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È morta Margaret Thatcher, una statista di cui oggi l’Europa avrebbe bisogno

aprile 8, 2013 Maria Claudia Ferragni

Si è spenta oggi a 87 anni l’ex premier inglese, che fu in carica per 11 anni: «Diede fiducia all’Occidente e al Regno Unito». Vi riproponiamo l’intervista esclusiva a John O’Sullivan, ex speechwriter della Iron Lady.

Si è spenta oggi all’età di 87 anni Margaret Thatcher, per undici anni primo ministro del governo inglese: a ucciderla è stato un ictus, che l’ha colpita dopo una lunga malattia. Vi riproponiamo un’intervista da noi pubblicata lo scorso giugno a John O’Sullivan, ex speechwriter della “Lady di ferro”: un’analisi della politica economica dell’Europa di oggi, bisognosa delle idee di una donna così, mossa dall’amore e dalla difesa della libertà individuale contro ogni ingerenza del potere dello Stato.

«Una via d’uscita dalla crisi dell’euro c’è, se solo l’Europa tornerà a ragionare in termini di deregolamentazione e competizione, economica e fiscale, come suggerirebbe ancora oggi Margaret Thatcher a un continente zoppicante e vittima dei propri eccessi burocratici». Non cede a facili e cupi catastrofismi, ma ragiona con lucido spirito analitico John O’Sullivan, ex speechwriter della prima donna della storia d’Inghilterra a essere diventata primo ministro, discutendo con Tempi di crisi dell’euro e dintorni, in occasione di un incontro su “La vera Lady di Ferro” organizzato a Milano dall’Istituto Bruno Leoni.
Giornalista fra i più autorevoli della galassia conservatrice, cattolico, O’Sullivan è oggi editorialista di punta della National Review, senior fellow dell’Hudson Institute di Washington e vicepresidente di Radio Free Europe. Conobbe Margaret Thatcher all’inizio degli anni Settanta, per poi diventarne uno dei più stretti collaboratori nel corso dei fecondi anni di Downing Street, e il ricordo della convivenza professionale con il primo ministro che ha risollevato le sorti di un paese allora economicamente e moralmente in ginocchio è ancora vivissimo, tanto che i fatti sono descritti da O’Sullivan con dovizia di aneddoti e con sincera passione umana e intellettuale verso la leader dei Tory. La quale riscì nell’impresa di ridare letteralmente lustro a una nazione, il Regno Unito, e a una visione dell’uomo e dell’economia, quella liberal-conservatrice, che sembravano ormai destinate a un inevitabile declino, travolte com’erano dal socialismo e dall’abdicazione ad esso che aveva eroso dall’interno il partito della upper class. Quando nel 1990, dopo undici anni alla guida del governo, la Thatcher lasciò il suo incarico, restituì agli elettori un’Inghilterra economicamente dinamica e attraente per i capitali stranieri, partner strategico degli Stati Uniti sulla scena politica mondiale e che di lì a poco avrebbe deciso di difendere la sterlina dalle proposte di moneta unica, divenute nel frattempo il vero leitmotiv del processo di unificazione europea.

Mr O’Sullivan, quali sono i veri motivi della crisi dell’euro? Aveva ragione Margaret Thatcher, vent’anni fa, a opporsi alla sua nascita?
La crisi dell’euro è stata senz’altro causata dal fatto che la nuova moneta ha creato una falsa aspettativa: che il denaro potesse essere preso a prestito senza dover essere restituito. Illusione che, oltre a generare in molti paesi europei un eccesso di spesa pubblica, in altri, quali la Spagna e l’Irlanda, ha causato la diffusione di una falsa fiducia nel mercato immobiliare privato, con le conseguenti bolle dagli effetti devastanti sull’economia e sull’occupazione. Infatti, indipendentemente da quello che sarà il suo futuro, l’euro di per sé nasce con un difetto: è stato esteso a troppi paesi, paesi dalle economie troppo diverse fra loro, il che ha reso impossibile l’adozione di un tasso di interesse comune; questo ha generato comportamenti perversi e ora ne sta creando altri, quali i tagli alla spesa pubblica in periodo di recessione. Sicuramente sono stati fatti gravi errori, quelli contro cui la Thatcher metteva in guardia (non per antieuropeismo come sostenevano i suoi oppositori, ma per lungimiranza); e non si tratta di errori riconducibili al mercato, bensì ai governi che hanno agito di concerto.

