Storia del Coro del Capitano Grandi, nato dall’opera di Eugenio Corti

Al convegno di Milano si esibirà un coro nato dagli incontri tra un gruppo di universitari e l’autore del “Cavallo Rosso”. Ci racconta la storia Paolo Ragazzi, direttore dal 2009 al 2011

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eugenio-cortiDall’opera di Eugenio Corti è nato il coro “Capitano Grandi” che parteciperà al convegno “Al cuore della realtà”, organizzato dall’Università Cattolica insieme alla Sorbona di Parigi che si terrà il 7 giugno nella cripta dell’Aula Magna di Largo Gemelli. Paolo Ragazzi, direttore del coro dal 2009 al 2011, spiega a tempi.it «il contributo nell’esperienza del canto e nella vita di chi, come me, ha incontrato Corti e i suoi testi».

Il vostro coro prese il nome di “Capitano Grandi” nel 2003, quando alcuni giovani dell’Università Statale entrarono per la prima volta in contatto con Eugenio Corti. Cosa si ricorda di lui?
Incontrai per la prima volta Corti nel 2007 quando parlò agli studenti di un liceo brianzolo e ne rimasi colpito. Sapevo che il coro a cui partecipavo, e che poi avrei diretto, aveva il nome del “Capitano Grandi”, un personaggio del Cavallo Rosso, che morì in guerra molto giovane, cantando la sua gratitudine per la vita. Una gratitudine per i doni ricevuti, che gli aveva permesso di morire in pace nonostante il gelo, lontano dalla donna, dalla madre, da casa. L’altra cosa che mi colpì di questo personaggio era che la sua positività attraeva e generava compagnia intorno a sé. Come a dire che anche nella condizione peggiore il cuore di ogni uomo desidera la verità e la bellezza e qualcuno che gliela indichi. Lessi il romanzo insieme ad altri amici del coro e poi andammo ad incontrare Corti.

Cosa la colpì di Corti?
Il fatto che casa sua era aperta a chiunque bussasse. Amava la realtà e la leggeva con una profondità incredibile e alla luce della tradizione. Sapeva parlare del Medioevo e di san Tommaso d’Aquino, ma anche del Sessantotto e dei giorni nostri.

Come ha inciso questo incontro su di voi?
Tentiamo di immedesimarci in lui e vedere le cose come le vedeva lui. Ci aiuta il fatto che i nostri canti sono sempre accompagnati dalle letture dei suoi testi. Penso a Gli ultimi soldati del Re, dove un ferito chiede al protagonista quale senso abbia la battaglia e quello gli risponde che il senso di ciò che fanno è la patria: ma non come qualcosa di astratto e lontano, bensì intesa secondo le sembianze di persone reali: la casa, la moglie, la fidanzata, la madre. Quelle cose che hai vissuto e che ami. Lo stesso dice don Carlo Gnocchi nel libro Cristo con gli alpini: quando i passi nella neve si fanno pesanti a rinvigorire i soldati è il pensiero di questa patria. Se canti immedesimandosi con queste esperienze, cambia tutto.

In che senso?
Il mio modo di cantare è stato plasmato, insieme alla mia esistenza, da questo incontro con Corti e le sue opere. Mi vengono in mente due frasi di Corti in cui si parla del canto degli alpini. Nella prima di dice: «Cantavano gli alpini, cantavano e piangevano gli alpini valorosi, e c’era nel loro canto paziente tutto lo struggimento della nostra umana impotenza». E nella seconda: «Cosa sarà che ci tocca il cuore a questo modo? (…) Era un’esperienza d’altri, non del cantante o degli ascoltatori, eppure così riferita era tale che in essa sembrava si concretasse la nostalgia di ciascuno dei presenti: quella che stava nel cuore del modesto cantore, e di Ambrogio, e degli altri soldati, uno per uno». Quando Corti morì, scrissi un biglietto alla moglie, confidandole che queste due frasi, lette e rilette, mi avevano profondamente cambiato. La sua opera è ancora viva e continua a generare bellezza e incontri.


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