Un parroco sugli altari: Vincenzo Romano, il Curato d’Ars d’Italia

14 ottobre 2018: Papa Francesco canonizzerà, in Piazza San Pietro, anche un parroco del Sud Italia. Un parroco molto speciale

  • 285
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    285
    Shares

14 ottobre 2018: Papa Francesco canonizzerà, in Piazza San Pietro, anche un parroco del Sud Italia. Un parroco molto speciale: il primo del quale sia stata avviata una causa di beatificazione nella storia della Chiesa.
Il 13 giugno 1843, Papa Gregorio XVI, all’atto della firma del decreto di introduzione della causa di Vincenzo Romano, parroco della città di Torre del Greco nei pressi di Napoli, disse: “Gloria a Dio, poiché dopo più di diciotto secoli dalla fondazione della Chiesa, abbiamo un parroco santo”.

Mentre San Giovanni Maria Vianney, il Santo curato d’Ars, esercitava il suo ministero nelle Alpi francesi, di Vincenzo Romano le autorità ecclesiastiche cominciavano già ad acquisire scritti e testimonianze utili al processo di beatificazione. Il 25 marzo 1895, Papa Leone XIII firmò il decreto relativo alle virtù eroiche ed ai miracoli del Servo di Dio, che fu infine dichiarato beato il 17 novembre 1963 da Papa Paolo VI, dopo che i due miracoli che gli erano stati attribuiti furono ufficialmente riconosciuti.

Nel 1983, Papa Giovanni Paolo II, in occasione dei vent’anni dalla sua beatificazione, affermò: “Leggendo la sua biografia si rimane impressionati dalla zelante azione pastorale che egli esercitò ininterrottamente per ben trentadue anni … non allontanandosi mai dalla sua parrocchia, talmente era occupato, fin dall’alba, nella preghiera, nella celebrazione della Santa Messa, nell’ascolto delle confessioni, nella catechesi dei bambini e degli adulti, nella visita agli ammalati, nello svolgimento di pratiche familiari e sociali, nell’avvicinare persone lontane dalla fede per stimolarle alla conversione”.

Vincenzo Romano nacque il 3 giugno 1751 a Torre del Greco, a qualche chilometro da Napoli, grosso centro di pesca e di lavorazione del corallo ai piedi del Vesuvio. Di famiglia molto religiosa, il 15 giugno 1775, all’età di 24 anni, ricevette l’ordinazione sacerdotale. Formatosi alla scuola di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, allievo del Beato Mariano Arciero (l’apostolo del catechismo), si dedicò con zelo all’esercizio del suo ministero sacerdotale. Il suo impegno fu tale che il popolo gli attribuì l’appellativo di “operaio instancabile”. Proprio come il Doctor zelantissimus, sembrava aver fatto voto di non perdere mai tempo. Consumarsi per la cura delle anime era la sua vocazione: istruzione dei bambini, tutorato ai seminaristi, evangelizzazione della popolazione rurale e marittima, cappellania di confraternite e conventi, assistenza spirituale ai malati e ai moribondi e prediche in strada. Nel 1794, a seguito di una devastante eruzione del Vesuvio, la città fu sommersa dalla lava e anche la chiesa parrocchiale fu inghiottita dalla furia del vulcano. Vincenzo Romano fu il promotore della ricostruzione della parrocchia, evento che andò ben al di là di una mera ricostruzione materiale: grazia al suo infaticabile zelo e alla sua viva devozione, Torre del Greco visse una vera e propria rinascita morale e spirituale. Apostolo della speranza, egli esortava incessantemente i suoi concittadini ad aver fiducia nella Divina Provvidenza, dicendo loro: « la speranza … asciuga le lacrime, alleggerisce le fatiche, rinvigorisce la debolezza, cura le piaghe».

