Lo so, sono un panda. Ma i video di Bossetti in carcere non andavano diffusi

Chi ha consegnato quei video ai giornalisti? Lo ha fatto dietro compenso? Perché non c’è nemmeno un magistrato che indaghi su questa palese fuga di notizie? È tutto normale? Perché è diventato normale?

Pubblichiamo l’articolo contenuto nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Lo so di essere un panda, eppure non riesco ad arrendermi al fatto che possa essere considerato un evento normale e pacifico la diffusione delle immagini di un colloquio privato, riservato, intimo tra moglie e marito in carcere. Sto parlando di Massimo Bossetti, il muratore di Mapello accusato di aver ucciso la povera Yara Gambirasio. SkyTg24 ha mandato in onda un video in cui la moglie, Marita Comi, lo incalza chiedendogli se ha “fatto qualcosa”. «Se mi devi dire qualche cosa, dimmelo adesso, Massi». La stessa, solo pochi giorni dopo, ha fatto il sito della Stampa, su un’altra vicenda riguardante dei coltellini.

Qui non importa discutere o meno delle prove a carico o a discarico dell’imputato, ma solo ricordare che Bossetti è, appunto, un uomo in carcere in attesa di giudizio. E che quindi quei video, oltre che non provare alcunché – Bossetti non rivela nulla –, semplicemente, non andavano diffusi. Chi li ha consegnati ai giornalisti? Lo ha fatto dietro compenso? Perché Sky e la Stampa li hanno diffusi? Perché non c’è nemmeno un magistrato che indaghi su questa palese fuga di notizie? È tutto normale? Perché è diventato normale?

Sono le domande che mi pongo e mi sento un po’ come quel tizio della barzelletta che, imboccata l’autostrada, si chiede come mai ci siano in circolazione così tanti pazzi che guidano contromano. Dunque, sono forse io il folle che s’illude di non vivere in una società cavernicola dove si usano tv e intercettazioni a mo’ di clava per far valere la legge del più forte? I garantisti sono messi peggio dei panda. Per loro nessuno appiccica un adesivo sul retro dell’automobile.

Foto Ansa