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Bangladesh, il compito di crescere gli uomini tra segregazione sociale e contagio islamista

ottobre 1, 2015 Benedetta Frigerio

Intervista a Lino Swopon Das, presidente dell’Ong Dalit che si occupa dei “fuori casta”. «Ero uno di loro, sono stato salvato da un missionario. Restituisco al mio paese ciò che ho ricevuto da lui»

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L’uccisione di Cesare Tavella, operatore italiano in una Ong “interreligiosa” olandese, ha riportato sotto i riflettori i fragili equilibri politici del Bangladesh. A spiegare la situazione a tempi.it è Lino Swopon Das, fondatore e presidente di Dalit, organizzazione non governativa cattolica attiva nel paese nel campo educativo e formativo, da ieri in Italia per un tour nelle scuole del Varesotto.

EQUILIBRI PRECARI. Das ricorda che il movente dell’omicidio di Tavella, rivendicato dai terroristi islamici dell’Isis, non è ancora stato confermato, ma spiega che «solo fino a sei anni fa al governo c’era il Bangladesh National Party, partito di matrice fondamentalista. Ora al potere ci sono i laici, ma la situazione non è mai completamente stabile, lo testimoniano i recenti omicidi dei blogger atei oltre a quello di Tavella: bisogna vigilare». La soluzione, di fronte alla possibilità di un’emersione dell’estremismo, nel lungo periodo può essere solo una, continua Das: «L’educazione. È quello che abbiamo dato e stiamo dando a migliaia di bambini».

LE CASTE. La Ong Dalit opera in Bangladesh dal 1998, da quando il giovane Das, allora ventottenne, decise di restituire al suo paese quanto aveva ricevuto da un sacerdote cattolico, nonostante la popolazione, che conta 165 milioni di abitanti, sia a maggioranza islamica. «Circa l’86 per cento dei bengalesi è musulmano, poi ci sono gli indù, i buddisti e una piccola parte di cristiani cattolici, che corrisponde allo 0,02 per cento della popolazione». Dalit opera principalmente nel Sud-Ovest del Bangladesh, in un distretto vicino a quello di Calcutta, in India. In quelle zone il problema non è tanto interreligioso, ma legato ai conflitti fra caste: «Ce ne sono quattro principali e poi ci sono i cosiddetti “fuori casta”, i dalit, persone che vivono ai margini della società sopravvivendo grazie alle mansioni più umili».

SANITÀ E SCUOLA. Lino Swopon Das, come suggerisce il nome della sua Ond, lavora proprio con i “fuori casta”, che sono tali tanto per gli indù quanto di fatto per i musulmani. «Educhiamo le bambine portandole fino alla maturità, per evitare i matrimoni precoci normalmente contratti a 10 o 11 anni d’età». Le scuole aperte da Dalit ormai sono 64, sparse in 4 distretti. «Ma abbiamo anche costruito un ospedale a cui hanno accesso i “fuori casta” e tutta la popolazione della zona». Tra i problemi principali delle zone rurali c’è infatti la cura delle donne in gravidanza, che non fanno né vaccinazioni né esami prenatali. «Per questo abbiamo anche una clinica mobile che si reca nei villaggi rurali più poveri e meno educati», continua Das. La sua Ong ha avviato anche un programma di formazione delle ostetriche nei villaggi, «pensato per aiutare le donne e inviarle in clinica qualora ci siano complicanze». Poi ci sono i corsi per i cosiddetti “guaritori”, «perché nei paesi non c’è chi ha studiato la medicina moderna, quindi li formiamo all’assistenza base». Oltre a fornire ai villaggi le latrine e l’acqua potabile, esiste anche un ambito formativo artigianale «per le vedove o per le donne abbandonate e poi combattiamo contro la tratta della prostituzione».

«ERO UNO DI LORO». Ma come mai questo marito e padre di famiglia ha deciso di dedicarsi senza sosta all’educazione dei poveri? «Quando andavo alle elementari non potevo sedermi sulla panca, ma solo a terra perché facevo parte dei “senza casta”. Soffrivamo, ma io poi ho avuto la fortuna di incontrare un missionario saveriano in Bangladesh che per quattro anni mi ha aiutato a concludere gli studi superiori. Subito dopo mi mandò a studiare in Italia presso il Centro orientamento educativo, dove Sandro Lodolo mi ha accolto. Nove anni dopo sono tornato nel mio paese con un sogno: quello di essere vicino alla mia gente. Allora ho voluto fondare questa associazione».

L’INDOTTRINAMENTO FONDAMENTALISTA. Quando Das ha iniziato la sua opera, il problema del fondamentalismo non si avvertiva minimamente. «Negli ultimi dieci anni, invece, sta emergendo, anche se nei villaggi non si vede», spiega a tempi.it. «Oltre ai recenti episodi di violenza, quel che si teme di più è la diffusione dell’educazione fondamentalista: di recente, in alcune delle migliaia di scuole coraniche sparse sul territorio, si è scoperto che i ragazzi venivano addirittura addestrati alla lotta armata».

L’ALTERNATIVA. A maggior ragione, continua Das, è necessario che opere come Dalit si diffondano: «Nelle nostre scuole facciamo studiare gli indù e i musulmani insieme ai cristiani, preparandoli e aiutandoli poi a frequentare le scuole statali. A chi viene per il doposcuola diamo una formazione generale basata sulla condivisione e l’amore, segnalando esplicitamente l’inganno del fondamentalismo: “Vi attrae e poi vi uccide, mentre la fatica dello studio vi ripaga”, spieghiamo». Più o meno, fra quanti sono passati da Dalit, ci sono ormai oltre sessanta laureati. Centinaia le persone formate al lavoro. «Attualmente stiamo seguendo 600 ragazze, mentre i bambini delle elementari e delle medie sono 6 mila. In questi giorni siamo in Italia per raccontare la nostra opera e raccogliere fondi».


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