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Bertinotti, la tecnocrazia e il rapporto uomo-donna: «Ci salveranno i barbari senza barbarie»

luglio 8, 2013 Luigi Amicone - Fabio Cavallari

Intervista a Fausto Bertinotti: «Contro la tecnocrazia serve una rivolta». «La crisi della comunità come riconoscimento del valore di un popolo, è iniziata con la crisi del rapporto uomo-donna»

C’erano una volta destra e sinistra che proclamavano una visione del mondo alternativa l’una all’altra. E fieramente si davano pubblica e privata battaglia per contendersi l’egemonia sulla società. «Adesso non esiste più né destra, né sinistra. E, almeno in Italia, non esiste più nemmeno la politica. Dunque la domanda è: riuscirà l’uomo, riusciranno i popoli, ad affrancarsi da tecnocrazia e capitalismo finanziario, forme e sostanze dell’economia, della politica, dell’antropologia che governano la globalizzazione?». Interrogativo di Fausto Bertinotti, una vita dedicata prima al sindacalismo e a una irregolare militanza a sinistra, tra Psi, Psiup e Pci. Poi, caduto il Muro, all’antagonismo non violento e alla rifondazione di un comunismo movimentista e altromondista. Adesso che Nichi Vendola ha preso strade che il patriarca della “rifondazione” permanente si guarda bene anche solo dal commentare, succede che a Roma, in un ufficio di Piazza del Parlamento, l’ex presidente della Camera dei Deputati, oggi direttore del bimestrale Alternative per il socialismo e animatore della Fondazione “Cercare ancora”, è pronto per un incontro che romperà gli argini della rappresentazione delle parti e sfocerà in discussione aperta, condivisione empatica e – «perché no? Certo che come Fondazioni possiamo e dobbiamo incontrarci» (il riferimento è alla costituenda Fondazione Tempi, ndr) – possibile strada insieme. Il libro portato da Milano come dono, e maldestramente perso durante il viaggio, diventa il viatico per l’avvio della conversazione.

Václav Havel, scrittore, drammaturgo e politico, nonché ultimo presidente della Cecoslovacchia e primo della Repubblica Ceca, nel suo testo Il potere dei senza potere del 1978, sosteneva l’idea di una “polis parallela”. Cioè di una società fondata sulle intenzioni della vita e del «vivere fuori dalla menzogna», costituita da persone e forme di auto-organizzazione sociale alternative al potere impersonale e post-totalitario che, profetizzava il leader di Charta 77, «non caratterizza soltanto il socialismo reale ma è la prefigurazione di quello che sarà anche l’Occidente». Lei ritiene che sia una idea ancora valida per un’azione di trasformazione politica e culturale del mondo attuale?
Una certa diffidenza nei confronti dello Stato e la necessità della rivolta. Sono queste le suggestioni attuali che ritengo più interessanti. Anche perché esse provengono da personalità di mondi culturali molto differenti. Penso ad esempio alla convergenza tra la riflessione di Toni Negri sulle moltitudini, ossia quella molteplicità singolare che cresce all’interno dell’Impero e ne può diventare l’alternativa vivente; e le posizioni espresse da un uomo appartenente alla tradizione cattolica come il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, il quale afferma che società civile e politica sono destinati a una decadenza progressiva del loro rapporto, e a un distacco dei loro rispettivi destini. Insomma, esiste una consonanza obiettiva tra queste valutazioni e le culture critiche del Novecento, sia cattoliche sia marxiste, che diffidavano dello Stato. Un elemento di “sospetto” che in Italia è stato spezzato grazie alla Costituzione. I comunisti con Togliatti e i cattolici con Dossetti, compirono due importanti revisioni storiche. I Costituenti superarono l’orizzonte delle pur grandi costituzioni liberali, sconfissero quell’alone di diffidenza nei confronti dello Stato affidando alla Repubblica stessa il compito di promuovere il pieno sviluppo della persona umana (Articolo 3).

