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Benito l’italiano. Il compagno ateo Mussolini raccontato in un’urticante biografia

novembre 10, 2013 Nicholas Farrell - Giancarlo Mazzucca

Ateo alla Eugenio Scalfari. Antipartito alla Beppe Grillo. E finanziato (come lo furono gli antifascisti) dai servizi di Sua Maestà. Ecco chi era “Il Compagno Mussolini”

Il 18 marzo 1904, a Ginevra, Benito Mussolini tenne una conferenza per commemorare la Comune di Parigi. Secondo Renzo De Felice, il più noto biografo di Mussolini, è stata, questa, l’unica occasione in cui il Duce vide Vladimir Ilic Uljanov Lenin, anche lui presente al convegno. Ma Mussolini potrebbe avere incontrato l’esiliato russo anche a Berna, l’anno prima: era solito, infatti, pranzare alla mensa Spysi, dove anche Lenin e Trotsky mangiavano con regolarità. Dopo la Marcia su Roma, il Capo del Cremlino aveva rimproverato una delegazione di comunisti italiani (c’era anche il romagnolo Nicola Bombacci): «Mussolini era l’unico tra voi con la mente e il temperamento adatti a fare una rivoluzione. Perché avete permesso che se ne andasse?».

La sera del 26 marzo, alla Maison du Peuple di Losanna, Mussolini tenne un contradditorio con Alfredo Tagliatatela (un pastore evangelista di Roma) sull’esistenza di Dio davanti a 500 persone. Fu proprio in quel dibattito che egli prese un orologio, dando a Dio dieci minuti di tempo perché lo fulminasse. Di seguito venne stampato a ricordo della serata e in poche centinaia di copie un opuscolo dal titolo L’Uomo e la Divinità. Nel testo del discorso, documento ormai quasi introvabile, Mussolini aveva sottolineato: «Quando noi affermiamo che “Dio non esiste” intendiamo, con questa proposizione di negare l’esistenza del dio personale della teologia; del dio adorato – sotto vari aspetti e con modi diversi – dai devoti di tutto il mondo; del dio che dal nulla ha creato l’universo, dal caos, la materia, del dio degli assurdi e delle ripugnanze alla Ragione umana. […] Noi pensiamo che l’Universo, lungi dall’essere opera del dio teologico e clericale – non è che la manifestazione della materia, unica, eterna, indistruttibile, che non ha avuto mai principio, che non avrà mai fine».

«La vita, dunque, la vita, nel suo significato universale, non è che una combustione perenne d’energie eternamente nuove […]. Ma ciò che più ripugna alla Ragione umana è il fatto inconcepibile della potenza creatrice del dio che dal “nulla” crea il tutto, dal caos l’Universo. […] L’ipotesi di una creazione dal nulla rappresenta l’infanzia del pensiero filosofico ed è in assoluta opposizione con tutte le leggi della chimica e della fisica […]. La Religione è una malattia? Molti eminenti scienziati hanno sostenuto e sostengono che la Religione è una illusione, un fenomeno morbido del genere delle nevrosi e dell’isterismo. Certo che la religione è una malattia psichica, del cervello: è una contrazione e una coartazione dell’individuo il quale, se profondamente religioso, si presenta a noi come un anormale […]. Se l’epidemia religiosa non si manifesta in tutti con forme patologiche la causa deve ricercarsi nel fatto che non tutti hanno allo stesso grado d’intensità il sentimento religioso e non tutti ne fanno la preoccupazione costante della loro vita. Ma la malattia è allo stato latente e può dare, sotto speciali circostanze, quelle crisi di cui è piena la storia. Riassumendo diremo che l’“uomo religioso” è un anormale e che la “Religione” è causa certa di alcune “malattie epidemiche dello spirito” per le quali è necessaria la cura degli alienisti».

