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Anche in Africa farisei contro realisti

luglio 28, 1999 Casadei Rodolfo

Pur di dare un futuro al paese, in Sierra Leone governo e società
decidono di amnistiare i criminali della guerriglia e ammetterli al governo. Onu e umanitari obiettano. Ma i veri difensori dei diritti umani sono i fautori del compromesso, e non gli intransigenti

Più ipocriti di così si muore, nel senso letterale del termine. La Sierra Leone, minuscolo paese dell’Africa occidentale sconvolto da otto anni da una guerra intestina feroce e insensata, si apre a fatica la strada verso la pace in mezzo a un intrico di brutalità, odio e interessi, al prezzo di compromessi laceranti ma inevitabili, e chi si mette di traverso? Gli estremisti della guerriglia o quelli del governo? Qualche grande compagnia mineraria? Qualche paese straniero, vicino o lontano? No: a ostruire il cammino, in nome del diritto internazionale, sono niente meno che le Nazioni Unite e Human Rights Watch, uno dei più noti organismi internazionali di attivisti dei diritti umani.

Le cose vanno così. Il 7 luglio le agenzie di stampa di tutto il mondo annunciano che a Lomé, capitale del Togo, con la mediazione del governo locale e di una decina di altre rappresentanze diplomatiche e istanze internazionali, è stato firmato un accordo di pace definitivo fra il governo del presidente sierraleonese Ahmed Tejan Kabbah e il Ruf, Fronte rivoluzionario unito capeggiato dall’ex caporale Foday Sankoh. Il patto prevede la creazione di un esecutivo di unità nazionale dove agli ex ribelli sono concessi quattro posti da ministro e quattro da viceministro, più la presidenza di una commissione speciale incaricata di sovrintendere alla gestione delle cospicue risorse minerarie del paese. Prevede pure la proclamazione di un’amnistia generale per tutti i crimini commessi a partire dal 1991, cioè dopo l’inizio della lotta armata del Ruf. Ciò permette fra le altre cose la liberazione dello stesso Foday Sankoh, arrestato tre anni fa in Nigeria, consegnato alle autorità della Sierra Leone e condannato a morte lo scorso anno. In cambio di queste concessioni i guerriglieri sciolgono la loro struttura armata, consegnano le armi nelle mani di una forza di interposizione delle Nazioni Unite (che si chiama Unomsil ed è già presente sul terreno con alcuni osservatori) e accettano che nel periodo di transizione necessario a ricostituire su nuove basi l’esercito nazionale l’ordine sia mantenuto, oltre che dai caschi blu dell’Onu, dai loro acerrimi nemici dell’Ecomog. Quest’ultimo è il corpo di spedizione dei paesi dell’Africa occidentale composto per l’80 per cento di soldati nigeriani che li ha sempre combattuti e che negli ultimi due anni ha garantito la sopravvivenza della presidenza Kabbah.

Per arrivare a questo risultato ci sono volute sei settimane di febbrili trattative negli alberghi di Lomé, più mesi di contatti informali fra le parti attraverso i buoni uffici dei leader religiosi locali dopo i terribili fatti di dicembre-gennaio: la capitale Freetown assalita da 3 mila guerriglieri, settimane di terrore che lasciarono sul terreno 5 mila morti, in gran parte civili brutalmente massacrati dai ribelli o vittime dei bombardamenti alla cieca delle artiglierie nigeriane, e portarono alla distruzione di interi quartieri. Ed ecco il colpo di scena: al momento di sottoscrivere l’accordo il rappresentante speciale delle Nazioni Unite che ha partecipato al negoziato, l’ugandese Francis Okello, pretende l’introduzione di una clausola dove si precisa che le Nazioni Unite non riconoscono l’amnistia prevista nel trattato per quanto riguarda casi di gravi violazioni dei diritti umani. Un portavoce precisa il senso della presa di posizione: “Il nostro punto di vista è che l’amnistia e il perdono non debbano applicarsi ai crimini internazionali di genocidio, ai crimini contro l’umanità, ai crimini di guerra e ad altre gravi violazioni delle leggi umanitarie internazionali”. A parte la sconcertante imprecisione della terminologia giuridica, il problema è che molti di questi delitti sono esattamente quelli commessi dai ribelli negli otto anni della loro folle cavalcata: bambini rapiti, drogati e trasformati in macchine di guerra; villaggi assaliti, razziati e dati alle fiamme; contadini massacrati o torturati con orribili mutilazioni di mani e braccia che non hanno risparmiato donne e bambini. I responsabili politici di queste atrocità domani vestiranno gli abiti di ministri del governo internazionalmente riconosciuto della Sierra Leone, mentre alcuni degli autori materiali entreranno a far parte dell’esercito nazionale. Mettere in discussione l’amnistia significa mettere in discussione l’essenza stessa dell’accordo di pace. Il giorno stesso la sezione africana di Human Rights Watch (HRW) rincara la dose, scavalcando persino la posizione dell’Onu, giudicata poco rigorosa: “Le atrocità commesse in Sierra Leone hanno sconvolto il mondo -dichiara Peter Takirambudde-. Le Nazioni Unite non devono sponsorizzare un accordo di pace che finge che non abbiano mai avuto luogo. Anzichè porre rimedio alla situazione, l’Onu non fa che occultarla”. E per rendere più convincente la sua denuncia HRC allega un rapporto sulle atrocità commesse dai guerriglieri in occasione dell’assalto a Freetown e fino alla vigilia del cessate il fuoco: esecuzioni sommarie di civili, stupri di gruppo su minorenni, mutilazioni inferte ad adulti e bambini. Tutt’altra aria, invece, si respira a Freetown. Secondo il segretario del Consiglio interreligioso della Sierra Leone, Alimamy Koroma, l’accordo concluso è il frutto di “una seria riflessione e analisi, e dobbiamo accoglierlo come l’unica opzione fattibile al momento. La gente vuole la pace anzitutto, e questo accordo è il primo passo verso l’obiettivo”. Anche Zainab Bangura della Campagna per il buongoverno e Sahr Gborie del Movimento Network di Giustizia e Sviluppo salutano con soddisfazione l’accordo perché “i sierraleonesi hanno sofferto traumi severi e hanno bisogno della pace per avere il tempo e lo spazio per piangere i loro morti e riflettere”. E monsignor Giorgio Biguzzi, il missionario italiano vescovo di Makeni e rappresentante cattolico nel Consiglio interreligioso, ribadisce: “L’accordo di Lomé è quanto di meglio si potesse ottenere”. E confida: “Dopo l’assalto a Freetown del gennaio scorso noi del Consiglio abbiamo cominciato a rendere visita quasi tutti i giorni al presidente Kabbah per convincerlo a riaprire le trattative coi ribelli, a non eseguire la condanna a morte di Sankoh, a permettere che quest’ultimo lanciasse un messaggio radiofonico per la cessazione delle ostilità. Alla fine il presidente ci ha concesso un colloquio personale e riservato con Sankoh. Il quale ci ha detto di voler lavorare per la pace. Da quel momento abbiamo cominciato a fare la spola fra lui e Kabbah. Così finalmente si è arrivati alla decisione di riaprire il negoziato”.

