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Cina-Vaticano. «Il dialogo è necessario, ma la sbornia di ottimismo è ingiustificata»

maggio 13, 2015 Leone Grotti

È da gennaio che i media parlano, in modo più o meno entusiasta, del riavvicinamento tra Vaticano e Cina. Perché «le prospettive siano giudicate tanto promettenti dalla parte del Vaticano» e di alcuni giornalisti ancora non si sa. Ma un cardinale come Joseph Zen Ze-kiun, arcivescovo emerito di Hong Kong, preferisce restare cauto: «Forse c’è qualche segreto che non conosciamo. Ma a guardare le cose da vicino, non c’è alcuna ragione per essere ottimisti».

«SANTA SEDE DIALOGHI». Le voci su un riavvicinamento si inseguono da mesi. A gennaio, due interviste a importanti vescovi cattolici cinesi, pubblicate da Gianni Valente su Vatican Insider, spingevano con forza perché «la Santa Sede dialoghi con il governo cinese. Il problema dei rapporti della Chiesa con il potere politico va affrontato al più presto. Se viene risolto il problema dei rapporti con il governo, anche le divisioni tra cattolici potranno col tempo essere sanate».

PAPA FRANCESCO DISPONIBILE. Non è una novità che papa Francesco stia facendo di tutto per tendere una mano a Pechino, ricevendo in cambio messaggi contrastanti dal partito comunista cinese. Il Papa, sorvolando tre volte la Cina, cosa che nessun altro Pontefice aveva mai fatto, ha scritto altrettante lettere al presidente Xi Jinping. Lettere ufficialmente «apprezzate» dalla gerarchia comunista.

BOTTA E RISPOSTA. A marzo, una televisione di Hong Kong in buoni rapporti con Pechino, Phoenix Tv, ha intervistato il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, che ha auspicato il miglioramento dei rapporti tra Cina e Vaticano e il cosiddetto “modello Vietnam”. Una posizione ribadita pochi giorni dopo anche dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano. Alle dichiarazioni, Hong Lei, portavoce del ministero cinese degli esteri, ha risposto: «La Cina è sempre sincera nel [voler] migliorare con il Vaticano e ha fatto continui sforzi per questo scopo. Noi vogliamo avere un dialogo costruttivo con il Vaticano… Speriamo che il Vaticano possa creare condizioni favorevoli per il miglioramento delle relazioni».

SITUAZIONE COMPLESSA. Al di là della risposta ufficiale standard, quali sono queste «condizioni favorevoli» a cui accenna Hong? Una buona parte del problema sta tutto qui. Poiché la Conferenza episcopale cinese non riconosce l’autorità del Papa, considerato dal partito comunista un pericoloso capo di Stato straniero, il Vaticano non la considera valida. Attualmente, il suo presidente è un vescovo illegittimo. In Cina, inoltre, esiste un ente legato al partito che offre un surrogato della Chiesa cattolica, l’Associazione patriottica. Questa organizza messe, catechismo, seminari, ordinazioni di vescovi illegali (che spesso vengono scomunicati), come fosse la Santa Sede, e nonostante nel 2007 Benedetto XVI abbia abolito in una lettera la distinzione tra comunità cattolica ufficiale e sotterranea, chiedendo un riavvicinamento, il processo non si è ancora concluso.

«NON C’È LIBERTÀ RELIGIOSA». Per il cardinale Zen, intervistato da L’Homme Nouveau, non si può dialogare con la Cina, come se fosse un qualunque altro paese. «Il governo cinese – spiega – resta totalitario e la libertà religiosa non esiste. Di recente, hanno rimosso le croci da numerose chiese e ne hanno demolite altre. Due vescovi sono ancora in prigione. Forse uno dei due è morto. (…) Da dove deriva quindi questa sbornia di ottimismo?».

«IN CINA TUTTO È POLITICO». Una delle cose più difficili quando si tratta con Pechino, continua l’arcivescovo emerito, è capire con chi si sta parlando: «In Cina tutto è politico. E politica fa rima con lotta di potere. Tutto il mondo sa che oggi c’è una lotta ai vertici tra [l’attuale presidente] Xi Jinping e [uno degli ex presidenti] Jiang Zemin. (…) Chi è che vuole parlare con il Vaticano? Quelli della fazione di Xi o di Jiang? (…) Noi non vediamo alcuna ragione per essere euforici. Non capiamo proprio ma non ci vogliono ascoltare. Io sono molto inquieto. Tanti non possono parlare. Io sono cardinale e la mia voce ha un peso. Allora non ho paura. Forse è la voce di uno che grida nel deserto ma devo dire quello che ho da dire».

PROBLEMA VESCOVI. L’alto prelato, nato a Shanghai, sottolinea di non voler «rifiutare il dialogo, perché il dialogo è necessario. Ma bisogna interrogarsi sulla buona volontà del governo cinese. Il discorso ufficiale sui vescovi è sempre lo stesso: loro fanno delle elezioni, che poi vengono approvate. Infine il governo chiede al Vaticano di accettare. Ma le elezioni in Cina non esistono, sono come racconta la famosa barzelletta»: Il vincitore si conosce prima ancora di votare. Così funziona «anche all’interno della Conferenza episcopale cinese».

MODELLO VIETNAM. Per le ordinazioni episcopali in Cina è stata evocata la soluzione vietnamita: il Vaticano propone dei candidati e sta al governo comunista accettarli o meno. Se non vengono accettati, bisogna trovarne altri. Ma il cardinale Zen non è convinto: «In Vietnam non c’è l’Associazione patriottica. Il governo ha provato a crearla, ma è rimasta marginale. Chiesa e governo sono acerrimi nemici in Vietnam e questo crea una certa libertà per i vescovi, che possono anche andare a Roma: possono partecipare ai Sinodi, fanno le visite ad limina, eccetera. I nostri vescovi in Cina non possono, il governo controlla la Chiesa. La Chiesa patriottica vuole avere più preti di quella clandestina». Il dialogo tra Cina e Vaticano dunque non è impossibile, né inutile. Ma è difficile e necessita di alcune garanzie per essere efficace.

Foto Ansa


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