La Tunisia come l’Egitto? Ancora proteste per cacciare gli islamisti di Ennahda

Dopo l’assassinio di un altro membro dell’opposizione, anche il sindacato Ugtt chiede le dimissioni del governo islamista

Una settimana per creare un nuovo governo «formato da tecnici» oppure «saremo costretti a considerare altre opzioni». Queste le minacce al governo tunisino formato a maggioranza dal partito islamista Ennahda da parte del principale sindacato del paese, l’Ugtt, che conta oltre 600 mila iscritti.

VIA GLI ISLAMISTI. L’Ugtt, insieme ai partiti dell’opposizione, è sceso in piazza da diversi giorni per chiedere lo scioglimento dell’attuale governo «per manifesta incapacità» e il dissolvimento dell’Assemblea costituente, che tra poche settimane avrà terminato di approvare il testo della Carta del paese, passo necessario per indire nuove elezioni.

OPPOSITORI ASSASSINATI. La tensione in Tunisia continua a salire dopo la cacciata dal potere dei Fratelli Musulmani in Egitto. Molti sono scesi in strada per chiedere la fine del dominio degli islamisti. L’uccisione, avvenuta una settimana fa, del membro dell’opposizione Mohamed Brahmi, avvenuta sei mesi dopo l’assassinio del leader degli antagonisti al governo Chokri Belaid, ha infiammato ancora di più gli animi. Per entrambi gli omicidi, infatti, per le strade è stato accusato il partito di Ennahda, perlomeno di essere il mandante morale.

SCIOPERI COSTOSI. Il governo islamista, davanti alle proteste, si è rifiutato di far dimettere il primo ministro e ha promesso elezioni entro breve una volta approvata la Costituzione. Ma la piazza non vuole aspettare e in molti temono che la Tunisia possa andare incontro alla stessa sorte dell’Egitto, ripiombato nuovamente nel caos. Tra le armi dell’Ugtt c’è anche quella dello sciopero generale: un solo giorno di sciopero indetto dal sindacato, infatti, vale milioni di euro in mancati proventi per la Tunisia.