Viva il comunista Mazzali, il capogruppo di Sel che chiede: «Che senso ha l’arresto di Mantovani?»

La sceneggiata delle arance dei grillini? «Mi fa ribrezzo». L’arresto dell’ex assessore lombardo alla Sanità? «Il carcere preventivo è l’extrema ratio»

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Viva Mirko Mazzali. Sì, viva il comunista Mazzali, avvocato e capogruppo di Sel in consiglio comunale a Milano che ha rilasciato oggi un’intervista al Giornale sottoscrivibile parola per parola. L’argomento è l’arresto di Mario Mantovani, ex assessore alla Sanità e vicepresidente in Regione Lombardia, finito in carcere a San Vittore con l’accusa di concussione e corruzione. Come al solito, purtroppo, la vicenda non è chiarissima e gli organi di informazione, anziché aiutare i cittadini a farsi un’idea precisa dei fatti, ne solleticano gli istinti forcaioli con titoli ad affetto e spesso fuorvianti. Ma i fatti? Le prove? Ancora una volta, queste paiono essere solo un corollario alla sentenza già scritta e già emessa dal tribunale mediatico: “È un ladro, lo si sbatta in galera e si butti la chiave”.
Onore dunque a Mazzali, che molto più del suo sindaco, (l’ex?) garantista Giuliano Pisapia, ha saputo esprimere sul caso Mantovani un giudizio equilibrato, sensato e – lo sottolineiamo – rispettoso delle leggi sulla custodia cautelare oggi in vigore in Italia. Ce ne fossero di comunisti come lui, che si indignano – come noi – della terribile sceneggiata dei due consiglieri grillini che hanno dato a Roberto Maroni un cesto d’arance da portare al recluso Mantovani.

FESTEGGIAMENTI? MI FANNO RIBREZZO. «Non si può festeggiare quando una persona finisce in galera, perché il carcere è dolore, e festeggiare il dolore altrui è sempre indegno», dice Mazzali: «Che si possa fare addirittura dell’ironia su un essere umano in cella mi fa ribrezzo». L’aspetto più incredibile dell’arresto del politico di Forza Italia, fa notare Mazzali, è il fatto che tra la richiesta del provvedimento di cattura da parte della Procura e l’ordine del giudice sia trascorso oltre un anno. «Io mi limito a fare un ragionamento», spiega il capogruppo di Sel: «Se c’erano davvero le esigenze cautelari, se si doveva mettere Mantovani nelle condizioni di non nuocere, non si poteva aspettare un anno. Se siamo di fronte ad una persona che oggi la Procura e il giudice sostengono che sia pericolosa, perché le si è consentito di continuare fare il vicepresidente della Regione? Ma se invece questa persona non era pericolosa, e quindi si potevano fare le cose con calma, perché adesso la si arresta? Fatico a cogliere il senso di questa decisione».

EXTREMA RATIO. E poi, il carcere. Era davvero necessario? Siamo sempre alla solita storia: l’uso disinvolto della carcerazione preventiva. «Si arresta con molta, con troppa facilità – dice Mazzali -. Quando il nuovo codice di procedura penale è stato varato, nel 1989, si affermò un principio che ricordo bene: il carcere preventivo è l’extrema ratio, il sacrificio delle libertà individuali che è accettabile solo quando una altra strada non c’è. Ecco, io vorrei che si ripartisse da lì. Se un politico è accusato di avere compiuto dei reati utilizzando la sua carica pubblica mi pare ovvio che nel momento in cui si dimette dalla carica non possa più continuare a commettere delitti. Quindi viene meno il pericolo di reiterazione del reato e l’esigenza dell’arresto».

PM E GIUDICI. «È lecito chiedersi – conclude – se la separazione delle carriere o delle funzioni tra giudici e pm potrebbe consentire ulteriori passi avanti. Una maggiore distanza aiuterebbe, e anche una separazione fisica. Quando la Procura presso la Pretura aveva la sua sede in piazza Umanitaria, fuori dal palazzo di giustizia, c’era meno dimestichezza tra giudici e pubblici ministeri. Ed era meno forte quella strana sensazione che prende noi avvocati quando ci troviamo in udienza davanti a un giudice, e scopriamo che a noi dà del “lei”, e al pubblico ministero invece si rivolge col “tu”».

Foto Ansa

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