Il denaro inglese
Fu dopo Caporetto che Mussolini ricevette anche il denaro inglese, proveniente da Sir Samuel Hoare, per sostenere il suo giornale. Il Tenente-Colonnello Hoare, più tardi Viscount Templewood, era arrivato in Italia nell’estate del 1917 come comandante della British Military Mission, ovvero l’agenzia dei servizi segreti inglesi. All’epoca, il titolo abbreviato dei servizi segreti britannici era “MI5”, cioè: non c’era la distinzione successiva fra MI5 (spionaggio domestico) e MI6 (spionaggio agli esteri). La sede della British Military Mission in Italia era a Roma in Via delle Quattro Fontane ma aveva uffici anche a Milano, Genova e Torino.
In tutto, aveva un organico di 65 persone (compresi i segretari) e in Italia rimase dal gennaio 1917 all’agosto 1919, quando la Mission fu chiusa. L’archivio privato di Hoare (1880-1959) venne donato dalla sua famiglia al Manuscripts Department della biblioteca dell’università di Cambridge nel 1960 e contiene centinaia di documenti ufficiali “top secret” riguardo al suo soggiorno in Italia. Hoare non doveva tenere questi documenti nel suo archivio personale ma restituirli al War Office (Ministro di guerra). Nonostante ciò quei documenti erano coperti lo stesso, fino a tempi recenti, dal segreto di Stato e perciò non disponibili ai ricercatori. Gran parte degli archivi dei servizi segreti britannici prima degli anni Venti sono stati distrutti, o persi. Quindi, i documenti nell’archivio di Hoare, relativi agli anni in cui era una spia, sono molto preziosi e per quanto ci risulta, quelli sul periodo del suo servizio in Italia negli ultimi 18 mesi della Prima Guerra Mondiale sono rimasti finora inediti.

Il ruolo della British Military Mission in Italia fu principalmente di minare i tentativi crescenti per l’abbandono della guerra da parte dell’alleato italiano in quel momento così critico del conflitto quando la sconfitta dei poteri democratici e la vittoria di quelli imperiali sembravano davvero essere alle porte – e anche allo stesso tempo chiaramente di sostenere qualunque forza politica in Italia voleva invece continuare a combattere i tedeschi e gli austriaci.

Ormai aperti agli studiosi, i documenti relativi alle sue attività da capo-spia in Italia nell’archivio di Hoare a Cambridge ci forniscono con un ritratto affascinante l’Italia tra il 1917 e il 1918 e lo stato d’animo del popolo italiano. Già, nei mesi prima del disastro di Caporetto, c’erano stati dei tentativi «molti gravi» in Italia, scrive Hoare al suo capo a Londra Maggiore-Generale Sir George MacDonogh, il Director of Military Intelligence presso il War Office.
Tentativi pilotati da tre forze formidabili– «finanziaria, socialista e clericale» – il cui scopo era di costringere l’Italia a fare la pace con il nemico. Secondo Hoare, in una nota a Londra in data 7 ottobre 1917, «senza dubbio» questo movimento era diretto da «personalità del Vaticano» e delle banche del Vaticano come la Banca Ambrosiana ma anche di quelle sotto controllo tedesco come la Banca Commerciale Italiana. In un’altra nota il capo-spia inglese liquidò con disprezzo Eugenio Pacelli, il nunzio papale a Monaco, come «un filo-tedesco convinto».

Così, dal gennaio del 1918, i servizi segreti inglesi cominciarono a dare un sostegno finanziario regolare a Il Popolo d’Italia di Mussolini. Cinquanta sterline al mese possono sembrare a noi, al giorno d’oggi, pochissime ma c’è da ricordare il tasso di cambio fra la lira italiana e la sterlina britannica nel 1918: 30,30 lire alla sterlina (sarebbe salito a 90 lire nel 1922, e 144 lire nel 1926). Quindi, cinquanta sterline nel 1918 erano 1.515 lire – al mese.
Lo stipendio mensile di Mussolini quando faceva il maestro era di 65 lire, mentre da direttore de La Lotta di Classe di 120 lire, dell’Avanti! di 500 lire. Nel 1900 si cantava “Mamma mia dammi cento lire” (i soldi necessari per andare a cercare la fortuna in America). Nel 1938 si canterà “Se potessi avere mille lire al mese”. Il motivo principale dei finanziamenti inglesi agli interventisti in generale nel 1918 e al giornale di Mussolini in particolare era semplice (come lo era anche per i finanziamenti francesi agli stessi gruppi): di tenere l’Italia al loro fianco, e a quello dei francesi, sul campo di battaglia contro il Male.

