Tentar (un giudizio) non nuoce

Te Deum per le difficoltà che ci costringono a spostare il fuoco da noi stessi

Di Raffaele cattaneo - Fabio Cavallari
27 Dicembre 2025
È dentro la fatica che la persona cresce, che l’esperienza si arricchisce, che diventiamo più capaci di comprendere noi stessi e gli altri.
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Ci sono molte cose per cui anche quest’anno devo ringraziare il Signore, che le ha rese possibili e le ha fatte accadere. Ma c’è un aspetto che quest’anno voglio sottolineare in modo particolare. Noi spesso ringraziamo per ciò che ci corrisponde, perché siamo umani e dunque siamo grati per ciò che ci soddisfa, ci appaga e va bene secondo la nostra misura. Ringraziamo per ciò che contribuisce al nostro successo, al nostro ego alla nostra idea che tutto sia a posto. Quest’anno, invece, voglio ringraziare il Signore soprattutto perché fa accadere cose diverse da quelle che ci aspetteremmo e così facendo ci costringe a fare i conti con una misura che non è la nostra. Questa, in fondo, è una grande legge della vita. Noi non siamo Dio. E non siamo capaci di generare il nostro bene. Prova ne è che, anche quando le cose vanno tutte come vorremmo, possiamo dire di avere davvero costruito la nostra felicità?

Io non ho la grazia della fede. Non per scelta, non per posa. Questo però non mi impedisce di riconoscere il sacro quando accade. Perché, a volte, non chiede di essere creduto, bensì riconosciuto. L’amicizia, per esempio, quella che mi lega a Raffaele. Ricordo che durante una messa in suffragio per Luigi Amicone un prete disse che per lui l’amicizia non era una virtù, ma un sacramento. Io non posso discernere sui sacramenti. Ma so che esistono legami che non si riducono all’utile, che non nascono per proteggere o garantire, e proprio per questo reggono. Ti tengono in piedi. Ti spostano da te stesso. Da non credente, quindi, ringrazio simbolicamente il cielo anche per ciò che mi è stato tolto. Non perché la perdita sia buona. Ma perché togliere, a volte, è l’unico modo che la realtà ha per impedirci di diventare il centro di tutto.

Quando la realtà non corrisponde, quando un figlio non è come vorresti tu e continua su una strada sbagliata, che non solo non è quella che avevi immaginato, ma prosegue verso un abisso oscuro, generando dolore e sofferenza in lui e in chi gli vuol bene. Quando la politica, cui dedichi la vita, sembra sempre più incapace di stare dentro la realtà con la serietà e la profondità richieste e prende una deriva da avanspettacolo, così superficiale e meschina. Quando gli eventi ti costringono a un ruolo di comprimario e non a quello da protagonista. Quando si avvicina la grande, estrema contraddizione del dolore e della morte. Tutto questo pone davanti a un’alternativa radicale. O maledici le circostanze, oppure sei costretto a riconoscere che proprio attraverso circostanze che non sono quelle che vorresti passa un disegno più grande e più sapiente, un bene più misterioso e più reale, di quello che persegui tu. Mi ha sempre colpito, leggendo la Bibbia, i Vangeli, la storia della Chiesa e dei Santi, che Dio non sceglie quasi mai la strada che i protagonisti delle vicende più significative avrebbero desiderato. A partire da Gesù stesso, da sua madre Maria, che certamente non ha avuto una vita facile né conforme alle proprie aspettative, dalla gravidanza prima del matrimonio, al dover emigrare in Egitto, fino al vedere il proprio figlio morire sulla croce. Questa dinamica vale per tutti, per quelli che sono venuti prima e per quelli che sono venuti dopo. Da Mosè ad Abramo, dagli apostoli ai santi come Francesco, tutti sono stati chiamati a fare i conti con circostanze non desiderabili. Ed è proprio in questo stare dentro il disegno di un Altro che si è compiuta la loro umanità e anche la loro grandezza. È sorprendente quanto per noi sia difficile accettare questa idea. Ma, appunto, siamo umani: desideriamo il bene come lo vorremmo noi, non come lo pensa Dio.

