Zeman non ha mai vinto un piffero. Eppure lo amano

Ritratto del nuovo allenatore della Roma. L’unico al mondo che, sul suo sito, dà il benvenuto «ad amici e nemici»

È l’ultimo giapponese Sdengo, soprannome-storpiatura che gli diede il mitico Pasquale Casillo, suo presidente ai tempi della nuova terra promessa del calcio italiano per cui a Foggia arrivò pure la Cnn. Come a Bagdad la stampa scendeva nello stesso albergo, il leggendario Cicolella, ristorante-hotel. E tra un pancotto con ruchetta selvatica e un’orecchietta con le cime di rapa, raccontava di quella frontiera calcistica, il 4-3-3 di Sdengo. Casillo, industriale granario, primariamente, e imprenditore in senso lato (fu anche editore del rinato Roma) e Sdengo diedero vita a un fenomeno del pallone ancora adesso indimenticabile. E che ora in molti, soprattutto i tifosi della Roma, sperano di resuscitare con sede nella capitale. Sdengo ha la sua seconda possibilità con la “maggica”. Sdengo è tornato di moda, è riemerso dall’abisso, ha terminato il suo lungo esilio. Una grande società, con danari e possibilità, lo ha richiamato tra gli osanna del popolo. Sdengo aveva dato fastidio, aveva rotto le scatole solo a un certo gruppo, a una sola squadra, è vero, però a un certo livello i petulanti tendono a scartarli. Non vogliono grane. Ce la farà? Non c’è più Pasqualone con il quale si palleggiava un affetto sincero e il merito di quella squadra unica, nel suo genere. «Merito tuo». «No, merito tuo». Adesso, a Roma, ci sono gli americani. Sdengo riuscirà a combattere sotto la bandiera a stelle e strisce, lui che per carattere e predisposizione d’animo è l’ultimo giapponese?
Sì, compagni e amici, parliamo qui di Zdenek Zeman, nato a Praga il 12 Maggio del 1947, in un quartiere residenziale sulle rive della Moldava, proprio quando, da quelle parti, lo sport nazionale era il tuffo dalla finestra del moderato (con spinta d’incoraggiamento). Il padre Karel era medico (primario addirittura) e lo avrebbe voluto come lui, con il camice bianco. Sai che tormento strascinare quel suo passo lento per il linoleum dei corridoi senza poter fumare una bella sigaretta. «Ma per fortuna ho fatto altro», ha sempre ripetuto Sdengo senza mai specificare cosa avrebbe detto il genitore del vizio del fumo. Ma è la madre a essere importante per la nostra storia, per via del cognome: Kvetuscia Vycpalek, casalinga. Dopo la scuola secondaria e in attesa di iscriversi all’università (sta fermo un giro, per via del numero chiuso) se ne viene in Italia, destinazione Palermo, dove suo zio Cestmir si era stabilito dopo aver giocato per la Juve e poi in maglia rosanero. Quando Sdengo arriva in Italia, nel 1968, Cestmir detto «Cesto» deve ancora tornare alla Juve come allenatore e conquistarvi due scudetti. È il 1968 e mentre se la spassa sull’isola, con la sorella Jarmila, i carri sovietici invadono la Cecoslovacchia. Zeman torna, ma per poco. Non sopporta il clima, tutt’altro che primaverile, che si è instaurato nel suo paese. Dopo un anno rieccolo in Sicilia. E questa volta per rimanere. Si diploma all’Isef con una tesi in medicina dello sport, conosce una ragazza di nome Chiara, ha due figli, Karel e Andrea, diventa cittadino italiano nel 1975. Nel 1979 prende il patentino di allenatore a Coverciano. E l’avventura può iniziare ormai.

