«Sosteniamo i “dissidenti” silenziosi in Russia». Lettera da Mosca

Di Redazione
27 Settembre 2026
È cosa estremamente utile ricordare i prigionieri politici e lottare per la loro liberazione, ma bisogna anche accompagnare chi costruisce bellezza nella vita quotidiana
Decine di persone visitano la tomba di Aleksej Navalny, il defunto leader dell'opposizione russa, nel secondo anniversario della sua morte, presso il cimitero Borisovskoye di Mosca, Russia, 16 febbraio 2026
Decine di persone visitano la tomba di Aleksej Navalny, il defunto leader dell'opposizione russa, nel secondo anniversario della sua morte, presso il cimitero Borisovskoye di Mosca, Russia, 16 febbraio 2026 (foto Ansa)

Gentile direttore, mi permetto di abusare della Sua pazienza solo sulla scorta di una permanenza lunga ormai 32 anni a Mosca. Nel trattare delle elezioni parlamentari tenutesi recentemente nella Federazione Russa, commentando i vari fatti «opachi» che le hanno caratterizzate – esclusione di partiti, arresti di leader politici, brogli documentati – constatando il livello di repressione, per adesso non ancora sistematica, ma sempre più diffusa, raggiunto ormai nei territori della Federazione, molti commentatori hanno evocato anni bui in cui unico spiraglio di luce era rappresentato dal fenomeno del «dissenso».

A mo’ di esempio prendo il frammento di un articolo del prof. Giulio Sapelli, apparso su un quotidiano online in data 20 settembre:

«È ora di riprendere quel cammino e sostenere il dissenso con nuovo coraggio e abnegazione, superando ogni divisione sulla politica estera e quindi in merito alla stessa guerra in Ucraina. È un dovere inderogabile».

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Essendo cresciuto, grazie all’entusiasmo di padre Romano Scalfi e alla lungimiranza di don Luigi Giussani, a pane e dissidenti, non posso che ritrovarmi consonante con queste affermazioni. Mi premono però alcune considerazioni per fare le quali mi rifaccio ad una canzone autobiografica di Iury Lores: «Cracovia, anno 1972». Ne propongo una traduzione abbastanza libera ma fedele al senso del testo:

«Ricordo l’estate a Cracovia. Dicono che ci siano tesori nascosti nella memoria. Quanto tutto è simile! Quanto tutto è diverso! Le canzoni di Galich, Okudzhava e Vysotsky volavano tra i vicoli e gli incroci fiancheggiati da piccioni e gazze.
Ricordo l’estate a Cracovia. Cosa avevo da vantarmi della mia cittadinanza? Scusarmi davanti a Praga, inchinarmi davanti a Danzica… Niente da rispondere ai ragazzi alla maniera dei moscoviti….  Ci hanno sopportato per amore di Galich, Okudzhava e Vysotsky…
Ricordo l’estate a Cracovia. Che non accada a voi giovani di piangere il vostro onore di fronte a Kiev e alla Crimea! Voi, falchi e difensori dello Stato, non potrete giustificarvi senza Vysotsky, Galich e Okudzhava».

Se chiari e lampanti sono i riferimenti alle repressioni di Praga del ’68 e di Danzica del ’70, assolutamente inaspettate e per questo profetiche nel 2008 – anno di composizione del pezzo – risultano le allusioni a Kiev e alla Crimea. Non voglio però soffermarmi su questo aspetto, quanto sui tre cantanti ricordati nella canzone, tre «bardi» le cui poesie e canzoni hanno fatto da sottofondo alla resilenza interiore degli abitanti dell’Unione Sovietica negli anni ’60 – ’80, cantando le quali uno percepiva in sé, appunto, la dignità del proprio essere, prima che sovietico, polacco o cecoslovacco, pienamente uomo.

Diversi potevano essere i gusti e le preferenze degli ascoltatori, diverse le tematiche toccate dalle canzoni, opposte le interpretazioni – dal grido roco al quasi sussurro – ma, esattamente come dice la canzone, le tre personalità venivano associate e intese dal popolo che le cantava come un’unica coscienza libera. Solo uno dei tre, però, poteva essere tecnicamente considerato un «dissidente», Galich, espulso dall’unione degli scrittori nel 1971, da quella dei drammaturghi nel 1972, esiliato nel 1974, morto in circostanze sospette a Parigi nel 1977.