Ma cosa succede ai leader religiosi e agli esponenti della società civile della Sierra Leone? Sono impazziti? Hanno scelto di reggere il sacco agli aguzzini del popolo? Niente affatto. Gli è che l’insensata e remota guerra civile della Sierra Leone è un altro caso esemplare di conflitto fra idealismo disincarnato e doloroso realismo coi piedi per terra, fra moralismo assolutista e morale del male minore, fra futilità politically correct e disponibilità a sporcarsi le mani per il concreto bene di qualcuno. Fra amore per l’umanità (astratta) e amore per gli esseri umani (quelli in carne e ossa che vivono in un certo tempo e in un certo luogo). Le cose, infatti, stanno semplicemente così: c’è un piccolo stato dell’Africa nera, artificiale come tutti gli altri, carente sotto il profilo della legittimità delle istituzioni come tutti gli altri, che da otto anni è preda di una degenerazione politico-militare che assomiglia tanto a un tumore in fase attiva. All’inizio c’erano pochi guerriglieri che sparavano contro pochi soldati e un po’ di gente che fuggiva, oggi ci sono 50 mila sierraleonesi in armi e tutto è stato travolto: il governo è stato costretto a sciogliere l’esercito, perché i militari organizzavano un colpo di Stato dopo l’altro e facevano causa comune coi ribelli, e a farsi difendere da soldati nigeriani e mercenari sudafricani; migliaia di bambini sono stati arruolati più o meno forzatamente sia dai guerriglieri che dalle milizie filo-governative; su 4 milioni di abitanti 1 milione ha perso la casa ed è dovuto fuggire; 50-100 mila sono morti e parecchie migliaia sono stati mutilati a scopo intimidatorio. E intanto la comunità internazionale cosa faceva? Niente. Lasciava che a occuparsi della crisi fosse l’Ecowas, cioè la Comunità degli Stati dell’Africa occidentale egemonizzata dal gigante Nigeria, uno stato paria sottoposto a sanzioni internazionali, fra cui un embargo sulle vendite di armi, dopo l’annullamento delle elezioni presidenziali del ‘93 da parte dei militari, l’imprigionamento del presunto vincitore Moshood Abiola e l’impiccagione dello scrittore Ken Saro-Wiwa e altri sette leader della minoranza etnica ogoni nel ‘95.

Che la comunità internazionale avesse affidato le chances di sopravvivenza della Sierra Leone al regime militare nigeriano, uno dei più crudeli e corrotti in Africa, è dimostrabile ad libitum: per esempio nella risoluzione Onu che stabiliva l’embargo sulla vendita di armi alla Nigeria era precisato che l’embargo non si applicava ai materiali esplicitamente destinati all’uso nel contesto delle operazioni sponsorizzate dall’Ecowas in Liberia e Sierra Leone. E naturalmente operando sempre al risparmio: qualche settimana fa il Washington Post ha fatto notare che gli Stati Uniti hanno speso 13 miliardi di dollari per l’intervento diretto a risolvere la crisi del Kosovo, dove hanno impegnato uomini e mezzi, mentre si sono limitati a inviare un assegno da 15 milioni di dollari all’Ecowas per l’intervento in Sierra Leone, dove non si sono mai sognati di intervenire direttamente in nome del principio di ingerenza umanitaria, nonostante i reportage televisivi a base di moncherini di bambini brutalizzati dai guerriglieri.

Oggi chi ha avallato le scelte di cui sopra vorrebbe fare la predica a chi ha optato per il compromesso che premia gli aguzzini. Mentre i leader morali da cui ci si aspetterebbero le prediche ragionano come decenti politici animati da buon senso. Dice monsignor Biguzzi: “Sì, l’amnistia è una scelta dura da mandare giù. In tempi normali, le persone che hanno fatto certe cose andrebbero arrestate e condannate. Ma se vogliamo farla finita con i bambini rapiti e reclutati come combattenti, con la povera gente mutilata delle mani e delle braccia, coi villaggi bruciati e le chiese distrutte, dobbiamo far partecipare i ribelli alla vita politica della nazione. É una decisione politica, e ho detto tutto”.

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