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94 embrioni morti in «campi di sterminio». Così diceva Oriana Fallaci

aprile 4, 2012 Benedetta Frigerio

«Si disumanizza la Natura, massacrando le creature più inermi e indifese». Lo scriveva la giornalista nel 2005, appena prima del referendum sulla procreazione assistita. Una lettura attuale anche in questi giorni, in cui ci troviamo a contare gli embrioni morti dell’ospedale di Roma. Ma una via d’uscita c’è. Basta ascoltare Ratzinger.

«Referendum? Ma che vuoi referendare. Lo stesso termine procreazione assistita evoca il gesto di alzare bandiera bianca, di finire in un mondo contro natura. Senza contare che, comunque vada, questo referendum si concluderà come quello sulla caccia. Cioè coi cacciatori che continuano a sparare sotto le nostre finestre e ad ammazzare gli uccellini». È il profetico intervento che Oriana Fallaci il 3 giugno 2005, a dieci giorni dal voto sulla procreazione medicalmente assistita, pubblicò sul Corriere della Sera, nell’articolo titolato “Noi cannibali e i figli di Medea”.

La scrittrice cercò di spiegare perché la pratica della fecondazione e del congelamento degli embrioni era un danno in sé: «Il proposito di sostituirsi alla Natura, manipolare la Natura, cambiare anzi sfigurare le radici della Vita, disumanizzarla massacrando le creature più inermi e indifese. Cioè i nostri figli mai nati, i nostri futuri noi stessi, gli embrioni umani che dormono nei congelatori delle banche o degli Istituti di Ricerca». La Fallaci metteva sullo stesso piano i congelatori, dove solo sette anni dopo sarebbero morti 94 embrioni, e i campi di sterminio nazisti, perché «se al posto di Birkenau e Dachau eccetera ci metti gli Istituti di Ricerca gestiti dalla democrazia, se al posto dei gemelli vivisezionati da Mengele ci metti gli embrioni umani che dormono nei congelatori, il discorso non cambia».

E a chi la attaccava, chiamandola «integralista, baciapile e oscurantista», dichiarando l’embrione “non vita”, la Fallaci domandava: «E se l’infinitamente piccolo contenesse molto di più dell’infinitamente grande? E se il cervello anima dell’embrione misurasse ancor meno di un centomiliardesimo di millimetro e la miopia morale (nonché intellettuale) non riuscisse a individuarlo?». Ma la giornalista sapeva bene che nemmeno queste domande sarebbero bastate a mettere in crisi quel pensiero che definiva «malato». C’era l’obiezione di chi la vita dell’embrione la riteneva (e la ritiene) meno degna di altre, quindi ad esse funzionale: «Non me ne importerebbe nemmeno se le staminali servissero a guarire il mio cancro anzi i miei cancri», ribatteva lei. «Dio sa se amo vivere, se vorrei vivere più a lungo possibile. Sono innamorata, io, della vita. Ma a guarire i miei cancri iniettandomi la cellula d’un bambino mai nato mi parrebbe d’essere un cannibale. Una Medea che uccide i propri figli».

Chi è colpevole di questo abominio? 
I politici, «che per ritrovare il potere perduto consentono che i nostri (e i loro) bambini mai nati finiscano nei nuovi campi di sterminio».
Gli intellettuali, «che per opportunismo o profitto o smania di influire sul futuro approvano e propagandano le malefatte dei Frankenstein».
I giornali, le televisioni, i media, «che quelle malefatte le presentano con compiacimento, anzi col cappello in mano».
E la «cosiddetta gente comune», «la gente che per sentirsi moderna, lanciata verso il futuro, si adegua. Per non andare controcorrente, non perdere i vantaggi della cosiddetta modernità (vantaggi che alla fine si riassumono in un telefonino sempre appiccicato all’orecchio) grida al miracolo. Si piega, anzi applaude, anche se ciò significa massacrare i propri figli come Medea».
E poi la Chiesa. Scandalizzata dalla decisione di alcuni cattolici e un vescovo di votare per una risoluzione del Comitato Nazionale Bioetica a favore dell’uso dei tessuti dei bambini abortiti, la giornalista scriveva: «Ho fatto un balzo a leggere la notizia. E sia pur sapendo che il suo era stato un voto molto sofferto, mi son detta: possibile?!?». E, sempre profeticamente, si chiese: «Non c’è rimasto che Ratzinger a tener duro?».

La Fallaci riconosceva un’unica via d’uscita. Quella richiamata dallo stesso Ratzinger, la sola che a parere suo poteva riscattare tutti: «“La scienza non può generare ethos”, ha scritto Ratzinger nel suo libro Europa . “Una rinnovata coscienza etica non può venire dal dibattito scientifico”. Naturalmente Ratzinger lo dice in chiave religiosa, da filosofo anzi da teologo che non prescinde dalla sua fede nel Dio Creatore. Un Dio buono, un Dio misericordioso, un Dio che ha inventato l’universo e creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. (Tesi che a volte gli invidio perché risolve il rompicapo chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, ma nella quale il mio ateismo vede soltanto una bellissima fiaba. Se Dio esistesse e fosse un Dio buono, un Dio misericordioso, perché avrebbe creato un mondo così cattivo?). Però a dirlo difende la Natura, Ratzinger. Rifiuta un Uomo inventato dall’uomo cioè un uomo prodotto di sé stesso, della eugenetica mengeliana, della biotecnologia frankensteiniana. Ciò che dice è vero. È giusto. È raziocinante».

 

Twitter: @frigeriobenedet

 

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