La creazione del personaggio
Sdengo appartiene alla categoria degli allenatori santoni, cioè quelli senza un passato con un pallone tra i piedi, quasi neanche all’oratorio e che per costruirsi un presente solido in campo hanno dovuto inventarne anche uno di predicazione. Senza questo secondo aspetto, insomma, l’allenatore privo di palmarès non verrebbe preso sul serio. Infatti, Arrigo Sacchi, Sdengo, José Mourinho, appartengono alla stessa razza. Gente che non avendo un background (so’ forte, eh?) di prestigio, ma neanche una minima gavetta su qualche campo spelacchiato, ha dovuto inventarsi un presente non legato solo al pallone in senso stretto. Si sono creati un personaggio. Ognuno lo fa a suo modo. Sdengo lo ha fatto intingendo la sua parlata (parla sempre allo stesso modo, malgrado sia in Italia da 40 anni con il forte sospetto, anzi la quasi certezza, che lo faccia perché gli dà quell’aria un po’ così, insomma serva alla costruzione del ruolo, come faceva Nils Liedholm) e nel più rigido moralismo, calcistico e filosofico. È un giapponese per questo. Per lui, come per un soldato del Mikado, la sua guerra non è mai finita. Non ci si arrende mai, non si smette di combattere neanche quando il nemico si arrende. Perché non avendo nel suo codice d’onore l’idea della resa non la applica neanche agli altri.
Sempre baionettarm. Sdengo è rimasto chiuso nella sua foresta, pronto a saltare fuori da dietro un albero o una felce con la katana sguainata e il moschetto d’ordinanza a sibilare il suo livore contro la Juventus. Quella di prima certo, quella di cui denunciò il doping, senza prove, solo «alla vista» dei muscoli di questo o quel giocatore o per sentito dire, nella celebre intervista a L’Espresso del 1998 che aprì uno squarcio sul modo di amministrare i controlli sugli atleti da parte del laboratorio dell’Acqua Acetosa. Dalla sua denuncia partirono inchieste sportive e giudiziarie, divenne famoso il procuratore di Torino Raffaele Guariniello che lo mandò a chiamare. L’asse Guariniello-Zeman fece cadere molte teste compresa quella del presidente del Coni, di allora, Mario Pescante.
Ma il bersaglio grosso era la Juventus, quella che Sdengo accusava di avere dalla sua gli arbitri (però in questo non c’era nulla di originale, lo facevano tutti e già da decenni). Però Sdengo è uno particolare e non se la prendeva solo per un rigore non dato o per quella volta che un guardalinee, urtando Aldair che stava effettuando una rimessa laterale gli fece perdere una partita a Torino (secondo lui l’aveva fatto deliberatamente). Al Lecce, dopo essere stato sconfitto per 1-0 dalla Juve, senza che l’arbitro c’entrasse nulla, s’infuriò lo stesso, sostenendo che la partita doveva essere sospesa per impraticabilità di campo.
E fin qui è il passato per cui ha avuto la sua vittoria. Moggi e Giraudo non ci sono più. Però l’ha pagata cara. Il calcio è un ambiente dove un guastafeste, alla lunga, non piace neanche a quelli che pure hai favorito. Però anche ora che la Juventus ha pagato, che si è mondata, che l’uomo nero non c’è più, lui non molla la presa. Dopo Parma-Juventus, partita con tre rigori contestati, uno a favore del Parma e due per la Juventus, arrivò a dire che l’unico rigore vero era quello del Parma. Via, Sdengo, l’unico che si avvicinava a un penalty era quello su Giaccherini.
È così, il mitico Zdenek Zeman, un tiradritto che non fa sconti. Ed è l’unico al mondo che, sul suo sito, dà il benvenuto «ad amici e nemici». Sa già che uno come lui o si ama o si odia. Però, dovunque sia andato a predicare, ha lasciato solo vedove affrante. A parte la breve estate-autunno di Parma (1987) dove sostituì Arrigo Sacchi passato al Milan. Pensavano che avrebbe giocato allo stesso modo, ma il 4-3-3 esplosivo è un’altra cosa, rispetto al 4-4-2 speculativo. Non durò molto. A Licata parlano ancora adesso di quel campionato di C2 vinto come un treno ad alta velocità. A Napoli piansero quando lo esonerarono per prendere Mondonico.

Il trio-maravilla
Ma è a Foggia, dove arriva nel 1989, che la fama di questo giovanotto che parla un italiano lento e intossicato, s’ingigantisce fino a farlo diventare un protagonista del nostro calcio. Sdengo vi arriva dopo un buon campionato al Messina. Il Foggia è appena stato promosso in Serie B. Il presidente è Paquale Casillo. Sdengo conquista la serie A nel 1990-’91 e approda nella massima serie con intenti bellicosi. Schiera il trio-maravilla: Francesco Baiano, Giuseppe Signori e Roberto Rambaudi. Ottiene un nono, un undicesimo e nuovamente un nono posto. Nel 1993-1994, l’ultimo hurrah di Zeman su quella panchina sfiora addirittura l’ingresso in Uefa. Foggia diventa Zemanlandia e il calcio «alla Zeman» supera i monti della Daunia. Sdengo diventa un’icona. Di Foggia e della «complanare» parla anche Antonio Albanese in un suo fantastico sketch sul giornalista Frengo a Mai dire gol. Dal 1989 al 1993 Foggia è un laboratorio in cui si sperimenta un calcio inaudito. E in cui giocatori di recupero o le scoperte diventano famosissimi. Pasquale Casillo incassa 50 miliardi di vecchie lire – con un guadagno vicino al 90 per cento – vendendo, a più riprese, Baiano, Signori, Shalimov, Kolyvanov, Rambaudi, Matrecano, Seno, Di Biagio, Petrescu e altri.