A partire dal 1799, gli fu affidato l’incarico di parroco, ministero difficile e gravoso, che accettò soltanto per compiere la volontà di Dio. Preghiera, digiuni, veglie, penitenze, fatiche, umiltà, purezza, castità, santità di costumi, longanimità, bontà, carità, zelo, obbedienza, scienza: queste poche parole descrivono perfettamente la sua vita sacerdotale.

Si alzava di buon’ora, dandosi all’orazione mentale, in solitudine. Percorreva il breve tragitto fra la sua modesta abitazione e la chiesa parrocchiale, dove celebrava la Santa Messa con grande raccoglimento e somma devozione. Dopo il ringraziamento, si rendeva in sacrestia dove lo aspettava sempre un gran numero di fedeli (Torre del Greco era, all’epoca, la terza città del Regno di Napoli) che gli chiedeva di sovvenire ai loro bisogni temporali e spirituali. Si raccoglieva poi ai piedi del Tabernacolo e recitava il Breviario. Si nutriva della grazia necessaria per dedicarsi alle confessioni con la preghiera e l’Eucaristia. Al confessionale, agiva con “carità e pazienza, pazienza e carità”, ricercando il giusto mezzo fra sommo rigore e colpevole condiscendenza. All’ora di pranzo rientrava a casa per un pasto molto frugale, per poi rientrare subito in parrocchia e restare in adorazione ai piedi di Gesù Sacramentato, spesso per ore intere, suscitando la più viva ammirazione e commozione dei fedeli. Pregava i Vespri, il Santo Rosario ed impartiva la benedizione con il Santissimo. Sempre attorniato dai tanti parrocchiani che gli chiedevano aiuti di ogni genere, ritornava a casa consumando una cena che, durante la Quaresima, si riduceva a qualche aglio abbrustolito sotto la cenere o a una manciata di fichi secchi. Pregava nuovamente il Santo Rosario, stavolta coi familiari, e si dedicava allo studio e alla lettura spirituale. Verso mezzanotte andava a coricarsi, anche se non restava per molto a letto, spesso chiamato al capezzale di qualche moribondo.

Per comprendere pienamente il modello di santità sacerdotale di Vincenzo Romano, occorre illustrare in maggior dettaglio tre punti salienti del suo ministero: la Santa Messa, il ministero della Parola, il Vangelo della carità.

• La Santa Messa. Era estremamente rigoroso nella celebrazione dei Sacri Misteri, rivelando un’ “esattezza angelica” (come fu definita da uno dei testimoni chiamati a deporre al processo di beatificazione) nei suoi gesti e nelle sue espressioni di raccoglimento e devozione. Lacrimava visibilmente durante la consacrazione, tremava al momento dell’elevazione e faceva la Santa Comunione con un viso tutto infiammato d’amore divino. Per Vincenzo Romano, la Messa era il tesoro delle grazie, fonte e scopo della sua esistenza. Si sforzava di promuovere una piena comprensione della sacra liturgia da parte del popolo: nel 1820 pubblicò il libretto “Modo pratico per ascoltare con frutto la S. Messa” . Aveva compreso la necessità per i fedeli di pregare bene, coordinando i propri pensieri e le proprie voci con quelle del celebrante. Introdusse altresì la cosiddetta “Messa pratica”, due volte al giorno nei giorni festivi. Per circa due ore, Vincenzo Romano, dal pulpito, guidava i fedeli ad un ascolto fruttuoso della Santa Messa, facendo con essi l’offerta, la Comunione spirituale e gli atti cristiani.

• Il ministero della Parola. La sua opera sacerdotale si nutriva incessantemente della Sacra Scrittura. Prediche, catechesi, spiegazioni del Vangelo convertivano i peccatori in gran numero. Alla sua morte i torresi non cessavano di ripetere: “Non sentiremo più quella bocca di paradiso”. Quando pronunciava dal pulpito le sue omelie, la sua parola era come di fuoco, il suo stile era scritturale e patristico. Celebre la sua pratica della sciabica: il termine designa una grossa rete da pesca utilizzata dai marinai locali. Come questi ultimi, anche Vincenzo Romano pescava, non pesci né corallo ma anime. Armato del Crocifisso, raggruppava gente ai crocicchi delle strade e, dopo aver predicato e suscitato il ravvedimento dei peccati, conduceva il popolo in chiesa per la confessione e la benedizione (per la quale aveva ottenuto, nel 1788 da Papa Pio VI, il privilegio dell’indulgenza plenaria).