Questo principio oggi però è in crisi.
Proprio così. Il conflitto che oggi viviamo in Italia sembra originato dalla diaspora interna alla tripartizione dei poteri, tipica delle costituzioni liberali. Il potere legislativo è stato praticamente oggetto di eutanasia, tanto che il Parlamento potrebbe chiudere. Sono rimasti gli altri due poteri, l’esecutivo e il giudiziario. E tra i due si è prodotta la contesa. Cosicché tutte le tesi analitiche tornano al luogo d’origine, cioè a quella diffidenza che non riguarda più lo Stato in quanto tale, bensì l’organizzazione neo oligarchica che ne permea la sostanza.

La presa onnisciente della Magistratura sulla politica – pensi all’ormai ventennale caso di “caccia giudiziaria” a Silvio Berlusconi – non rischia di assolutizzare il concetto di legalità e delegittimare la legge stessa?
Per una sorta di igiene politica, dovremmo cercare di superare la dimensione nazionale che rischia di non farci vedere la svolta epocale che stiamo vivendo. Le nostre sono contese provinciali che traggono linfa, tra l’altro, da una costruzione politica anomala come il berlusconismo, che sopperisce a una borghesia inesistente, e l’antiberlusconismo che ha sostituito una sinistra incapace di essere tale. In verità, al netto di queste turbolenze, l’elemento portante è la costruzione di un governo tecnocratico europeo. Noi stiamo vivendo il passaggio da quel capitalismo che gli economisti hanno chiamato fordista-taylorista-keynesiano a un capitalismo finanziario globale. Si tratta di una mutazione nell’assetto generale della società nella quale si compie la demolizione dei portatori sociali politici e istituzionali della democrazia. Stiamo parlando della mutazione del rapporto tra capitale finanziario e capitale produttivo e tra accumulazione privata e pubblica. Ebbene, questo “mostro” sta investendo e cambiando l’Europa intera. La centralità attribuita al debito pubblico e al pareggio di bilancio, ha sostituito il principio democratico. Il finanzcapitalismo, come lo chiama Luciano Gallino, ha trovato nel crollo dell’Urss e dei regimi dell’Est il suo miglior alleato. Quelle sconfitte, sacrosante e giunte anche in ritardo, hanno permesso al capitalismo di manifestarsi come l’ultima tappa dell’umanità. Non a caso, all’indomani della caduta del Muro, Francis Fukuyama ha scritto La fine della Storia e l’ultimo uomo.

La Costituzione Europea è stata approvata durante il vertice di Bruxelles del 18 giugno 2004 dai 25 capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea. Anche questa è democrazia, non crede?
È democrazia solo formalmente. Tant’è che a Bruxelles il Principe non è la Costituzione, è il diritto commerciale. Non a caso si fanno i trattati. Chi decide e impone è il Governo delle Commissioni attraverso i rapporti intergovernamentali. Non esiste alcuna legittimazione popolare alla base delle direttive Ue. A questa rappresentazione tecnocratica, dobbiamo poi aggiungere il vero soggetto dominante: la Banca Centrale Europea, un potere sovrano non democratico, che svolge il ruolo di gendarme della moneta, in assoluta autonomia. Diversamente dalla Federal Reserve, che risponde al Parlamento e per statuto oltre alla stabilità monetaria ha il compito di promuovere l’occupazione, la Bce si occupa solo di moneta.

E infatti la famosa lettera del 2011 della Bce al governo Berlusconi più che raccomandazioni conteneva un vero e proprio programma di governo, dettagliato e circostanziato fin nei minimi particolari.
È così. Ma già nel 2007 quando esplose la crisi economica, questo processo neo oligarchico era già in atto. Fondo monetario internazionale, Commissione europea e Banca mondiale hanno assunto il comando e gli Stati diventarono delle semplici articolazioni di questo assetto di governo tecno-burocratico. Berlusconi è stato abbattuto dalle élite europee, non dai magistrati. Cosa che è accaduta anche al presidente socialista del Consiglio greco, quando si è permesso di pronunciare la parola “Referendum”. Un sorta di lesa maestà che gli è costata la sostituzione, al suo posto un banchiere.

