgere: attingere alla bellezza dei rapporti umani – ovunque si manifesti – la forza che ci nuovamente permetta di essere padri e madri.

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