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Giornata mondiale della poesia. Perché nel 2013 uno studente dovrebbe amarla? Perché fa ancora scoprire il cuore dell’uomo e la realtà

marzo 20, 2013 Giovanni Fighera

Si celebra oggi la giornata mondiale della poesia. Che cosa significa «celebrazione»? Il termine deriva dal latino e significa «rendere affollato, partecipare in maniera numerosa ad un evento». Bene, ci chiediamo oggi chi frequenti la poesia, chi legga la poesia nel proprio tempo libero. Appartiene ai doveri o ai luoghi comuni questa celebrazione della giornata mondiale della poesia? Nel 2013, in una società postindustriale come la nostra, dove domina il potere della tecno-scienza e della finanza, ha ancora senso celebrare la poesia, assaporarne i versi, impararla a memoria?

Un amico mi confessava l’altro giorno che secondo lui la poesia è già morta ed è stata sostituita dalla musica, perché nessuno legge più poesia oggi, mentre tutti ascoltano la musica. Io gli ho risposto che la sua affermazione partiva da un equivoco, quello secondo cui le arti fossero separate tra loro, che musica e poesia non fossero intimamente connesse. Sul finire del Duecento Casella non musicava i testi poetici di Dante come ci è dato capire dal canto II del Purgatorio? Quando Dante lo incontra, gli chiede: «Se nuova legge non ti toglie/ memoria o uso a l’amoroso canto/ che mi solea quetar tutte mie doglie,/ di ciò ti piaccia consolare alquanto/ l’anima mia, che, con la sua persona/venendo qui, è affannata tanto!». Allora Casella inizia a cantare una poesia di Dante: «Amor che ne la mente mi ragiona». Per caso le poesie provenzali non venivano accompagnate con la musica, così come tanti componimenti successivi? E la poesia stessa non ha una sua musicalità? Pensiamo ai versi del Petrarca in cui il poeta descrive il vecchierello che parte con grande desiderio per andare a incontrare la Veronica a Roma («Movesi il vecchierel canuto et biancho») e la lentezza con cui incede dopo poco tempo per la stanchezza («Indi trahendo poi l’antiquo fiancho/ per l’extreme giornate di sua vita»). Il verso ha un ritmo, degli accenti che rallentano, velocizzano, trasmettono impressioni, creano immagini come quando Petrarca scrive: «Solo et pensoso i più deserti campi/ vo misurando a passi tardi et lenti». Noi ci immaginiamo allora il poeta che misura il campo, confrontando la lunghezza del campo con l’unità di misura del suo passo. Il ritmo diventa quello di un passo di uomo.

Certo, la provocazione del mio amico testimonia che oggi sembra essersi avverato quanto aveva profetizzato Leopardi due secoli fa sullo Zibaldone a proposito della poesia. L’acculturamento di massa avrebbe creato una letteratura commerciale per tutti e la poesia sarebbe divenuta sempre più lettura per pochi.

Ma è proprio vero che la poesia, quella grande, quella con la P maiuscola, sia solo per pochi? Racconta Franco Sacchetti nel Trecentonovelle che Dante un giorno si arrabbia con un fabbro e gli storpia gli arnesi del mestiere. Quando il fabbro gli chiede ragione di ciò, Dante risponde che anche il fabbro ha storpiato la sua opera declamandola non alla lettera e, quindi, modificandone le parole. Al di là del divertente racconto, la vicenda testimonia della popolarità che l’opera di Dante conseguì fin da subito tanto che il popolo amava imparare a memoria i versi del capolavoro. La Commedia era conosciuta da tutti, interessava tutti. Per caso, le opere di Shakespeare hanno perso la loro capacità di comunicare all’uomo di oggi, a distanza di quattrocento anni? Al contrario, sorprende il fatto che i suoi drammi siano fra i più rappresentati sul palcoscenico teatrale e che vengano riletti, continuamente sceneggiati per versioni cinematografiche, certo a volte con vistose e sgradevoli storpiature. La grande poesia è immortale. Se vogliamo celebrare davvero la poesia, dobbiamo frequentarla, leggerla, farla diventare nostra, portarla dietro con noi, assaporarne i versi a memoria, scoprire che i grandi poeti sono nostri amici e contemporanei (come scrive Machiavelli nella bellissima lettera al Vettori del 10 dicembre 1513), perché sanno esprimere quello che anche noi viviamo e proviamo, le nostre stesse ansie e le nostre aspirazioni, l’ardore e la paura del vivere, l’horror vacui e il desiderio dell’assoluto.

Scrive Leopardi, forse il più grande genio poetico contemporaneo, nello Zibaldone: «Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggimento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa); servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo». In maniera analoga papa Benedetto XVI, parlando agli artisti, ha detto che la bellezza permette di riaccendere sempre l’entusiasmo e la speranza dell’uomo.

La parola ha una potenza incredibile! Ha la capacità di rievocare immagini, fatti, emozioni! Pensiamo che il termine «parola» deriva da «parabola», che a sua volta proviene da un verbo greco che significa «mettere a confronto, paragonare». La parabola è, infatti, un genere letterario che consiste nel racconto di un fatto o di una storia per comunicare un concetto più complesso. La parola è, quindi, in sé e per sé già un racconto, una storia, la rievocazione di un’avventura, di una vicenda umana, che nasconde in sé l’affermazione di un significato e di un senso.

L’atto poetico ha a che fare con l’uso della parola. L’ingegno poetico usa una parola al posto di un’altra e muove il lettore o l’ascoltatore alla scoperta della verità e della storia che è nascosta sotto quel termine. La poesia diventa così scoperta, impone un processo conoscitivo alla ricerca della verità nascosta e, ad un tempo, rivelata. Ecco perché Ungaretti scrive ne «Il porto sepolto»: «Vi arriva il poeta/ E poi torna alla luce con i suoi canti/ E li disperde// Di questa poesia/Mi resta/Quel nulla/Di inesauribile segreto».

Per questo Emanuele Tesauro, autore del Cannocchiale aristotelico, il trattato di retorica più famoso del Seicento, scrive: «Se tu di’: “Prata amoena sunt“, altro non mi rappresenti che il verdeggiar de’ prati; ma se tu dirai: “Prata rident“, tu mi farai (come dissi) veder la terra essere un uomo animato, il prato esser la faccia, l’amenità il riso lieto. Tal ché in una paroletta transpaiono tutte queste nozioni di generi differenti: terra, prato, amenità, uomo, anima, riso, letizia. E reciprocamente con veloce tragitto osservo nella faccia umana le nozioni de’ prati e tutte le che passano fra queste e quelle, da me altra volta non osservate».

Per questo la poesia non può morire, proprio perché coincide con quest’uso sapiente della parola che è, in un certo senso, espressione stessa dell’uomo, del suo ingegno, della sua ricerca della verità. La poesia è testimonianza di un cammino dell’uomo che ha preso coscienza di sé nel tempo della storia.

Per questo grande è la responsabilità del poeta. Nella lettera agli artisti del 1999 papa Giovanni Paolo II scrive: «Tocca a voi, uomini e donne che avete dedicato all’arte la vostra vita, dire con la ricchezza della vostra genialità che in Cristo il mondo è redento: è redento l’uomo, è redento il corpo umano, è redenta l’intera creazione […]. A contatto con le opere d’arte, l’umanità di tutti i tempi – anche quella di oggi – aspetta di essere illuminata sul proprio cammino e sul proprio destino».

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1 Commenti

  1. ragnar scrive:

    La poesia é una delle arti piú elevate, dunque sono d’accordo nel promuovere una simile iniziativa. Peró per favore: basta con la poesia in lingua italiana, greca o latina! É ora che questo tipo di poesia faccia come Baglioni (qui a buon intenditor poche parole)… Io sono a favore della poesia in lingue regionali. Come non annoverare tra i massimi poeti della storia italiana gente semi-sconosciuta come: Giuseppe Gioacchino Belli (noto ai romani per i suoi sonetti dissacranti), Carlo (el Carla) Porta (noto tra l’altro per aver tradotto la Divina Commedia in milanese), Nino Costa (noto per poesie del periodo della seconda guerra mondiale di ambito popolare e anche religioso in lingua piemontese)

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