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Auguri (in ritardo) a tutte le mamme che, mentre fanno cento cose, riescono anche a girare il ragù

maggio 15, 2013 Eva Anelli

La tenutaria di un blog su una (sconclusionata) mamma che arriva in ritardo sulla festa della mamma è degna di riprovazione. Ma, signori della corte, mi scuserete se “questa” festa della mamma l’ho presa un po’ strana, tanto da metterci un po’ per metabolizzarla e farne un post.

Da una parte ci sono stati i figli per i quali la festa della mamma coincide con il giorno in cui ti portano a casa il lavoretto dell’asilo e ti recitano tutto d’un fiato la poesia (laddove “dono dedicato” diventa, a seconda delle interpretazioni, “delicato” o “devicato” – no, non googlate quest’ultimo termine, non esiste) e non col giorno vero e proprio della festa della mamma, ovvero la seconda domenica di maggio (quel giorno, dopo che IO ho ricordato loro che quello era il giorno in cui avrebbero dovuto farmi gli auguri, mi hanno concesso “appena” un bacio al volo in monopattino; insomma, la stessa soddisfazione che spiegare le barzellette).

Dall’altra il pensiero che mamma, volente o nolente, lo si è anche in base all’esperienza di averne avuta una.

Ci sono mamme che non ci sono più, mamme che invece ci sono, e anche troppo.

Ci sono mamme con cui si è litigato parecchio, mamme con cui si è andati d’amore e d’accordo.

Mamme il cui modello rincorri per tutta la vita, altre di cui, adolescente, giuri sulla copertina di “Arena” dei Duran Duran: «Io coi miei futuri figli: mai come lei».

E anche… una mamma, faccio un esempio a caso, che dopo aver lavorato otto ore, cucinato, e messo a letto chi di dovere, cuce costumi di carnevale (quelli, sì, belli) fino alle 2 di notte. Che ti ascolta ripetere la lezione di storia delle medie (Medioevo… campi a maggese…) mentre gira il ragù, che se no s’attacca. Che non sbraita quando non ti trova nel letto un mattino (tralasciamo dove l’adolescente in questione aveva trascorso la tal notte), ma, quando gli occhi si ri-incrociano per la prima volta con la figlia dopo il misfatto, più che dall’incazzatura è sopraffatta dalla fatica di non lasciar trapelare che è appena trascorso il terrore che sia capitato qualcosa di male alla figlia (fessa) e che nel suo cuore sta sgorgando impetuosa gioia – immeritata, per l’adolescente – per la sua “ricomparsa”. Che ha la forza di salire le scale per asciugare delle lacrime, lassù nella camera da letto della figlia “Cassandra” mai creduta da nessuno e che invece quella volta aveva detto la verità, ma ha la misura di servire un «Ora però non esagerare» quando il pianto si prolunga, volutamente, troppo. Che, per amore della figlia, accoglie tutti (e di tutto) in casa: gente appena conosciuta, gente amica da lunga data, gente simpatica, gente antipatica; fidanzati, ex-fidanzati, amiche del cuore, persino preti e “gente di Chiesa”, lei figlia di un incallito fondatore di circoli Arci. Che non approva né condivide ma «Se sei felice tu, va bene» (concetto mai espresso verbalmente – perdita di tempo quando sono i fatti a parlare). Che ti fa vivere avventure come accompagnarti a vedere un film al cinema (La Sirenetta), finire in un fosso mentre fa manovra con l’auto, far recuperare l’auto medesima con delle funi a dei giovanotti che passavano di lì (l’unico pensiero riassuntivo della serata nella testa della figlia sarà: «La mia mamma è ancora bella»). Che sorvola sul suo cancro per chiederti come va il tuo mal di gola.

Una mamma che non è né la prima, né l’ultima, né l’unica, e lo sa.

Ma per te, sì: è la prima, l’ultima, l’unica. L’archetipo, quell’argilla da cui ha tirato fuori – a fatica, nel tempo, ritornandoci su, rifacendo da capo, scuotendo il capo, infine approvando pur continuando a modificare – una nuova figura di madre che ha i tuoi occhi e le tue mani: te. Occhi e mani che si emancipano dal ruolo di figlia e devono – devono! –  farlo, pena l’offrire ai propri figli la fotocopia di una madre, un’amichetta (ma di quelle ne trovano a bizzeffe, madri mica tanto), una spalla.

Un’eredità, questa, della mia madre curva e zoppa (scusa la verosimiglianza, madre, ma tu mi conosci fin da quando nel tema delle elementari “Descrivi la tua mamma” chiosai il ritratto con un «e ha le crosticine nelle orecchie» – perché gli orecchini ti facevano infezione, ndr), come una che dà tutto, anche – letteralmente – le ossa ai suoi cari, che conservo gelosamente. Un difficile, non sempre fluido, dare la staffetta a quella davanti che corre più veloce di te mente tu riprendi il fiato dopo aver corso a tutta birra il tuo pezzetto, conscia e felice di sapere che si sta correndo la stessa gara, anche se non si taglierà insieme il traguardo. Un perseguire, anche con determinazione, una meta (lasciar crescere la figlia – diventare, essere madre) non privo dell’umana tenerezza che accompagna ogni tentativo, ogni cambiamento.

Ecco, tutto questo pensare mi ha fatto arrivare al ralenti sulla festa della mamma, ma forse me l’ha fatta prendere in considerazione per la prima volta. E mi ha fatto anche ripensare alla scena di un capolavoro che adoro e ho visto molte volte coi miei figli, Up. In cui una moglie parla ancora (è morta) al marito tramite un pezzo di carta per augurargli: Le cose sono cambiate, ma l’avventura per te continua. Quel che la mia mamma con l’intera sua vita ha detto e ancora dice a me e che io mi permetto di rivolgere a tutte le mamme (e non) qui leggenti, all’inizio, in mezzo o alla fine del loro esser madri che siano: le cose son cambiate, non siamo più figlie-figlie, siamo figlie-madri: buona avventura.

Carl sfoglia l’ultima pagina, che non aveva mai visto prima, dell’album fotografico che la defunta e amata moglie gli ha lasciato in eredità, e, nell’angolo in basso a destra, legge con gli occhi una frase scritta di pugno dalla donna: «Grazie per l’avventura. Ora va’, e vivine un’altra! Con amore, Ellie» (Up, 2009).

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