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@Pontifex twitta (e così ci indica la via verso casa)

dicembre 11, 2012 Annalisa Teggi

C’è chi ha detto che assomiglia a una marca di materassi o di preservativi. @Pontifex, l’account ufficiale del papa su Twitter, ha suscitato un profluvio di battute più o meno ovvie, più o meno ironiche. Non me ne scandalizzo, penso piuttosto che anche dal tipo di spontaneità debordante dell’anonima folla di username dei social network salti fuori una qualche verità sul nostro attuale guazzabuglio umano. Su Twitter non c’è l’ironia sofisticata della satira ufficiale e non c’è neppure l’umorismo sano e sguaiato del comico che si vede alle sagre; in molti casi c’è solo il lasciarsi andare al tripudio chiassoso di ridicoli luoghi comuni. E figuriamoci se il Papa non dà adito a beffe e scherni. È sempre stato così, e – penso e lo ripeto – anche le beffe più triviali ci dicono qualcosa di chi le fa. I soldati romani che sbeffeggiarono Cristo lo cinsero con una corona di spine e gli diedero da bere aceto. Erano romani, gente sveglia; per ridicolizzarlo gli porsero versioni deformi di sovranità e cibo, dimostrando così di aver intuito che il problema di quell’uomo riguardava uno strano miscuglio di regalità e umanità. Noi dimostriamo tutt’altro e Pontifex ci fa ridere perché pensiamo alle telepromozioni di materassi e ai preservativi. Forse davvero siamo un po’ materassi e preservativi e forse non nel senso che abbiamo trovato una stabile quiete e ci curiamo di preservare qualcosa; più che altro siamo addormentati e veneriamo il nostro egoismo fino al punto di preservarlo dall’impegnarsi a preservare la specie.

Fa gola anche al potere avere gente addomesticata e adagiata a riposo nel regno del piacere usa e getta: a questi poveracci bastonati dalla crisi si possono concedere almeno le grazie della Dea Bendata. Come non interpretare così il significativo aumento di incentivi a favore delle multiformi attività legate al gioco d’azzardo, che viene tassato meno del pane (come dimostra un recente dossier fatto da Avvenire). Però l’ipotesi di felicità di un uomo sveglio non può essere quella della slot machine e del poker. Sperare in una mano buona non è davvero sperare; è piuttosto arrendersi a credere che la vita sia un’amara tragicommedia. È comodo e tremendo attendere un caso straordinariamente buono standosene seduti a grattare un foglio di carta; è assurdo pensare che la vita sia una roulette. Non è una passeggiata, siamo d’accordo; ma l’azzardo vero è trattarla come un’avventura – che è l’opposto del motto in base a cui solo uno su mille o su un milione ce la fa.

Le fiabe sono molto istruttive da questo punto di vista: di solito il castello dove è imprigionata la principessa è sempre in un luogo impervio e pericoloso. Costa fatica liberarla. Il signor Chesterton annovera una storia basata su questo genere di avventura come il suo primo ricordo infantile; suo padre aveva costruito un teatrino di cartone e lui si entusiasmò nel vedere una particolare scena rappresentata in quel piccolo spazio incantato e domestico: «La primissima cosa che ricordo d’aver visto, davvero con i miei occhi, è un giovane che attraversa un ponte. Aveva baffi arricciati e un piglio sicuro, che sfiorava l’arroganza. In mano, teneva una chiave sproporzionatamente grande, di splendente color ocra, e indossava una larga corona d’oro, o dorata. Il ponte che attraversava, da un lato spuntava dal bordo di un temibile baratro di montagna, e dall’altro raggiungeva la cima della torre di un castello merlato» (dall’Autobiografia). Quel giovane stava andando a liberare una principessa imprigionata nella torre e Chesterton rimase colpito, più di ogni altra cosa, da quel ponte, perché la forma stretta e arcuata di quella struttura accentuava ancora di più nella sua immaginazione la voragine degli abissi che si aprivano al di sotto. Eppure la via per arrivare al castello c’era e quel giovane aveva una grande chiave per aprire la porta del castello.

Questa immagine rimase scolpita nella memoria di Chesterton con un sigillo di indubitabile felicità e non gli fu difficile, da adulto, riconoscere il senso di una gioia ancor più grande quando si accorse che la fiaba non era una favola e che davvero a un povero pescatore di Galilea fu affidato il compito di essere Pontifex Claviger. Gli fu affidato il compito di camminare insieme agli uomini indicando la via sicura di un ponte gettato sopra ogni abisso, vertigine e paura. Sicuro al punto da sembrare quasi arrogante, con quella chiave in mano così straordinariamente grande. Audace nel camminare su un’impalcatura gettata sopra i dirupi dello scetticismo, del pessimismo e del nichilismo; mostrando che il nostro cuore non è né un remoto recesso oscuro, né un salotto da conversazioni in poltrona, ma è un castello. Chi l’ha costruito non era bendato, l’ha fatto imponente – con alte torri che sfiorano in cielo e anche con sotterranei che s’insinuano nel buio della terra. C’è una chiave che rende questo castello abitabile ed amabile, non sottraendogli la prerogativa dei suoi imponenti slanci e anche la vertigine dei propri nascondigli oscuri.

Che scriva encicliche, impartisca benedizioni in ogni lingua esistente, celebri messa o twitti, nella voce di chi ci porta quella chiave permane il compito di Pontifex, quello di entrare nelle altalenanti montagne russe dei discorsi degli uomini, indicando la via di casa – a chi crede di essersi perso, e a chi crede di essere già nel suo paradiso personale. E per questo saranno adeguati anche i 140 caratteri dei tweets che da domani manderà al mondo; in fatto di efficacia comunicativa il suo datore di lavoro (così lo definiscono quelli che parlano di materassi e preservativi, pensando a Morgan Freeman e Jim Carrey) ha dato l’esempio: per annunciare che la speranza era entrata nel mondo cominciò dal vagito di un bambino.

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