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Contro certe «rivolte rivoltanti» niente di meglio del digestivo acrobatico chestertoniano

maggio 5, 2015 Annalisa Teggi

I recenti fatti di Milano mi hanno fatto venire la nausea. Non solo in senso letterale, ma anche letterario. Mi hanno, cioè, ricordato un brano in cui Chesterton parla della digestione (e che non è riferito alla sua nota predilezione per l’arte culinaria). Il romanzo L’uomo che fu giovedì comincia con l’incontro di due poeti in un giardino nei sobborghi di Londra: hanno due visioni opposte sull’arte, cioè sui concetti di ordine e disordine. Il poeta Gregory è un fervente seguace dell’ideale anarchico, della libera e caotica creatività; il poeta Syme ritiene che non ci sia nulla di più poetico dello stomaco che digerisce. Forse, di primo acchito, è più esaltante la visione di Gregory. Ma, ascoltando meglio la loro discussione, può sorgere qualche insolito spunto.

«L’artista è identico all’anarchico, – dichiarò Gregory – e si possono anche invertire le parole: l’anarchico è un artista. L’uomo che getta una bomba è un artista, perché preferisce un singolo momento grandioso a qualsiasi altra cosa. Sa che un’esplosione di luce accecante e il fragore irripetibile di un tuono perfetto sono più preziosi della stupida vita di un qualche insulso poliziotto. L’artista disprezza ogni sorta di governo e abolisce tutte le convenzioni. Il poeta gode solo del disordine. Se così non fosse, la cosa più poetica al mondo sarebbe la metropolitana».

«Ed è così» disse il signor Syme.

«Assurdo! – replicò Gregory, che diventava molto razionale appena qualcuno esponeva dei paradossi – E allora perché tutti gli impiegati e gli operai che s’incontrano sulla metropolitana sono così tristi e stanchi, terribilmente tristi e stanchi?»

chesterton-ansa-home«Siete voi a non essere affatto poetico! – rispose il poeta Syme – Se quel che dite degli impiegati è vero, allora sono prosaici come la vostra poesia. Quel che è raro e insolito è colpire il bersaglio; mentre è frequente e ovvio mancarlo. Diciamo che è un’impresa epica quando un uomo colpisce un uccello lontano con una sola freccia. Non è altrettanto epico quando un uomo raggiunge una stazione lontana con un solo veicolo? […] ogni volta che un treno entra in stazione a me pare che si sia fatto largo tra barricate di truppe assedianti e che l’uomo abbia vinto la battaglia contro il caos. […]».

Gregory scosse la sua grossa testa rossa mostrando un placido e triste sorriso.

«Ve lo chiedo di nuovo, – incalzò Syme irritato – cosa c’è di poetico nell’essere in rivolta? È come dire che è poetico avere il mal di mare. La nausea è una rivolta. Essere nauseati ed essere ribelli può essere la stessa cosa, in certe disperate occasioni, ma che mi colpisca un fulmine se capisco cos’hanno di poetico! La rivolta in termini astratti è… rivoltante. È puro rigurgito. Ciò che va nel verso giusto è poetico! La nostra sacrosanta e silenziosa digestione, ad esempio, che procede nel verso giusto, ecco il fondamento di tutta la poesia. Sì, la cosa più poetica in assoluto, ancora più poetica dei fiori e delle stelle… è che il mondo non ha la nausea».
(da L’uomo che fu Giovedì)

Una rivolta (sacrosanta o assurda che sia) è sempre rivoltante: comincia da qualcuno che ha la nausea di qualcosa. Si potrà anche dire che Chesterton ha scelto un esempio non proprio di buon gusto, ma come sempre lui tendeva a cogliere qualcosa di vero nell’esperienza comune di tutti. E il rigurgito è senz’altro un esempio lampante del fatto che «andare contro corrente» è una forzatura (e lo è anche nei casi in cui lo si deve assolutamente fare). Ma ciò che qui Chesterton ha a cuore è mostrare la grandezza dell’invisibile, la cattedrale eretta dalle cose ordinarie. Noi ci nutriamo di digestioni, letteralmente e simbolicamente: diventa nutriente ciò che compie il suo ciclo vitale e segue un percorso fruttuoso. Nell’universo ci sono, senz’altro, esplosive eccezioni; ma l’universo consiste soprattutto di ordinate ripetizioni.