Il Governo Monti è stato presentato all’opinione pubblica come l’unica possibilità che aveva l’Italia per salvarsi dalla crisi. Erano eterodirette anche quelle scelte?
È evidente. L’ineluttabilità è diventata la nuova formula della politica tecnocratica. La cronologia storica di quanto è avvenuto è molto semplice. In quel momento dall’Europa giunge un input preciso che fa sponda sul grado di popolarità di colui che deve gestire l’operazione: il presidente Napolitano. Il capo dello Stato, in virtù di questo riconoscimento, risponde in presa diretta all’incipit e svolge il compito con totale indifferenza rispetto alle regole. Nomina senatore a vita Monti, senza preoccuparsi di motivarne la scelta, anticipando semplicemente la sua ascesa alla presidenza del Consiglio. Sempre Napolitano, forma il Governo, la maggioranza e l’alleanza politica, sotto l’egida dell’ineluttabilità. Il Governo Monti produce, egli stesso, i prodromi per la sua successione. Le elezioni di febbraio, infatti, si dimostrano ininfluenti, seppur producano un terremoto e una sostanziale ferita mortale alla governabilità. Mentre va in scena lo psicodramma italiano, Mario Draghi, che è il vero pivot della costruzione europea, il 7 marzo a Berlino dichiara: «L’Italia prosegue sulla strada delle riforme, indipendentemente dall’esito elettorale. Le riforme continueranno come se fosse inserito il pilota automatico». In pratica la democrazia è sospesa. La direttiva è precisa: si deve formare il governo delle grandi intese. Il diktat è perentorio. Il presidente della Repubblica, per dimostrare l’ineluttabilità del momento, viene “richiamato alle armi” e nasce il Governo Letta che “coerentemente” non va a cercare il consenso in Parlamento, bensì a Bruxelles.

Quale risposta dunque all’ineluttabilità?
La rivolta. È impossibile una ricostruzione della democrazia dall’interno del sistema politico. La salvezza può giungere solo da ciò che sta fuori del recinto. La salvezza viene dai barbari capaci di essere senza barbarie. La salvezza viene da un “residuo” che non è marginalità, bensì ciò che non è sussunto e integrato nella macchina di un dato sistema economico e del passivo consenso ad esso. “Barbari” e “residuo” è ciò che sta fuori perché scartato o perché esterno alla dimensione dell’ineluttabile tecnocratico. Per fare due esempi differenti: chi sta fuori è Papa Francesco e sono i disoccupati che si organizzano in autogestione. Entrambi stanno riscoprendo un protagonismo della polis, della comunità, del rapporto tra io e l’altro, come elemento costitutivo. In Italia ci sono circa 160 aziende che oggi vivono grazie ai dipendenti che le hanno sottratte al fallimento dichiarato e formalizzato.

Dunque, se il Papa è istituzionalmente di “destra” e gli operai sono classicamente di “sinistra”, c’è qualcosa che non torna in questi “differenti” che si uniscono. O no?
Guardate, il discrimine tra destra e sinistra, che sino ieri è stato abbattuto da destra versus sinistra, oggi determina un terreno in cui si possono incontrare storie diverse, culture differenti. Appunto, i barbari senza barbarie.

Detto altrimenti, il cardinale arcivescovo di Milano Angelo Scola invita a «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo al deserto, non è deserto, e farlo durare e dargli spazio».
Concordo totalmente. Per chi come il sottoscritto ha vissuto a sinistra, è molto più indicativo quello che è accaduto nella seconda parte dell’Ottocento che non nel Novecento. Non c’è nessuno che potrà ancora usare la parola “socialismo” connessa a un ordine statuale. Quell’ipotesi è morta con il ’17. Da questo punto di vista è molto più interessante quello che il Novecento ha definito con un certo disprezzo e saccenteria “socialismo utopico”. Quella formulazione conteneva il tessuto della costruzione della polis, sistemi di relazioni sociali autosufficienti. Il disfacimento della sinistra si materializza con la distruzione della comunità. Non c’è niente di meglio della canzone di Gaber “Qualcuno era comunista” per spiegare quel pezzo di storia italiana. La forza del Partito comunista non era il Comitato Centrale ma la festa dell’Unità. Quando si è rotto quel legame si è prodotto il disastro.