Okudzhava – il famoso autore del Soldatino di carta che don Giussani amava citare – tenne in tasca la tessera del partito comunista sovietico fino al suo scioglimento nel 1991. Pur essendo più sopportato che amato, musicò film di successo e fu anche ospite alla Tv di Stato. Interessante notare come una sua canzone – tratta da un film di guerra – faccia ora da sottofondo alle manifestazioni patriottiche per la vittoria nella seconda guerra mondiale.

Vysotsky aveva una personalità esplosiva. Era attore, poeta, cantante, viveva tutto all’eccesso (e di questi eccessi morì), tanto da essere l’unico cittadino sovietico ad essere in possesso di una Mercedes. Fece scalpore il suo matrimonio (terzo) con una bellissima attrice francese. Pur considerandosi sempre sovietico, entrò spesso in contrasto con le autorità costituite a causa della sua modalità di vivere la propria vocazione artistica. Anch’egli più sopportato che amato, alla sua morte, avvenuta durante le Olimpiadi di Mosca e taciuta dalla stampa e dagli organi d’informazione, fu vegliato da decine di migliaia di persone che si passarono la notizia tramite tam tam personali, bloccando il traffico dell’allora principale arteria moscovita.

In cosa consiste allora questo «dissenso», il cui sostegno e la cui difesa il prof. Sapelli reputa «dovere inderogabile»? È dissidente solo colui che si oppone apertamente, che scende in piazza, che sfida la polizia, che rischia o sceglie l’esilio? E chi non fa questo diventa automaticamente connivente? La resistenza si deve coagulare solo intorno agli eroi e solo di loro si deve parlare? Gli esempi di cui sopra sembrano suggerirci una prospettiva diversa, anche perché – è triste dirlo, ma purtroppo così fu – nel 1991 insieme all’Unione Sovietica si dissolse anche il cosiddetto dissenso, lasciando noi innamorati e già sul campo, perlomeno orfani.

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Se qua ci fosse una protesta di massa non potrebbe che finire come purtroppo è finita in Bielorussia pochi anni fa, soffocata nella violenza e fagocitata dall’opinione pubblica, che nonostante tutto continua oggi a considerare il popolo bielorusso come impotente e sottomesso. Eppure, in Russia come in Bielorussia, come ovunque, di «dissidenti» ce ne sono più di quanto si pensi e si possa vedere. Gente che si prodiga nel volontariato, sostiene i profughi (molti dei quali, piaccia o non piaccia, sono scappati a est e non a ovest), offre sostegno psicologico e giuridico gratuito online alle vittime di tutte le violenze, compresa quella politica, apre asili e scuole famigliari per aggirare le ore di educazione civica obbligatorie nelle scuole statali… come dice sempre il nostro grande vescovo Paolo, scintille di speranza, costruite da uomini di pace.

Perché allora non sostenere anche questi «dissidenti»? Perché limitare i visti e rendere sempre più difficili quelli di studio? Perché eliminare gli scambi culturali e chiudere la partecipazione a conferenze e congressi internazionali? Perché esigere autodafé che non cambiano la vita di chi li chiede e possono distruggere quella di chi dovrebbe farli? Perché obbligare al senso di colpa e deridere la rabbia e la paura per i danni subiti dai droni – danni minimi, rispetto a quelli sofferti in Ucraina, ma comunque reali? Perché colpevolizzare l’orgoglio di appartenere ad un popolo che ha contribuito come pochi altri a costruire squarci di bellezza nel nostro mondo? Perché fare il tifo per un default economico che, come sempre, pagherebbe solo la povera gente (c’ero nel 1998, quando fallirono le banche, so di cosa si parla) e non sposterebbe di una virgola la politica e i rapporti di potere interno? Gli ucraini non staranno meglio per queste cose.

È cosa estremamente utile ricordare i prigionieri politici, lottare per la loro liberazione, amplificare la voce e i gesti caparbi di quanti si oppongono apertamente, sottolineare i momenti di protesta e denunciare la loro repressione, ma tutto questo, mi si permetta, potrebbe sembrare elitario compiacimento di chi sta al sicuro se non accompagnato da una simpatia reale e fattuale per i tanti o pochi che comunque anche qui costruiscono bellezza nella vita di tutti giorni.

Ci saranno altri Okudzhava e Vysotsky, borderline capaci di coagulare dall’interno, grazie anche a inevitabili compromessi, il meglio della coscienza del popolo? Dio lo voglia, magari già ci sono. Sicuramente, però, un certo modo di accostarsi al mondo russo fa sì che di questi non ci si accorga, e sarebbe un peccato, ci si priverebbe della parte migliore.
Lettera firmata

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