Forse non andava fatto, ma ora che l’euro c’è, sarebbe saggio abbandonarlo? Non si rischia piuttosto di tornare a politiche inflazionistiche e a svalutazioni a ripetizione, quelle a cui era abituata l’Italia, che alla lunga impoveriscono il sistema produttivo dopo una prima illusione di un benefico aumento delle esportazioni?
Questa è una questione davvero cruciale ed è proprio il motivo per cui la Germania e gli altri paesi sono molto riluttanti a lasciare uscire la Grecia dall’euro; è la ragione per la quale vogliono il Patto di stabilità e cercano di imporre una sorta di disciplina agli altri paesi, alcuni dei quali potrebbero seguire l’esempio della Grecia. Allora l’euro di oggi potrebbe essere paragonato a quello che il Gold Standard è stato nel diciannovesimo secolo: finché il governo britannico non abbandonò, nel 1931, la parità fra la sterlina e il Gold Standard, sostituendolo con il tasso di cambio variabile, nessuno credeva che si potesse fare. Il che significa che, una volta fatta una cosa, i politici sanno che poi hanno quella via di scampo. Così se la Grecia lasciasse l’eurozona, altri potrebbero seguirla. Ma i costi della permanenza della Grecia, per la Germania e per i paesi simili, sono talmente alti che molto probabilmente bisognerà prima accettare che i greci escano dalla moneta unica per poi introdurre norme di stabilità fiscale obbligatorie, e questo forse restringerà l’eurozona a un minor numero di paesi, oppure darà origine a due euro diversi: uno per il nord e l’ altro per il sud. Entrambe le soluzioni mi sembrano più pragmatiche del tentativo di trattenere la Grecia nell’eurozona che, in definitiva, la strozza. La strada alternativa dei sussidi continuativi è impraticabile ed esistono innumerevoli precedenti che dimostrano come questa linea sia del tutto fallimentare, oltre al fatto che potrebbe spingere altri paesi a non fare le riforme, nella speranza che la Germania li salvi. Gli stravolgimenti nel breve periodo sono però compensati dalla speranza nel lungo termine.

Cosa deve fare l’Italia secondo lei per uscire dalla crisi?
Sicuramente lo Stato italiano dovrà procedere a una deregolamentazione massiccia e alla riduzione drastica delle proprie dimensioni; dovrà andare, cioè, in una direzione che permetta alle statistiche ufficiali di corrispondere finalmente alla realtà. Infatti, se si considerasse tutto il mercato sommerso, le cifre dell’economia italiana sarebbero incomparabilmente migliori di quelle che attualmente vengono rese pubbliche. In un certo senso, l’Italia si trova oggi in una condizione analoga ma opposta a quella dell’Unione Sovietica nei suoi ultimi anni, nel senso che le statistiche ufficiali sono in entrambi i casi menzognere, ma mentre i sovietici esageravano per eccesso, gli italiani minimizzano i propri successi economici.

In un suo famoso editoriale del 1996 sul post-reaganismo lei sottolineava come il presidente Reagan avesse in realtà dovuto affrontare problemi che per i conservatori «non presentavano una particolare difficoltà intellettuale», e che gli stessi problemi apparivano complessi solo perché i liberal vedevano la complessità dove di fatto non c’era. Esistono oggi soluzioni semplici a problemi complessi?
Vede, Reagan stesso diceva che le risposte ai problemi complessi esistono, ma non sono facili. La situazione che ci troviamo ad affrontare è, infatti, molto difficile e richiederà sacrifici a tutti: la gente deve imparare a risparmiare di più per avere in futuro la pensione; il mercato del lavoro va liberalizzato perché, per poter assumere con più facilità, i datori di lavoro devono poter licenziare, e anche se questo all’inizio destabilizza, nel medio e lungo termine rende il mercato del lavoro più fluido e dinamico e, in definitiva, diminuisce la disoccupazione, come è successo all’Inghilterra a partire dalla fine degli anni Ottanta. Credo che l’esperienza di alcuni paesi dimostri che i liberal-conservatori e i libertari sono stati molto bravi ad affrontare questi problemi con soluzioni efficaci, mentre lo stesso non si può dire della sinistra che ancora oggi fatica a trovare una qualsiasi buona proposta di fronte alla crisi.