• Il Vangelo della carità. Fu il vero apostolo della carità sociale e precursore della pastorale del lavoro. Educatore di bambini e giovani, fu anche pacificatore nelle questioni socio-economiche esistenti fra gli armatori e i pescatori di corallo, preoccupandosi di favorire il raggiungimento di soluzioni eque ai dissidi fra le due categorie, oltre che di assicurare un’adeguata assistenza spirituale a bordo. Si prodigò per il riscatto dei marinai caduti nelle mani dei pirati barbareschi lungo le coste del Nordafrica. Non abbandonò mai il suo gregge, pur fra turbolenze politiche (Rivoluzione del ’99 e Restaurazione borbonica) e calamità naturali (eruzioni del Vesuvio).

L’Eucaristia era al centro della sua spiritualità personale e della sua missione pastorale. “Davanti al Tabernacolo estingueva la sua sete di anime. Là attingeva la forza di sacrificarsi, andare, predicare e non con vuoti discorsi ma con la scienza irresistibile di chi non conosce che Cristo e Cristo crocifisso”. Confratello del Carmine, si prodigò per diffondere ed accrescere la devozione popolare alla Santissima Vergine, lasciando in eredità alla Chiesa universale splendide meditazioni sulla Natività e l’Assunzione di Maria. Ogni festa mariana era preceduta da novene e prediche sulle glorie della Madonna. In particolare, promosse la devozione del Rosario istituendone la confraternita in ambito parrocchiale e facendovi iscrivere buona parte della popolazione. Considerava il Rosario un “canale di grazie” ed insisteva molto perché i fedeli meditassero con frutto i misteri. Le sue meditazioni hanno la particolarità di esortare all’esame di coscienza, alla contrizione dei peccati e alla conversione. Ancor oggi esse accompagnano la recita del Rosario nella parrocchia di Santa Croce.

Il 1o gennaio 1825, a seguito di una caduta nella quale riportò la frattura del femore, cominciò il suo calvario. Per cinque anni resterà inchiodato a letto, fino al 20 dicembre 1831, quando – dopo una lunga sofferenza vissuta nella fede più pura, la speranza più ammirabile, la carità più zelante, la fiducia più totale nella Divina Provvidenza, l’offerta delle sofferenze per la salvezza delle anime – raccomandò il suo spirito a Gesù, mormorando il Suo Santo Nome e quello dolcissimo di Maria. Alla scuola di Vincenzo Romano si formarono santi sacerdoti, fra i quali si ricorda in particolare il canonico Don Giuseppe Brancaccio, fondatore delle Suore dell’Addolorata e della Santa Croce, dedite all’accoglienza e all’istruzione della povera infanzia.

Arricchito dalla grazia con estasi, levitazioni, miracoli, dono di profezia, San Vincenzo Romano fu soprattutto modello di virtù e santità sacerdotale. Operaio infaticabile della vigna del Signore, consumato dall’amore per Dio e per le anime, zelante apostolo di carità, il suo esempio è, oggi più che mai, di straordinaria attualità.

San Pio da Pietrelcina, ai fedeli di Torre del Greco che si recavano a San Giovanni Rotondo, usava ripetere: “Cosa venite a fare qui, voi, che avete Vincenzo Romano?”. Ebbene, dal 14 ottobre, dopo 173 anni dall’apertura del processo di beatificazione, Vincenzo Romano sarà finalmente proposto al culto della Chiesa universale, che avrà in lui un’immagine viva, vera, fedele di sacerdote. Bene ha fatto il clero diocesano di Napoli a porsi già sotto il suo patronato.

  • 285
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    285
    Shares