E si tratta di un disastro anche sul piano antropologico. Basti pensare alla crisi dell’alleanza uomo-donna.
In effetti, la crisi della comunità come riconoscimento del valore di un popolo, è iniziata con la crisi del rapporto uomo-donna, del perché due persone decidono di stare assieme. Detto cristianamente, la persona può anche peccare, ma non può mettere in discussione la struttura sacramentale. Introducendo il principio borghese per cui ogni sentimento deve essere soddisfatto, si giunge alla distruzione stessa della società. Io che sono fruitore di questa cultura, fortemente interessato ma sempre fruitore, ritengo che la consegna del cattolicesimo sia un dato affascinante. Ecco perché “Siamo tutti puttane” (riferito alla manifestazione del 25 giugno organizzata da Giuliano Ferrara a Roma, ndr) a me appare come una riduzione provocatoria, mentre ritrovo molto più efficace l’espressione:  “Siamo tutti peccatori”. Detto questo, nella società della comunicazione e dell’immagine “peccato” e “governo” sono spinti ai poli opposti.

Si spieghi, che c’entra “peccato” e “governo” con la società della comunicazione e dell’immagine?
C’entra con la forza e incidenza dell’immaginario rispetto alla realtà. Un peccatore anonimo non produce scandalo, ma quando il protagonista del peccato è una figura simbolica, perché leader politico e di governo, anche se esiste una spiegazione esistenziale, realista e razionale della cosa – il “siamo tutti peccatori” – tale spiegazione non regge l’urto dell’immagine.

Tornando al tema della giustizia, epurata la controversia berlusconiana, la sinistra sembra in ogni caso aver smarrito l’inclinazione garantista. Quali le ragioni?
In verità, bisogna prendere atto che il giustizialismo ha convissuto con tutto il Novecento della sinistra. La sinistra aveva due anime: una libertaria e una giustizialista. La seconda ha sempre pensato che in qualche modo servisse una sorta di vendicatore (la dittatura del proletariato, il partito, infine il giudice). Accanto a questa coabitava l’anima libertaria che diffidava dello Stato, del partito e dei giudici. Il compromesso del Dopoguerra ha maturato la convivenza di queste due anime dentro un processo educativo. Con il ’68 e il ’69 il processo si è evoluto ma non è mai stata acquisita una vera cultura democratica. L’idea della punizione è sempre stata molto forte. Tant’è, una delle colpe più gravi della sinistra ritengo sia stata quella di aver lasciato sostanzialmente soli Marco Pannella e i Radicali sulla questione dell’amnistia. Un errore imperdonabile.

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2 Commenti

  1. leo aletti says:

    Bellissimo e impossibile, siamo realisti vogliamo l’ impossibile. Leo Aletti integralista non rifomista. Grazie Fausto sei meglio di Coppi.

  2. Michele says:

    Interessante. Per chi non vuole piu’ puntellare le istituzioni traballanti dell’impero ma non cade nella tentazione idealista che sogna la necessita’ di ritirarsi in monasteri-fortezze che soli possano tramandare il bene, alla McIntyre (nessun monastero e’ impermeabile alla globalizzazione tecnocratica), passare armi e bagagli dalla parte dei barbari ma senza barbarie ha senso e stoffa. In Francia lo stanno gia’ facendo tra veilleurs manif pour tous e printemps francais. In Italia ancora troppi preferiscono immolarsi per puntellare le belle istituzioni liberali e costituzionali che ormai sono crisalidi morte in cui prosperano le larve del turbocaptalismo finanziario (l’impero). Ma chi da’ il segnale del rompete le righe? Siamo troppo montanelliani (votanti nasoturati) e troppo poco arendtiani

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