Viva o morta? Il caso Jahi McMath

Una nuova diagnosi medica riapre il complesso caso di una tredicenne californiana dichiarata morta cerebralmente

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Jahi_McMathSe Jahi McMath, la giovane californiana dichiarata cerebralmente morta secondo i criteri medici applicati, fosse viva, sarebbe una scossa per il mondo della medicina e della scienza. La vicenda divenne nota alla stampa internazionale nel dicembre 2013, dopo che un’operazione di routine alle tonsille presso l’Ospedale dei bambini di Oakland aveva ridotto McMath in fin di vita. La ragazzina, allora tredicenne, fu vittima di un errore medico, a cui seguì un’emorragia che non fu arrestata, nonostante l’allarme lanciato dalla madre e della nonna al personale ospedaliero. McMatch ebbe quindi un infarto e poi fu dichiarata morta. I parenti denunciarono anche il tentativo da parte dei medici di convincerli a privare la figlia dei sostegni vitali e di donare gli organi. E nella denuncia si legge anche che il primario del reparto di pediatria, David Duran, arrabbiato con la famiglia decisa a non “staccare la spina”, aveva esclamato: «Che cos’è che non capite? È morta, morta, morta!». L’ospedale quindi ordinò la sospensione dei sostegni vitali. Dopodiché la ragazza fu trasferita in una struttura privata del New Jersey nonostante i costi enormi per la famiglia.

LA VICENDA. I genitori di McMath furono criticati dai media. Il bioeticista della New York University, Arthur Caplan, chiamò “macabri” i tentativi della famiglia di salvare la figlia, accusando i medici della strutture che ospitava la tredicenne di «dissacrare un cadavere», che «è molto fragile» e quindi «non può andare avanti ancora a lungo». Alla fine del 2014, l’avvocato della famiglia, Christoper Dolan, mostrò un video dove la ragazzina alla richiesta della madre di muoversi aveva piegato il pollice del piede, mentre il mese scorso i genitori avevano assicurato che «la nostra piccola bella addormentata sta bene e fa progressi. E si muove sempre di più rispondendo al comando di sua madre».

NUOVA DIAGNOSI. Se prima c’era chi parlava di autosuggestione, ora la famiglia è supportata da una diagnosi medica presentata alla Corte Suprema della California in cui sono allegati video e prove scientifiche che dimostrano lo stato vitale di McMath. Il documento afferma che secondo «il pediatra neurologo che ha esaminato Jahi, dopo aver trascorso ore con lei e aver visionato numerosi video (…), il suo cervello è vivo in senso neuropatologico e non è necrotico. In questo momento Jahi non rientra nella definizione legale di morte della California, che richiede l’assenza irreversibile di tutte le funzioni cerebrali». Si legge poi che alla ragazzina, otto mesi dopo la diagnosi di morte cerebrale, era tornato «il ciclo mestruale», mentre «i cadaveri non hanno le mestruazioni».

«UNA BOMBA». Alla notizia della nuova diagnosi presentata alla Corte, Robert Truog, pediatra dell’ospedale dei bambini di Boston, ha sottolineato che, «indipendentemente dal punto di vista personale di ciascuno sulla morte cerebrale, se questi sviluppi sono corretti, allora questa è una bomba». Inoltre, il caso «soddisfaceva tutti i criteri standard per la diagnosi di morte cerebrale (…) non c’è mai stato un paziente con una diagnosi di morte cerebrale corretta che poi ha sviluppato un processo neurologico funzionante». Sopratutto, se i genitori non avessero insistito nonostante la contrarietà della maggioranza, «non avremmo mai saputo che esiste questa possibilità».
Robert Veatch, professore dell’istituto di etica della Georgetown University, ha dichiarato che potrebbe anche essere che «i test eseguiti in California, e che portano alla dichiarazione di morte, si sono svolti in maniera errata oppure che i test, anche se condotti correttamente, sono fuorvianti».

IL FRATELLO DI TERRI SCHIAVO. Gli scenari che si aprono ora sono incerti e potrebbero crescere i casi in cui i parenti decidano di non arrendersi nemmeno di fronte a una morte cerebrale, abbassando il numero delle donazioni di organi, come ha ricordato il professore di legge della Hameline University Thaddeus Pope. A difendere la famiglia sin dall’inizio era stato Bobby Schindler, fratello di Terri Schiavo, la donna che morì di fame e di sete dopo una lunga battaglia legale del marito contro i parenti. Schiavo ha ribadito che il mercato della donazione di organi è milionario: «È un grande business (…) e quello che vediamo conferma ciò che i famigliari dicono dall’inizio».


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