Te Deum laudamus per nostro fratello Giuda

La dannazione eterna «è una possibilità reale. Ma neppure per il Traditore sappiamo se è stata più forte la misericordia». Una speranza resiste in mezzo alla violenza e al nichilismo

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

capitello-basilica-vezelay

Questo articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola a partire dal 29 dicembre (vai alla pagina degli abbonamenti) e secondo tradizione è dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso. Nel “Te Deum” 2016 Tempi ospita i contributi di Benedict Nivakoff, Alex Schwazer, Rone al-Sabty, Ilda Casati, Luigi Amicone, Siobhan Nash-Marshall, Tiziana Peritore, Therese Kang Mi-jin, Anba Macarius, Roberto Perrone, Pier Giacomo Ghirardini, Farhad Bitani, Maurizio Bezzi, Renato Farina, Pippo Corigliano, padre Aldo Trento, Mauro Grimoldi. Il prossimo numero di Tempi sarà in edicola da giovedì 12 gennaio 2017.

Te Deum laudamus, per nostro fratello Giuda. “Fratello Giuda. Ma io voglio bene anche a Giuda” è la famosa predica del Giovedì Santo pronunciata da don Primo Mazzolari a Bozzolo nel 1958. Ricordo perfettamente il giorno in cui mi recai lì, ventuno anni dopo, per un servizio per Il Sabato su don Mazzolari proprio un Giovedì Santo. E mi procurai il nastro (allora c’erano le cassette) con quella predica. La udii e riudii con un mio sventurato amico nella nebbia invernale mentre insieme ci recavamo al Santuario di Caravaggio per domandare misericordia.

Lì mi si fissò quella convinzione, che poi Hans Urs von Balthasar sostenne davanti a me con la logica e la conoscenza del mistero trinitario. Disse: «Dobbiamo sperare per tutti. Non c’è nessuno che le Scritture affermino sia stato condannato all’Inferno. Che esiste, è una possibilità reale. Ma neppure per Giuda sappiamo se è stata più forte la misericordia». Tutto questo, in questo anno difficile, di caos mondiale, di disfacimento e liquefazione di ogni speranza, restituisce a me il volto forte e semplice della speranza che non muore. Non muore nemmeno per Giuda. Forse allora nemmeno per me, neppure per questa umanità lacerata dalla violenza sanguinosa e per quella estenuata del nichilismo.

Un attimo. Sono certo, non sono mica scemo, che Giuda Iscariota è colpevole. Ha agito in modo abominevole. Al punto che «sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato». Ecco Gesù ha detto queste parole nel Vangelo di Matteo, e persino sant’Agostino non sa bene che pesci pigliare, e relega la frase a modo di dire: infatti – scrive il vescovo di Ippona – come può esserci del buono per uno che non esiste? Però il Signore non dice che sarebbe stato meglio per la storia del mondo non fosse mai nato. Ma solo per lui, per Giuda. Gli dispiaceva che facendo del male Giuda avrebbe sofferto le pene dell’inferno, tanto da farsi del male, impiccandosi. Non voleva per Giuda questo destino. Cristo accettava di essere ucciso, ma provava dolore per chi glielo avrebbe inflitto.

Non intendo qui imbarcarmi in ragionamenti da scomunica, cioè non reputo affatto che Giuda sia stato obbligato dal disegno di Dio a dire di sì alla propria cupidigia, disperazione, superbia, amarezza così da trasformarlo in un ingranaggio della Redenzione. Per salvare Giuda, togliendogli la coscienza di agire da assassino, si finirebbe infatti per trasformare Dio in un diavolo, che elimina la libertà di una persona per i suoi scopi, sia pure divini. Giuda era libero. Giuda era cattivo. Dante gli fa subire la peggiore delle pene all’inferno.

Giuda però di certo ha fatto del bene a me. Di certo grazie a lui si può capire com’è grande e misericordioso Dio, anche verso di me, oserei dire per ciascuno di voi. Gesù Cristo ha detto che bisogna amare i propri nemici. Ma prima che si imbattesse nel tradimento del suo discepolo di cui si fidava (gli aveva dato la cassa) in realtà ai suoi nemici aveva lanciato anatemi: «Guai a voi scribi e farisei ipocriti!». Aveva rovesciato i banchi dei mercanti nel Tempio. Invece quando gli viene vicino Giuda gli dice: «Amico!». Dice amico a Giuda. È Dio prima di essere consegnato ai carnefici che chiama così il vigliacco che lo ha consegnato loro.

Il capitello della basilica di Vézelay
In quest’anno della misericordia papa Francesco due volte almeno ha parlato di Giuda. E lo ha fatto in termini non di condanna ma di possibilità, a costo di interpretare a viva forza un bassorilievo la cui lettura non è poi così sicura. E vede nel capitello della basilica di Santa Maria Maddalena a Vézelay, l’apostolo traditore portato da Gesù, che lo libera dal nodo scorsoio e lo porta via sulle sue spalle.

L’altra interpretazione, più diffusa, sostiene che vi è raffigurato piuttosto il Diavolo che porta all’inferno Giuda. Ma a pensarci non esiste nessuna liturgia, nessun canto gregoriano che sostenga questa. Piuttosto è Gesù Agnus qui tollit peccata mundi. Tollit non vuol dire togliere, ma portare. E portando Giuda porta i miei peccati, amando Giuda, chiamandolo amico, anche ormai ridotto a cadavere, ama me. Ama questa nostra umanità. Mi rendo conto. Il mio Te Deum non è perché ha mandato Giuda, ma perché persino per Giuda Cristo non chiude la porta alla sua stessa misericordia, non c’è pertugio fosco, angolo purulento di male (in noi!) che egli non abbia lavato con il Suo sangue e trasfigurato con la Sua resurrezione.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •