Tannhäuser a Venezia

Dopo gli ultimi flop c’erano molte aspettative per questo nuovo allestimento di Tannhäuser co-prodotto da La Fenice con i teatri d’opera di Anversa, Berna e Genova

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Tannhäuser che Richard Wagner sottotitolò grande “opera romantica” è l’ultimo lavoro del compositore basato sul lessico del grand opéra: numeri chiusi, duetti, concertati. Dall’opera successiva,  Lohengrin, Wagner iniziò la “rivoluzione” verso il musikdrama. Tannhäuser è stata molto presente nei cartelloni italiani sino agli Anni Settanta , sovente in versione ritmica italiana. Ma da circa trenta anni è apparsa raramente sulle scene e spesso in versioni discutibili.

Poche le buone edizioni recenti di Tannhäuser. Francamente mediocri le due apparse a Roma, una negli Anni Ottanta ed una nel 2009, nonché quella presentata circa quindici anni fa a Napoli ed a Palermo. Da qualche anno Tannhäuser non porta bene alla Scala. Nel 2005, l’allestimento Tate-Curran lasciò il pubblico alquanto freddo. Nel 2010 l’edizione Mehta-La Fura lo ha lasciato perplesso, nonostante lo spettacolo salutasse il ritorno di Zubin Mehta nella fossa del Piermarini per dirigere un’opera dopo oltre trent’anni.

Del lavoro esistono due versioni principali: quella di Dresda del 1843 (molto tersa e compatta) e quella di Parigi del 1861 (cromatica) rivista, dopo alcuni mesi, per Vienna. I due Tannhäuser sono opere profondamente differenti nella concezione drammatica e nella partitura. Tranne poche modifiche (il balletto richiesto dell’Opéra e proposto come “baccanale” all’inizio del lavoro, invece che al secondo atto, come da prassi), il testo di arie, recitativi, sestetti non è cambiato (Tannhäuser, precede Lohengrin, ed è una “opera romantica” in senso stretto). Nel Tannhäuser parigino la partitura, inoltre, è intrisa di cromatismi, quelli con cui in Tristan und Isolde aveva gettato il germe della musica contemporanea. Buon senso consiglia di scegliere. Nel 2009 a Roma si è vista e ascoltata la versione di Parigi quale riadattata, in tedesco, per Vienna. Alla Scala è stata proposta una versione ibrida, detta “di Monaco 1994”, in cui, essenzialmente, si sostituisce la parte iniziale della “versione di Dresda” per introdurre il baccanale della “versione di Parigi”. La vicenda è spostata dalla Turingia medioevale a un Rajasthan, visto con gli occhi dei film di Bollywood.

Dopo questi flop c’erano molte aspettative  per questo nuovo allestimento co-prodotto da La Fenice con i teatri d’opera di Anversa, Berna e Genova. Un ritorno quindi molto atteso anche perché si presentava come uno spettacolo pieno di promesse: Omer Meir Wellbern sul podio, regia di  Callixto Bieito (noto per le suo versioni trasgressive anche di opere per educande), un grande cast internazionale. Si proponeva una versione “ibrida”. In cui il primo atto è quello parigino del 1861 mentre il secondo e il terzo sono quelli presentati a Dresda nel 1843.

Invece, è proprio la regia di Bieito. Si apre in una densa foresta dove lussuriose ninfe e satiri (se ci sono) sono nascosti da folti fusti di alberi pieni di foglie. Il dramma è incentrato sul menestrello che vuole tornare dai suoi compagni e colleghi e dalla figlia del Langravio di Turingia, Elisabetta, da un lato e Venere che lo vuole di trattenere con sé. Non mancano trasgressioni, ma in tono minore. Diventano più serie quando dopo la gara di canto quattro dei colleghi del protagonista tentano uno stupro di  gruppo Elisabetta.

Nel terzo atto quando, ancora in un ambiente lugubre e scuro, il rapporto tra Elisabetta e Wolfram (il miglior amico di Tannhäuser) resta quanto meno ambiguo, il coro di pellegrini che rientrano da Roma è avvolto tra le nebbie o in buca, l’ultimo tentativo di Venere di riappropriasi di Tannhäuser è vagamente lascivo e la morte ed il funerale di Elisabetta sembrano algidi. Di livello invece la parte musicale. La sera in cui ho assistito all’opera (il 24 gennaio), ha interpretato il ruolo del titolo, l’irlandese Paul McNamara ottima l’impostazione della voce, timbro squillante, acuti raffinati. Austrine Stundryte è una Venere più passionale che sensuale. È invece sensuale oltre che religiosa Liena Kinéa nel ruolo di Elisabetta. Cristoph Pohl è un Wolfram di ottimo livello. Molto buona la concertazione di Omer Meir Wellbern.

Foto © Michele Crosera

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