Secondo lei perché Londra non ha preso l’iniziativa di guidare l’integrazione europea in senso più liberale, magari coalizzandosi con stati come la Repubblica Ceca e la Polonia, limitandosi invece a dissociarsi dal duo Merkel-Sarkozy e dal Patto di stabilità?
Credo perché prima i governi Blair, poi il governo Cameron hanno pensato di avere preso questa iniziativa, ma di non essere stati incoraggiati. Forse si è trattato solo di una mossa diplomatica, ma uno dei fattori in gioco è che l’alleanza franco-tedesca e la burocrazia di Bruxelles hanno una forma mentis colbertiana, statalista, regolatrice e il tentativo di cambiarla rischia di essere senza speranza. Per di più, quando un governo nazionale manda un funzionario a Bruxelles, riceve l’impressione di essere entrato a fare parte di uno stato che non esiste ma che si vuole che esista. E il Regno Unito non ha ricevuto abbastanza incoraggiamenti per cimentarsi in un compito di questa portata. Margaret Thatcher e Ronald Reagan avevano una visione forte, avevano a cuore in particolare la difesa della libertà individuale contro ogni ingerenza del potere dello Stato, e la loro visione li ha sempre guidati anche nei momenti delle decisioni difficili. Perché oggi sembra non esistere alcun personaggio politico in Europa dotato di una visione e capace di imboccare una strada che porti alla salvezza dalla crisi? La Thatcher è (come lo era Reagan) cristiana. Non è una teologa, né è teologicamente sofisticata, ma crede che Cristo è figlio di Dio e attraverso il sacrificio della croce è venuto a salvare l’umanità. E questa sua posizione è venuta fuori innanzitutto nel suo comportamento. Ad esempio, dopo l’attentato di Brighton del 1984 (quando l’Ira tentò di assassinarla in occasione del congresso del Partito conservatore, ndr) si mise subito a pregare. Questa visione le ha dato fiducia e certezza, lei credeva nell’Occidente e credeva nel Regno Unito. Il problema di tutti i leader di oggi è che operano in un’atmosfera di massacro culturale dell’Occidente, un massacro che riguarda ogni aspetto: qualsiasi politica tesa a migliorare le cose viene subito giudicata per il suo essere discriminatoria o imperialista o nostalgica e “riflesso del passato”, e gli intellettuali sono sempre contro ciò che rispecchia in modo autentico il loro paese, la loro storia e la loro religione. Finché l’Occidente non si riapproprierà della fiducia nella sua cultura, sarà condannato ad annaspare. E anche se nasceranno politici capaci, dinamici e idealisti come la Thatcher e Reagan, saranno costretti in un contesto che renderà loro estremamente arduo convincere l’opinione pubblica e l’elettorato. Rischia in effetti di realizzarsi appieno ciò contro cui ci metteva in guardia papa Giovanni Paolo II: che l’Europa sarà cristiana o non sarà, nel senso che non potrà garantire la libertà della persona.

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3 Commenti

  1. francesco taddei scrive:

    Oltre alle riforme interne occorre citare la sua politica verso l’europa. M. Thatcher ha sempre visto l’europa come un mercato comune, niente di più, come testimoniano gli episodi della borsetta sbattuta sul tavolo gridando “rivoglio i miei soldi” (a proposito del bilancio comunitario) e del discorso di Bruges per il mantenimento della sterlina. ancora oggi questa è la visione del popolo della gbr sull’europa e io concordo con questa visione. ecco di cosa avrebbe bisogno l’europa oggi. esistono non uno solo ma più modelli per tenere insieme un’alleanza fra stati. io preferisco quello svizzero, comunque sia l’europa sta andando verso un governo ed una cultura entrambi accentratrici, dominati dagli stati del nord europa, la Thatcher ha evitato alla gbr di essere inerme davanti a questa deriva. ecco di cosa avrebbe bisogno l’europa e l’italia oggi.

  2. Roberto scrive:

    Ci vorrebbe la Tatcher a proposito del problema del TAV.
    Le non voleva che i soldi dei contribuenti fossero spesi per opere faraoniche di cui non si aveva la certezza di un ritorno in tempi ragionevoli. Non era contraria al fatto che si facesse il tunnel sotto la Manica, non voleva che lo stato mettesse direttamente il capitale. Se degli investitori privati volevano rischiare… “affari” loro, ma non si potevano coinvolgere i contribuenti. Infatti nel tunnel entrò capitale privato.

    Se ci fosse stata la Tatcher invece di fare la TAV si sarebbe ricostruita l’Aquila e l’Emilia!

    Ma se Montezemolo, Debenedetti, Al-Thani o chi per essi avessero voluto investire i loro capitali nella grande opera, ottemperati tutti i regolamenti relativi all’impatto ambientale etc…. non ci sarebbe stato centro sociale a fermarli!

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