Tra i terremotati visitati dal Papa. «La ricostruzione è ancora ferma»

A quasi tre anni dal terremoto del 26 ottobre 2016, la situazione dell’arcidiocesi di Camerino, visitata da papa Francesco, è drammatica. Chiese inagibili, città spopolate, negozi vuoti: la burocrazia ferma tutto

Papa Francesco ha visitato ieri l’Alto Maceratese. La visita ha rallegrato non poco i residenti del territorio marchigiano al confine con l’Umbria. Questo territorio è punteggiato di piccoli paesi tra i quali spicca Camerino, sede di un’antica Università che risale al 1336 e di un’antica diocesi. Questo territorio che trae il suo sostentamento prevalentemente da attività agro-zootecniche e dal turismo è stato duramente colpito dal sisma del 2016: le strutture delle aziende agricole hanno subito danni ingenti, riducendo in maniera draconiana il loro impatto sul tessuto socio-economico della zona.

26 OTTOBRE 2016: “L’ORCO” SI SCATENA

Sono questi i paesi, già messi a dura prova da una costante emigrazione della popolazione, che papa Francesco ha visitato portando il suo messaggio. Su queste realtà, il 26 ottobre 2016 si è scatenato l’Orco in maniera talmente violenta da interessare un’area di 1.600 kmq, a cavallo di tre regioni, danneggiando e privando le popolazioni delle loro abitazioni, le loro chiese, le loro opere, oggi spesso ridotte a meri ruderi, memoria di tempi passati. Oggi questi paesi sono simili a resti di poveri corpi, povere salme in attesa che venga loro restituito il sangue (gli abitanti) e l’anima (le attività del paese) così violentemente strappati dalla furia dell’Orco.

Oggi queste popolazioni a causa della “delocalizzazione” vivono all’interno di agglomerati di casette in legno (Sae), agglomerati senz’anima, luoghi per definizione “di emergenza” quindi “provvisori” e vissuti come tali.

«NON C’È UN EURO PER NOI»

In questo contesto opera l’arcidiocesi di Camerino San Severino Marche. Dei 34 comuni diocesani localizzati, ben 32, tutti situati nell’Alto Maceratese, risultano individuati nel cratere del terremoto. Secondo Francesco Pastorella, coordinatore di 114 comitati di terremotati, la Regione Marche non si sta impegnando come dovrebbe per la ricostruzione, avendo anche destinato ad altri scopi parte dei fondi europei straordinari per la ricostruzione: «La Regione Marche ha deciso di dare dieci milioni di euro per le piste ciclabili attingendo a questi fondi: noi non siamo contro ma queste piste ciclabili sono collocate ai margini del cratere, non vanno ad aiutare i paesi gravemente colpiti dal sisma», afferma. «Non c’è un euro per Visso, Pieve Torina, Arquata del Tronto, Ussita. Abbiamo poi scoperto che ci sono dai 26 ai 34 milioni di euro destinati a paesi fuori dal cratere: 12 milioni di euro per l’ospedale di Ancona, 8 milioni per Urbino e diversi territori limitrofi».

Per quanto riguarda la ricostruzione, l’assessore di Ussita con deleghe ai Servizi sociali, turismo e promozione del territorio, Sante Basilli, ci ha confidato: «Siamo preoccupati dalle perimetrazioni. Noi le abbiamo approvate, le abbiamo mandate in Regione, ma sono ancora là, ferme». In Regione è tutto fermo? «Non dico che sia tutto fermo, ma vanno fatti dei piani attuativi che servono per fornire indicazioni per la progettazione degli interventi all’interno della perimetrazione. Senza questi piani particolareggiati non si può procedere alla redazione dei progetti di ricostruzione, praticamente vanno fatti dei mini-piani regolatori per tutta la frazione, ma i finanziamenti per pagare i tecnici non ci sono. Che devono fare i Comuni?».

