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Hong Kong: vincono i democratici, ma senza suffragio universale comanderanno i comunisti

settembre 10, 2012 Leone Grotti

Gli schieramenti politici di Hong Kong sostenuti dal Partito comunista cinese hanno preso una bella batosta alle elezioni legislative di ieri, ma grazie al sistema elettorale che non prevede il suffragio universale e favorisce i partiti appoggiati da Pechino (nella foto), hanno ottenuto la maggioranza dei seggi. I risultati ufficiali delle elezioni legislative ad Hong Kong non sono ancora definitivi, ma i partiti pro democrazia dovrebbero avere ottenuto 27 seggi su 70, quattro in più rispetto alle ultime elezioni del 2008, gli schieramenti dell’Alleanza democratica per il progresso di Hong Kong, sostenitori dell’attuale guida del paese Leung Chun-ying, appoggiato dalla Cina comunista, invece, hanno ottenuto 47 seggi.

EDUCAZIONE PATRIOTTICA. Nei giorni scorsi, prima delle elezioni, il governo di Leung aveva subito una netta sconfitta: dopo l’enorme manifestazione dello scorso 8 settembre e lo sciopero della fame degli studenti, il governo ha sospeso la sperimentazione dei corsi di “educazione patriottica” nelle scuole, che sarebbero dovuti partire obbligatori per tutti dal 2015, annunciando che sarebbero stati opzionali: «Saranno gli istituti scolastici a decidere quando e come introdurre l’educazione morale e nazionale nell’ambito del corso di studi». Le proteste di decine di migliaia di cittadini erano state causate dalla volontà del governo di far studiare il libro “Modello Cina”, che dava una visione distorta della storia cinese ed elogiava il Partito comunista.

SISTEMA ELETTORALE. La vittoria dei democratici ha portato ieri il 53 per cento degli aventi diritto alle urne, l’8 per cento in più rispetto al 2008. Il voto è andato per il 56 per cento ai partiti pro-democrazia (cioè il Partito Democratico e il Partito Civico) ma nonostante questo gli schieramenti appoggiati da Pechino hanno ottenuto più seggi. Il motivo risiede nelle maggiori risorse di cui dispongono i partiti appoggiati dal Partito comunista e nello “strano” sistema elettorale di Hong Kong, che nel 2047 tornerà sotto la Cina, ma che di fatto è già influenzata da Pechino. Hong Kong non è a tutti gli effetti una democrazia e il suffragio universale è ancora un miraggio. Gli aventi diritto al voto, circa 3,5 milioni di persone, possono eleggere solo 35 dei 70 candidati che si siedono in Assemblea. Gli altri 35 sono scelti dalle corporazioni economiche del paese, le “functional constituencies”, sulle quali Pechino riesce sempre ad esercitare la sua decisiva influenza.

VOGLIA DI DEMOCRAZIA. Nonostante il risultato sia leggermente inferiore a quanto previsto dai democratici, dovrebbero comunque aver raggiunto la soglia dei 24 seggi, indispensabili per porre il veto sulle decisioni politiche più importanti. L’aumento dell’affluenza dimostra la voglia di democrazia del Territorio, che rimane frustrata da Pechino che non vuole concedere il suffragio universale. A fare le spese di queste elezioni è il Partito democratico che, nonostante guidi l’opposizione da almeno 10 anni, ieri avrebbe ottenuto solamente 4 seggi. Il presidente Albert Ho ha ammesso la debacle e si è dimesso: «Credo che quello che abbiamo fatto nel 2010 sia utile al popolo di Hong Kong e abbia il sostegno generale. Ma i risultati parlano chiaro e io chiedo scusa a tutti».

STUDENTI IN RIVOLTA. Intanto però i democratici hanno ottenuto il grande risultato di fermare l’educazione patriottica nelle scuole. Gli studenti, che erano scesi in piazza e proclamato uno sciopero della fame, hanno dichiarato: «Le linee guida sono ancora là. I cittadini dovranno monitorare le scuole e l’esecutivo a lungo termine e questo sarà un compito molto noioso e duro. La popolazione di Hong Kong non può spendere ogni minuto della propria vita per difendere i propri figli da un sistema educativo politicamente parziale».

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