Pestaggio in Statale. Ricostruzione di ciò che è accaduto (e delle maliziose censure dei giornali)

Il rettore Gianluca Vago parla chiaro: «Nessuna indulgenza con gli elementi pericolosi che hanno occupato l’ateneo per un anno»

L’Università Statale di Milano riapre i cancelli. Coi tornelli, però. Forse. Già, perché il nuovo rettore Gianluca Vago, stando almeno a quanto da lui dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera, sembra intenzionato ad aumentare i controlli in seguito ai disordini di maggio, causati dall’occupazione dell’ex libreria Cuem ad opera di studenti (pochi) ma soprattuto di gente proveniente dai centri sociali e i collettivi di sinistra (come il Cantiere) e comunisti (come Panetteria occupata) milanesi. Realtà la cui eredità culturale pesca direttamente nel ’68 e che oggi vivono in simbiosi con vecchie e nuove sigle sempre dell’universo di sinistra come, per esempio, i No Tav.

IL PESTAGGIO. Fortunatamente l’ex Cuem è stata sgomberata da mesi e al suo posto sorgerà un’auletta a totale disposizione degli studenti disabili o con difficoltà di apprendimento. A suggerire, però, risolute dichiarazioni al rettore è stato il pestaggio, avvenuto lo scorso febbraio ma di cui si è venuti a conoscenza solo ora, di uno studente di Brera, preso a calci e pugni in faccia da alcuni degli occupanti – una ventina pare – sui quali ora è in corso un’indagine, e che l’hanno ridotto quasi in fin di vita per aver scarabocchiato per gioco un volantino. Due di loro sono già stati arrestati, uno studente e uno che non lo è più. Quest’ultimo era già finito in gattabuia nel 2010 per un anno e mezzo dopo aver partecipato agli scontri di Chiomonte coi No Tav.

PARLA VAGO. «Fra gli antagonisti che hanno occupato per più di un anno i locali dell’università ci sono elementi molto pericolosi», ha esordito Vago nell’intervista. «L’aggressione di febbraio lo ha confermato. In Statale non devono più mettere piede. Basta con l’illegalità». Ed è per questo motivo che Vago si è detto «pronto anche a filtrare gli ingressi. La nostra squadra di sicurezza che conta già cinquanta addetti sarà rinforzata. Faremo anche installare più telecamere sul perimetro e all’interno dell’ateneo».
Un’operazione che dovrebbe prendere il via a partire da ottobre – quando aprirà fino alle 23 anche la biblioteca principale – e che era in programma già da giugno. «Nessuna indulgenza», conclude Vago. «O rischiamo di ripetere gli errori del passato. Bisogna isolare questi gruppi». Anche se «il tema dovrebbe interessare non soltanto l’ateneo ma l’intera città e tutte le istituzioni».

LA STAMPA DICE E NON DICE. Ma ci troviamo davvero di fronte a «elementi molto pericolosi», come li ha definiti il rettore senza spingersi troppo nei dettagli, oppure sono state solo «botte per un disegno»? Difficile a dirsi, almeno se ci si ferma alla lettura dei soli titoli sulla stampa. Colpiscono, infatti, in negativo, la leggerezza e poca precisione con cui spesso vengono descritti e caratterizzati sia i protagonisti dell’occupazione sia il contesto e i contorni della triste vicenda.
«Calci in testa per un disegno», titolava ieri il Corriere, descrivendo l’«equivoco degli antagonisti che bivaccano nell’ateneo» e denunciando la «notte di violenza e omertà». «Botte a uno studente», anche per Repubblica. E anche quando si parla di «massacro» o «pestaggio», è quasi sempre velato il motivo dell’accaduto, relegando la spiegazione a qualche riga nel corpo dell’articolo. Sfugge al lettore chi effettivamente siano questi «antagonisti che bivaccano nell’ateneo». Sembrerebbe di capire, leggendo di sfuggita, che «la politica non c’entra» o che «c’entra pochissimo». Non almeno quanto c’entra coi «raduni neofascisti» e «neonazi» dell’«ultradestra» che la stampa denuncia nelle pagine immediatamente successive e che la Milano del sindaco Pisapia sta cercando di allontanare proprio in questi giorni per evitare problemi.

IL GIP: «INCAPACI DI AUTOCONTENERSI». Due pesi e due misure? Sembrerebbe proprio così. Resta il fatto che il ventottenne, allora studente a Brera, dopo 70 giorni di prognosi e 8 placche in testa che gli hanno salvato la vita, ma che in seguito all’imminente rimozione rischieranno di lasciargli in eredità danni permanenti al cervello e forse alla vista, lo scorso 14 febbraio, si trovava a una di quelle «feste clandestine» (occupazioni in piena regola, illegali, in realtà) che in Statale erano ormai diventate un’abitudine.
Serata in cui è stato pestato fino allo stordimento (l’osso della fronte è stato fratturato ma lui se ne accorto solo qualche settimana più tardi) perché stava disegnando con il pennarello qualche tratto su una vecchia locandina del Partito comunista, incentrato sui prigionieri politici. Lui che si è dichiarato apolitico, né di destra né di sinistra, è stato aggredito da ragazzi che il gip ha definito «incapaci di autocontenersi» (Libero). Ed è facile immaginare perché.

ATTENZIONE MASSIMA. Sette dei ragazzi che avrebbero preso parte al pestaggio sono già ai domiciliari in attesa del processo. E le prese di posizione delle sigle più o meno direttamente coinvolte nei fatti non hanno tardato a venire: «Ci rinchiudono per aver resistito», il commento dell’ex Cuem sul suo blog, che prende le distanze dalla ricostruzione dei giornali. «Siamo fieri di averlo fatto, siamo in un momento storico in cui il termine resitenza assume un valore per noi totalmente positivo. Se resistere è un reato, siamo tutti recidivi». E ancora, quasi fosse una minaccia: «Dove distruggono ricostruiamo. Quando sgomberano rioccupiamo. Quando caricano resistiamo. #standup4excuem». Mentre un nuovo campanello d’allarme suona in via del Conservatorio, dove sorge l’altra libreria Universitaria, la Cuesp, occupata questa volta dal collettivo degli studenti di Scienze Politiche. «Se sarà necessario chiameremo polizia e carabinieri», si è affrettato a far sapere il rettore, che ha ammesso: «Dai dipartimenti di quella sede arriva la richiesta di affrontare anche quella situazione». Il 16 settembre, invece, si inaugura la nuova auletta che sorge al posto dell’ex Cuem.
«La polizia non si chiama», avevano detto al rettore alcuni colleghi sei mesi fa. «Da sempre a Milano si va in Duomo a pregare e in Statale a protestare», avevano aggiunto. Così non è stato. La polizia Vago ha dovuto chiamarla. Speriamo soltanto che non sia costretto a ripetersi, per il bene dell’ateneo, di chi ci lavora e delle migliaia di studenti che ogni giorno frequentano aule, corsi e biblioteche. Per studiarci, s’intende.