IMPRESE AL PALO

In grossa difficoltà si trovano anche le imprese del territorio, soprattutto a Camerino, che da un giorno all’altro si sono ritrovate senza locali dove esercitare le proprie attività. Per 892 giorni i commercianti sono stati ospitati in una tensostruttura e da poco trasferiti presso il centro commerciale Sottocorte Village. Una soluzione non poteva essere trovata prima? «No», risponde L’assessore alle Politiche giovanili del comune di Camerino, Leo Marucci. «Perché le regole emanate dallo Stato non hanno previsto misure intermedie, queste sono le regole. La soluzione più rapida sarebbe stata ricorrere a strutture realizzate con container per ospitare i commercianti come abbiamo appunto fatto  in località Vallicelle, cioè creare delle strutture molto provvisorie». Com’è possibile, ci si chiede, non aver previsto una forma di intervento post sisma per le aziende commerciali di livello superiore al container?

Il quadro si fa ancora più desolante se andiamo a indagare lo stato delle chiese del territorio. Secondo la Dottoressa Barbara Mastrocola, responsabile dei Beni culturali della arcidiocesi di Camerino San Severino Marche, «Camerino praticamente è una città senza più chiese. L’unica agibile, messa in sicurezza subito dopo il terremoto, è quella del seminario costruita intorno agli anni Sessanta insieme a quella dei padri Cappuccini a Renacavata. Tutte le altre sono inagibili».

CHIESE INAGIBILI

Sono rimaste pesantemente danneggiate anche due chiese molto care agli abitanti di Camerino, San Venanzio e Santa Maria in Via. Su quest’ultima, continua Mastrocola, «sicuramente interverremo, perché è una delle chiese più importanti dal punto di vista religioso ma anche storico e artistico. Già è stata chiusa dal 1997 al 2007 per un precedente terremoto, neanche lontanamente paragonabile a quello del 2016. Dove bisogna intervenire? In base a quali criteri? Gli stessi operatori della Soprintendenza si sono trovati a dover agire su un territorio vastissimo».

Anche per i parroci della diocesi la vita si è fatta molto complicata, ma quasi tutti hanno scelto di rimanere con i propri parrocchiani, alloggiando in container o tende. Don Nello Tranzocchi, parroco di Pieve Torina, 80 anni, ha trovato alloggio a Castelsantangelo sul Nera e ogni volta che deve recarsi nella sua parrocchia deve sobbarcarsi un viaggio di circa 50-60 km su strade che, in particolare d’inverno, non sono propriamente agevoli.

Il terremoto ha colpito 32 Comuni su 34 appartenenti all’arcidiocesi di Camerino. In tutti questi Comuni le chiese parrocchiali sono inagibili e la vita religiosa della comunità è messa a dura prova. L’ingegner Riccardo Donati, commissario effettivo della Commissione per l’Arte sacra e per i Beni culturali ecclesiastici,  spiega che «l’unica legge in vigore sul terremoto è la 189, che disciplina tutte le regole per la ricostruzione. Seguendo le regole, è stata finanziata per prima la ricostruzione delle chiese poco danneggiate. L’ente attuatore è il Mibact ma visti i tempi ministeriali ad oggi in tutto il cratere non è partito alcun cantiere. Per ora sono stati fatti dei sopralluoghi, ma non è ancora cominciata la fase progettuale».

IL LABIRINTO DELLA BUROCRAZIA

Secondo l’ingegnere, si sta ancora aspettando «uno strumento attuativo per la ricostruzione delle chiese che hanno riportato danni inferiori ai 600.000 euro, che definisca tutta la parte burocratica che accompagna un progetto edile. Il commissario straordinario alla ricostruzione del sisma, Piero Farabollini, ci ha detto più volte che è già pronta e che dovrebbe uscire a breve».

In tutto questo panorama simile ad un tunnel senza uscita, appare una piccola luce, forse la Basilica di San Venanzio sarà restituita alla comunità entro Natale. Ciò è stato reso possibile dall’intervento di un benefattore che si è accollato i costi del restauro per cui la Basilica è stata fatta uscire dalle strettoie burocratiche. Dopo la visita del Papa in Perù, nel gennaio 2018, il vescovo di Huancayo, Pedro Ricardo Barreto Jimeno, ha dichiarato: «Più volte ho sentito con le mie orecchie gli indios affermare dopo la visita del Papa: “Non siamo soli”». Speriamo che dopo la visita del Santo Padre, anche le popolazioni dell’Alto Maceratese potranno dire la stessa cosa.

Foto Ansa