La fondazione dell’Antipartito
Mussolini non aveva più fatto parte di alcun partito politico da quando era stato espulso dal Partito Socialista nel 1914. Il 9 marzo 1919, su Il Popolo d’Italia, annunciò la decisione di fondare, il successivo 23 marzo, un «antipartito», ovvero un movimento, i «Fasci italiani di Combattimento». Un movimento aveva una forza di attrazione più ampia di un partito. Era più spontaneo – più simile a una folla – più versatile e meno propenso a diventare corrotto e impotente come tutti i partiti esistenti in Italia. La riunione del 23 marzo, inizialmente destinata a svolgersi al Teatro Dal Verme, in Via San Giovanni sul Muro, si tenne invece, considerando la partecipazione al di sotto delle aspettative, nella sala riunioni del Circolo dell’Alleanza Industriale in Piazza San Sepolcro.

All’epoca a malapena notata dalla stampa, la riunione di San Sepolcro assunse in seguito fama leggendaria. Lo scopo dell’incontro era quello di riunire tutti i gruppi rivoluzionari fautori della guerra in una sola organizzazione. Molti di questi gruppi già si autodefinivano «fasci». Tra le oltre 120 persone presenti c’erano futuristi (compreso Marinetti), sindacalisti rivoluzionari, ex soldati, un certo numero di nazionalisti e anche repubblicani – esponenti del partito guidato da Pietro Nenni, il vecchio amico e avversario faentino di Mussolini. C’era anche il veronese Aldo Finzi, uno dei sette piloti che avevano partecipato al mitico volo su Vienna di D’Annunzio nell’agosto 1918, che era ebreo non praticante.
Inizialmente, Finzi fu un fascista incallito ed ebbe anche incarichi importanti nei primi governi fascisti negli anni Venti. Dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti nel 1924 la sua stella precipitò: non a causa del suo essere ebreo, ma a causa del suo squadrismo a oltranza. Rimase fascista fino alla sua espulsione dal partito nel 1942 e poi, dopo la caduta di Mussolini nel 1943, collaborò con i partigiani. Venne arrestato a Roma dove viveva e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Il 24 marzo 1944 fu tra i 335 italiani (di cui 75 ebrei) fucilati dai nazisti a Roma nella strage delle Fosse Ardeatine.

Il fascismo, c’è da dire, non fu per niente antisemita fino alla sua alleanza fatale con il nazismo nella seconda metà degli anni Trenta. Anzi. Tantissimi dei 50 mila italiani ebrei, come Finzi, come la Sarfatti, furono fascisti appassionati – fino alle leggi razziali del 1938. Quei fascisti della prima ora presenti all’adunata del 23 marzo provenivano da ogni classe, anche dalla nobiltà. Non è possibile dire per certo e con precisione quante persone vi fossero. Una volta che i fascisti ebbero preso il potere, il numero di coloro che affermavano di essere stati presenti quel giorno ammontava a varie centinaia.

Nella sua autobiografia del 1928, Mussolini disse che c’erano 54 partecipanti; la Sarfatti, in Dux del 1926, sostiene, invece, 145. Era presente anche lei quel giorno e avrebbe affermato: «Centoquarantacinque persone riunite in una mediocre sala presa in affitto […] in un palazzo fuori mano della vecchia Milano, nella malinconica piazza del Santo Sepolcro: simbolico nome di catacomba. Tra quel centinaio di brava gente, i nomi più noti non arrivavano ai dieci».

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1 Commenti

  1. Fabio Andriola scrive:

    Urticante? Da quello che si legge qui è la solita storiella già letta e riletta in libri anche di venti o trent’anni fa… Poi, è anche vero che “Non c’è niente di più inedito del già edito”. E quindi ripassiamo pure la lezioncina…

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