Io, come tutti, porto con me le perdite che mi hanno prodotto sofferenza. Quelle inattese. Quelle che l’uomo non è capace di accettare. Non ne benedico nessuna. Non faccio l’apologia di alcuna mancanza. L’assenza resta assenza, e porta con sé fatica e fragilità. Eppure, l’assenza non consegna solo il vuoto. Nel tempo lascia anche altro. Un bene che non ha termine. Non perché la perdita diventi sopportabile, ma perché ciò che è stato non smette di operare. Come una luce che continua ad arrivare anche quando la fonte non c’è più. Non illumina come prima, ma orienta. Permette di non perdere del tutto la direzione. Così alcune presenze, proprio nel loro non esserci più, continuano a lavorare dentro la vita. Non come ricordo consolatorio, ma come esperienza che resta attiva. Questo non redime la perdita. Ma le impedisce di essere solo distruzione.

Quando accade di comprendere che, sul ramo di ciò che reputiamo male, dolore, perdita, può spuntare per Grazia, inatteso e sorprendente come un fiore di primavera, un segno di speranza, un bene possibile, allora ci rendiamo conto che Dio spariglia le carte e introduce nella vita di ciascuno circostanze, momenti e condizioni respingenti, faticose, che non si desiderano e che non si vorrebbero attraversare, per mostrarci che la nostra felicità e il nostro compimento non dipendono dal fatto che le cose vadano come vogliamo noi. È un segreto difficile da apprendere, ma reale: “Se il chicco di grano non muore non può portare frutto”

Dentro questo percorso si è chiarito anche il mio. Ho scritto molto, ho lavorato molto, ho attraversato molte storie. E non sono diventato un volto che precede i testi, una firma che arriva prima delle parole. Per anni l’ho vissuto come una mancanza. Oggi so che è stato un argine a una tentazione che mi ha sempre accompagnato e che non considero affatto superata, quella di confondere il lavoro con l’immagine, la scrittura con il personaggio, l’opera con il riconoscimento. Restare fuori dal centro della scena mi costringe a tornare ogni volta al lavoro, alle parole, alle relazioni. A ciò che resta quando l’attenzione scema. Non essere al centro non mi rende migliore. Ma mi impedisce, almeno in parte, di diventare qualcuno che avrei faticato a riconoscere. Mi insegna che si può fare strada senza occupare la scena. Che si può incidere senza coincidere con ciò che si produce. Per tutto questo, e per gli affetti interrotti che tornano a farsi presenti secondo trame differenti, per il riconoscimento amicale di uomini che mi trattano come un fratello, io non posso che ringraziare il cielo.

E tuttavia è esperienza comune constatare che è proprio dentro la difficoltà e la fatica che la persona cresce, che l’esperienza si arricchisce, che diventiamo più capaci di comprendere noi stessi e gli altri. Soprattutto si svela un disegno sulla nostra vita, un disegno buono sul nostro destino. Ciò che desideriamo non passa necessariamente dalle modalità che avevamo immaginato, ma c’è ed è reale, perché Dio è fedele alla sua promessa! Per questo, alla fine di un anno in cui molte cose non hanno preso la piega che avrei desiderato, voglio lodare Dio per questo. Perché mi costringe a stare dentro queste circostanze, ma mi dà la possibilità di coglierne un significato più profondo. Non nel senso consolatorio di “benedire” ciò che non mi corrisponde come bene, perché sarebbe disumano; ma nel riconoscere che esiste realmente la possibilità di un bene che passa attraverso il sacrificio, il dolore, la fatica di non comprendere subito dove Egli ci voglia portare. È questo sacrificio – sacrificium, cioè sacrum facere, rendere sacro – che rende le cose più vere e che, persino attraverso il dolore che toglie gusto alle cose, riempie le parole e la capacità di dare un senso alla realtà e una strada più vera al compimento di sé.

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