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Giacomo, 14 anni, ci ha lasciati (e la primavera pulsa sotto questa neve bianca)

febbraio 25, 2013 Annalisa Teggi

L’avevano annunciata ed è puntualmente arrivata, la neve. Eppure fino a due giorni fa non ci avrei creduto: l’aria era meno fredda del solito e dando un’occhiata a miei pochi metri di giardino mi sembrava che tutto parlasse di primavera; le rose sono piene di nuovi getti, su molte piante ci sono già dei grossi boccioli e appena sotto il primo strato di terra s’intravedono dei germogli pronti a sbucare fuori. Poi tutto si è rannuvolato, prima è arrivata la pioggia, poi il nevischio. E capita sempre che le condizioni meteorologiche avverse precipitino improvvisamente proprio nei momenti della giornata in cui sei più indaffarato.
Ero immersa in questi banali rimuginamenti dell’egoismo quotidiano – borbottamenti e lamentele di chi si destreggia tra ombrelli, il delirio dei parcheggi sovraffollati davanti a scuola quando piove, bambini da prendere e caricare in macchina con borse e borsoni – quando ho visto attorno a me tutti i ragazzi della scuola che frequenta mio figlio maggiore piangere. Ho saputo così che Giacomo, 14 anni, era morto; un colpo sordo scende nel cuore quando l’irruenza degli imprevedibili disegni del destino arriva così vicino. Non lo conoscevamo di persona, ma a casa nostra si pregava per lui, da quando ci avevano detto che era in ospedale; poi, così all’improvviso, ieri quella speranza, che non ti si schioda di testa quando c’è una vita che soffre, si è tramutata in qualcosa di molto diverso. Ecco l’inverno, quello che scende freddo e inatteso quando tutto parla di primavera.

«E non vedevi il fior degli anni tuoi» – così Leopardi scrisse di Silvia, prematuramente scomparsa quando «lieta e pensosa il limitar di gioventù» saliva. Saliva, certo. Perché la gioventù si protende come il germoglio pronto a sbocciare sul ramo. Ma se il virgulto viene sommerso dalla coltre fitta dell’ombra che s’accompagna alla morte, riappare anche quella tentazione suprema ad assediare la vista e i pensieri: allora, è vero, siam ben poca cosa; tutto è così fragile; davvero tutto perisce.

Di quali grandi battaglie potremo fregiarci e inorgoglirci se quella battaglia che ciascuno gioca a tu per tu con la morte ci vede in ogni caso sconfitti? Questo lucidamente si chiedeva un re potente di nome Guthrum, che il signor Chesterton immaginò pensoso e triste proprio all’apice del suo successo come guerriero: nel poema La ballata del cavallo bianco, quel re vittorioso, che poteva vantarsi di un potere grande conquistato infliggendo la morte sul campo di battaglia a innumerevoli nemici, constatava infine di essere inerte di fronte a questo pensiero: «e una lacrima è già nel fiore più piccolo, perché ogni fiore, come il fiore di mare, ha l’odore salato della morte».

La vista può essere ingannata da questa fitta coltre che copre tutto, ma sotto di essa restano i boccioli, i germogli, i getti che io ho visto nel mio giardino. E c’è una voce che s’azzarda a rispondere a quel re triste e pensoso. Il signor Chesterton immaginò, in una delle sue poesie più celebri, di far parlare un bambino non ancora nato. Non c’era dietro nessuna battaglia sull’aborto, bensì qualcosa di più complessivo e vicino all’esperienza di tutti: era il tentativo di dar voce all’io di ciascuno di noi, immaginando che fosse solo e ancora il grido di chi dal buio desidera esistere, cioè essere tolto al vuoto del nulla. E quella voce bambina, che solo conosce l’oscurità del non essere, proclama infine: «meglio un’ora, e poter piangere e combattere, piuttosto che questo infinito vuoto a misurare l’impero della notte». Qualsiasi neve scenda sul nostro umano, sotto rimane questa primavera, per cui tutti sappiamo bene che gigantesco dono sia il darsi della vita. Per tutto il poco o tanto tempo in cui si dà, nel modo in cui si dà; meglio un’ora e poter piangere e combattere, piuttosto che l’infinito vuoto.

Tutti lo sanno, tutti lo sappiamo che sotto c’è questa primavera; qualsiasi «se, ma, però» si scioglie, come prima o poi farà anche questa neve, di fronte al dato che è la vita. Non è semplicemente un «principio non negoziabile» dei bigotti cristiani, è un’evidenza amabile di tutti. E tutti lo sanno, tutti lo sappiamo; perché noi non viviamo nella bolla di sapone della campagna elettorale, ma nel vivo pulsare delle cose, dove fatti piccoli e grandi (tragici e comici) ci si parano davanti imprevisti e improvvisi, sbriciolando ogni mera ideologia non aggrappata e avvinta dalla tremenda meraviglia che è l’esserci.

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1 Commenti

  1. massimo scrive:

    Ma pensa chi se ne frega.

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