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A Kate Middleton non fa paura nemmeno Wikipedia

luglio 19, 2012 Elisabetta Longo

29 aprile 2011: non c’era televisione, radio o computer che non fosse sintonizzato sul matrimonio reale tra William e Kate. Altro non si aspettava che la promessa sposa facesse capolino dall’auto, a braccetto del padre, perché erano mesi e mesi che si dibatteva su come sarebbe stato il vestito da sposa. E poi eccolo lì, sotto gli occhi di miliardi di persone, semplice con una parte superiore in pizzo bianco, eppure firmato da Sarah Burton, stilista di Alexander McQueen. Quel vestito, entrato nella storia, è stato poi esposto al pubblico in una mostra a Buckingham Palace, di modo che tutti potessero ammirare la bellezza di quell’abito dal valore di 280 mila euro semplicemente acquistando un biglietto di una quindicina di sterline. Più di seicento mila visitatori sono accorsi per trattenere il fiato di fronte a tanta bellezza.

Ma c’è stato chi ha voluto convincere il mondo che in realtà l’abito del matrimonio di Kate non sia niente di interessante anzi, nessuno ne avrebbe dovuto scrivere. Quando qualche autore di Wikipedia ha inserito la voce relativa al vestito di McQueen, nei forum dell’enciclopedia libera, si è scatenato il dibattito. “Perché inserirla, se è una notizia senza nessun coinvolgimento, senza nessuna importanza pubblica?” Qualcuno ironicamente ha anche aggiunto “Facciamo allora anche una voce per le sue scarpe?”. Alla fine il quesito, posto direttamente dagli utenti al cofondatore di Wiki, Jimmy Wales, ha stabilito che la voce doveva rimanere dov’era stata posta perché il contributo alla moda e al costume moderno dato da Kate Middleton, era tale da non poter essere ignorato. Ed è proprio Wales a raccontare di questo strano caso di censura all’interno di una convention di Wiki.

Anche alle duchesse può quindi capitare di venire ignorate o snobbate perché non ritenute importanti. Eppure su Wikipedia chiunque voglia essere autore può farlo e difficilmente la censura si abbatte sulle castronerie su cui talvolta cade l’occhio. Più volte negli ultimi anni c’è stato chi ha protestato per alcuni contenuti, come l’ex assistente di John Fitzgerald Kennedy, che si è visto tacciare di coinvolgimento nell’omicidio del suo presidente, pur non essendo coinvolto nel processo. Nel 2007 il New York Times riportava la notizia che nei tribunali statunitensi, al momento di deliberare, in molti andassero a controllare su Wikipedia le voci relative agli indiziati o a casi simili. Un metodo più che inaffidabile, perché basato sulle convinzioni colpevoliste o innocentiste dell’autore. Stesso discorso vale poi per tematiche di rilevanza internazionale note per la loro ambiguità come il conflitto israeliano palestinese, lo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale e le inesattezze sugli autori di letteratura o cinematografia. Wales, durante la protesta contro la norma sulle intercettazioni, ha affermato che «se si tratta di difendere la libertà di parola e il diritto di accedere alla conoscenza, Wikipedia ci sarà sempre». Sopratutto se riguarda qualche notizia sbagliata.

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1 Commenti

  1. Leonardo Giordani scrive:

    Ritengo che, come ogni strumento, Wikipedia comporti un rischio e vada quindi usata con intelligenza, sia da chi scrive che da chi legge. D’altronde i nostri quotidiani, che si fregiano di essere indipendenti e di avere alle spalle scuole di giornalismo e persone che fanno della notizia una professione talvolta pubblicano notizie menzognere, falsate, inesatte.

    Dico “talvolta” per rispetto a chi, tanti, per fortuna, e tra questi molti amici, mette l’anima nel suo lavoro di giornalista, ti racconta ancora con gli occhi lucidi la bellezza o il dramma visti nel fare il proprio lavoro. Ma basta una veloce scorsa al Corriere o a Repubblica (versione cartacea, quella Web in estate è peggio di Playboy) per far venire la tentazione di modificare questo “talvolta” in “spesso e volentieri”.

    Ogni strumento, dicevo, ha dentro un rischio. Ogni mestiere ha un rischio. Educo un figlio, potrei farne un delinquente. Guido un’auto, potrei uccidere un pedone. Scrivo un articolo di giornale, potrei falsare la notiza. Creo uno strumento di condivisione della conoscenza, potrei dare spazio a chi lo usa male.

    Vorrei spezzare una lancia a favore della comunità di Wikipedia che in generale si dimostra attenta e pronta a rimuovere le inesattezze. Sono sorti dibattiti storici su certi articoli, ma d’altrone quale giornalista non avrebbe un momento di paura se gli chiedessero di scrivere un libro sulla guerra in Albania? A meno di non voler scrivere un trattato di demagogia di regime, ovviamente.

    Che si sia scatenato il dibattito sull’opportunità o meno di parlare del vestito della reale sposina non può che far piacere, visto che sul Corriere stamattina ci sono ben 15 fotografie e articoli di vip in spiaggia, bellamente a fianco di stragi, malati mentali mandati a morte e la foto di un uomo che è morto per difendere il paese dalla mafia.

    Sì, su Wikipedia le inesattezze sono molte, ma chiunque le può correggere e contribuire a rendere la notizia migliore. Se il Fatto Quotidiano insulta alla morte Saverio Romano quest’ultimo, anche dopo l’assoluzione, non può in alcun modo rettificare su quelle pagine le notizie su di lui.

    La comunicazione non è uno strumento a senso unico. Chi fruisce di televisione, giornali, libri e Internet, così come chi ascolta un politico, un venditore, un amico che racconta delle vacanze, un passante mai visto prima, deve essere parte attiva nella comunicazione, usando l’intelligenza e la capacità di giudizio. Che come due regole supreme ha due domande: “Sa quel che dice?” e “Mi posso fidare?”.

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