Le interviste in ufficio
Nel 1994 se ne va anche Sdengo, alla Lazio, poi alla Roma. Diventa «il mago boemo». E dal ritiro estivo, sulle Dolomiti, nell’estate del 1998, fa partire il missile: «Sono fin troppo misteriosi i muscoli di Del Piero e Vialli». Parla di calcio che sta nelle farmacie. Non ha alcuna prova concreta, solo la sua opinione, ma scatena la valanga. Quelli che stanno sotto i patiboli a fare la maglia risponderanno: chissenefrega, aveva ragione. Aveva ragione, almeno sull’uso eccessivo di medicinali, ma sul legame tra questi e il doping non è stato trovato nulla. E il processo nato dalle sue parole è finito in prescrizione. Quelli che fanno la maglia diranno: sì, ma la Cassazione ha detto che però i pm avevano ragione. Sai che successone, milioni dei contribuenti spesi per non arrivare neanche a una condanna. Restano un faldone di carte e il famoso commento dell’Avvocato: «Zeman? È il nipote di Vycpalek. E noi suo zio l’abbiamo salvato dalla Cecoslovacchia comunista. Quindi anche lui ci deve un po’ di rispetto. Non lo prenderemo mai come allenatore perché non mi piace il suo modo di allenare la squadra».
Zeman conclude la sua avventura con la Roma ma la sua ascesa si blocca lì. Dall’inizio del terzo millennio non ne imbrocca più una. Praticamente cambia squadra una volta all’anno. Come se le maledizioni che gli hanno mandato quelli che ha sfrucugliato avessero edificato un cordone attorno a lui. Ma Sdengo tira dritto. Gioca a golf, va in vacanza tra Palermo e Mazara del Vallo. Vive a Roma, in zona Fleming, e tutte le mattine va a fare colazione al bar sotto casa. Quando un giornalista (o un amico) ottiene il permesso di intervistarlo lui lo invita ad andare lì: «Ci vediamo nel mio ufficio».

Di nuovo sulle rive del Tevere
Con gli anni la sua fama si appanna, ma lui non sparisce. Diventa periferico. Passa da Lecce ad Avellino, dal Fenerbahçe alla Stella Rossa, con scarsi risultati. Fino al 2010-2011 quando, per la serie a volte ritornano, si ripropone l’accoppiata Casillo-Zeman a Foggia. Non parte più la Cnn, però la faccenda è gustosa. Ma il miracolo non si ripete.
Accade, invece, a Pescara, un anno dopo. Dirompente, seguendo lo stesso schema, con un attaccante, Ciro Immobile cresciuto nelle giovanili dell’odiata Juve (che ne detiene la metà), che fino alla cura Zeman era sospettato di essere un caso conclamato di nomen omen. Invece è mobilissimo e segna 28 gol in 37 partite, capo cannoniere della Serie B. Si ripete Zemanlandia: giocatori come Immobile, Insigne, Verratti, Sansovini diventano oggetti di scontri di mercato tra le grandi. Ma lui, Sdengo, se n’è già andato. Lo ha richiamato la Roma, dopo il fallimento dell’esperimento Luis Enrique, a furor di popolo. Perché sulle rive del Tevere, anche se Capello ha vinto lo scudetto, tutti amano Zeman. Si è già ricompattato il circolo intellettuale che su di lui ha scritto canzoni (Antonello Venditti: La coscienza di Zeman), saggi (quello di Goffredo Fofi nell’antologia Il pallone è tondo), film (Zemanlandia di Giuseppe Sansonna), romanzi (Il mister di Manlio Cancogni).
Adesso, però, alla fine di questo mio trattatello fatemi la domanda. Perché Zdenek Zeman non ha mai vinto (a parte tre promozioni) un piffero? Per colpa di Moggi e dei muscoli del capitano (Del Piero)? Per via del fatto che è un personaggio scomodo? No. Perché nella vita puoi tirare diritto, spezzarti ma non piegarti, ma il calcio è l’arte del compromesso. Lo so, è un ragionamento cinico e baro, ma Sacchi, al Milan, voleva cambiare Tassotti, Baresi e Maldini e invece se li è tenuti. L’ultimo esempio: Conte, partito col 4-2-4 in testa è passato al 4-3-3 e ha finito con il 3-5-2. Il moralismo, in questo paese, ha successo ovunque, ormai. Ma nel calcio no. Sdengo ha l’ultima occasione per dimostrare che il 4-3-3 è l’unico modo di dare pedate a un pallone.