E non ci pare monotono che il sole sorga ogni giorno o che il pesco fiorisca ogni primavera, eppure nell’ambito delle azioni umane, la ripetizione ordinata ha un connotato negativo: l’impiegato che va tutti i giorni sullo stesso treno alla stessa ora è un’immagine avvilente – se non decisamente triste. Però, a ben vedere, in quest’ultimo caso non è la ripetizione a essere negativa in sé; quel che è controproducente è il nostro assuefarci al medesimo gesto. Di conseguenza, ogni azione che rompe gli schemi, anche fatta senza scopo e senza senso, ci appare vivace e attraente.

Ma stravolgere non è di per sé un’azione eroica, e questo forse lo intuiamo già, avendo ancora negli occhi lo scempio della città di Milano; invece, ci risulta più difficile comprendere che sia davvero eroico seguire l’ordine delle cose. Non parlo di adeguarsi alla norma o di seguire il gregge, che sono esempi estremi di ordine rispetto a cui Chesterton disse che «solo una cosa viva può andare contro corrente».

Il modo in cui Chesterton ha risvegliato i suoi lettori ad andare contro corrente non è il rigurgito rivoltante a cui ho accennato prima: è un trattenersi dalla consuetudine inerte, è costringersi ad accorgersi dei propri gesti. La rivolta di cui abbiamo bisogno non è quella che disintegra l’ordine, ma quella che ci fa rendere conto della meraviglia feconda che c’è nell’ordine. Come ogni rivolta, anche questo atteggiamento è forzato, cioè dobbiamo imporcelo. Però non è distruttivo, bensì acrobatico. Il compito quotidiano di ogni persona è qualcosa di poco interessante perché è obliterato e monotono; ci siamo ridotti a pensare questo. Ma è falso. È come se dicessimo che la digestione non è una funzione interessante perché è sempre uguale. Di sicuro, è una ripetizione che ci tiene in vita.

È facile per noi cogliere l’entusiasmo in una eccezione, perché siamo pigri e ci punzecchiano solo gli stimoli affilati. Eppure l’entusiasmo più clamoroso dovrebbe essere rivolto a quell’invisibile presenza di un mondo che non ha la nausea, a quella ripetitiva consuetudine che edifica. Dio non si stanca di veder sbocciare ogni margherita e può essere – scrive Chesterton in Ortodossia – che lo stesso Dio se ne stia acquattato ad attendere l’alba di ogni mattina, sussultando come un bimbo che dice: «Ancora! Ancora!». Vedremo mai un impiegato sulla metropolitana di lunedì mattina sussultare: «Ancora! Ancora!»? Ma, se lo vedessimo, scuoteremmo la testa dicendo che è matto? Abbiamo l’impressione di aver colto il bersaglio ogni volta che portiamo a termine qualcosa, fosse anche solo infilare i panni nella lavatrice, accompagnare i figli a scuola, infilare la chiave nella toppa di casa a sera?

Per assumere questo punto di vista sulle cose semplici e quotidiane che ci riguardano occorre un rovesciamento di prospettiva, un esercizio acrobatico: è un’abitudine ginnica a non abituarsi alla vita. E noi chestertoniani abbiamo l’abitudine di ritrovarci per fare questi sani esercizi acrobatici; ed è una ginnastica di cui la nostra contemporaneità ha davvero bisogno, visto che l’unico modo interessante per stare svegli sembra essere quella viscerale contrapposizione violenta che si scatena talvolta nelle piazze, ma è quotidianamente presente nelle nostre tante interazioni sociali e virtuali.

Sabato 9 maggio alle ore 17 a Roma presso la sede della Civiltà Cattolica (via di Porta Pinciana 1) si svolgerà l’annuale convegno chestertoniano, che quest’anno s’intitola “Un vescovo vestito da clown. Cosa significa ‘fare apologetica’ nel Terzo Millennio?”. Vi aspettiamo.
Convegno Civiltà Cattolica Chesterton2015 con logo

Foto Ansa


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