Vladimir Ghika, il principe martire morto in prigionia sotto il regime comunista rumeno. «Scelse di restare con il suo popolo»

Nipote dell’ultimo sovrano di Moldavia, si convertì al cattolicesimo «per essere un ortodosso migliore». La storia di Vladimir, oggi beato, è raccontata nel libro “Vladimir Ghika. Il principe martire”

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vladimir-ghika-romaniaFiglio di un ministro degli Esteri della Romania, nipote dell’ultimo sovrano di Moldavia, con la madre discendente di Enrico IV di Francia, Vladimir Ghika, nobile ortodosso che si convertì al cattolicesimo e si fece sacerdote, è morto martire il 16 maggio 1954 per mano del regime comunista rumeno. Vladimir oggi è beato e Mihaela Vasiliu, come riporta Avvenire, ha scritto la sua biografia spirituale pubblicata con il titolo italiano Vladimir Ghika. Il principe martire.

«ESSERE UN ORTODOSSO MIGLIORE». Nato a Costantinopoli nel 1873, Vladimir studia diritto a Tolosa, politica a Parigi e filosofia a Roma. Nel 1902, da ortodosso, si converte al cattolicesimo «per essere un ortodosso migliore». Durante la Prima guerra mondiale vive a Roma, dove sostiene le vittime della guerra, i feriti, i tubercolotici e i poveri. Nel 1923 decide di farsi sacerdote, cosa che avverrà a Parigi, dove Vladimir incontra i coniugi Maritain, René Bazin, Louis Massignon, Paul Claudel e il futuro cardinale Journet. La sua statura culturale gli permette anche di essere protagonista tra il 1921 e il 1925 «di cinque riunioni tra cattolici e anglicani», un momento di «importante mediazione».

LA SCELTA DI RESTARE. Sempre attento alla vita del popolo, Vladimir decide di non andarsene dalla sua Romania quando scoppia la Seconda guerra mondiale «per fare per amore ciò che si deve fare per dovere». E quando nel ’47 il regime comunista prende il potere nel paese, Vladimir riceve subito molte attenzioni dalle autorità: «La sua famiglia ottiene per lui l’autorizzazione a lasciare la Romania – scrive l’autore della biografia – ma egli sceglie di restare con il suo popolo».

«IL GRANDE ATTO». Vladimir viene arrestato il 18 novembre 1952, condannato l’anno successivo e imprigionato nella fortezza di Jilava, vicino a Bucarest. Qui, a causa delle terribili condizioni di prigionia, muore di stenti il 16 maggio 1954. Vasiliu nel libro riporta queste sue parole: «La nostra morte deve essere il grande atto della nostra vita, ma Dio è l’unico a poterlo sapere».

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