Sei incinta! Ma non lo sai che esiste la pillola?

Sessuologa belga, laica, madre di tre bambini, vive e lavora a Parigi. Thérèse Hargot e il suo (eretico) libro “Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)”

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THERESE_HARGOT

«Sorridevo, non mi vergognavo delle mie curve arrotondate. Ma, senza comprenderla, percepivo bene la violenza dell’esporre il mio corpo femminile in tutta la sua potenza in seno a un’università, tempio dello spirito contemporaneo. Nei corridoi della Sorbona sentivo dei mormorii al mio passaggio. La mia gravidanza avanzava, e con essa un profumo sulfureo – e scandaloso. Nessuno mi ha fatto congratulazioni e auguri. Perché? Giovane e studentessa, andava da sé che questo bambino non era desiderato». C’è una ragione finalmente umana che si sbarazza di ogni cialtronata, slogan e idolatria sentimentale nel pensiero vivissimo di Thérèse Hargot, mentre si racconta e racconta le domande dei nipoti del maggio del ’68 nel suo Una gioventù sessualmente liberata (o quasi).

hargotOggi che ogni principio intorno alla sessualità e alla maternità è in discussione, che si divaga e ridiscute il significato delle parole, e si deforma il diritto, una giovane sessuologa belga, laica, madre di tre bambini, che vive e lavora a Parigi ascoltando gli eredi sicuri della cultura francese, l’élite futura della nazione, scrive un libro sulla libertà e la pienezza del corpo e della vita, con una forza intellettuale che non si rintraccia nelle grandi università del mondo: “perché?”, si chiedevano professori e coetanei dieci anni fa vedendo incinta durante gli studi questa bionda ragazza con gli occhi blu, una della generazione nata “liberata” con il diritto alla contraccezione e all’aborto, “cosa è successo o andato storto?”, si chiedono oggi i suoi studenti interrogati sul caso in astratto.

Hargot, e le tantissime testimonianze da lei portate nel libro fresco di traduzione italiana di Giovanni Marcotullio per Sonzogno (170 pagine, 16,50 euro), sono la prova evidente, come quel ventre rotondo così controcorrente alla Sorbona, che qualcosa è successo. «Non sono nata negli anni Cinquanta, ma nel 1984: la pillola non è stata la mia salvezza come lo è stata per le nostre nonne, né la mia battaglia, come per le nostre madri. Io ci sono “nata con”». E come i suoi studenti, i suoi “pazienti” raccontati nel libro, «la rimetto in discussione. E pazienza se le nostre antenate in menopausa sono terrorizzate al pensiero che tocchiamo la loro vacca sacra: abbiamo ancora intere decadi di fertilità da tirare avanti, noi».

Hargot non parte da Dio o da alcuna morale per dire le cose come stanno, ma da quei banchi e dalle domande di una gioventù nata “sotto pillola” o incappucciata in un profilattico a cui è stato impedito il fantasticare di avere un bambino, di coscientizzare e razionalizzare, perché diventasse un giorno maturo e posato, il desiderio di generare la vita, e con esso di interrogarci sull’origine stessa della nostra identità. Affrancata dalla morale tradizionale, la sessualità si è infatti sottomessa a un’altra morale: quella del godimento proposto dalla cultura pornografica (badate bene alle domande poste dai liceali sui loro corpi ridotti a cocci e incollati dai sentimenti, agli effetti della riduzione degli individui alle proprie tendenze sessuali, alla adolescenzialità in cui restano imprigionati gli adulti incontrati e raccontati da Hargot). E dalla morale della prevenzione: “uscite coperti”, si potrebbe riassumere così l’educazione sessuale propinata fino allo sfinimento ai nipoti della rivoluzione, meglio una vita regolata di una troppo rischiosa realtà umana, «ci parlano dei rischi senza parlarci di amore», dice Pauline dall’alto dei suoi 17 anni. È qui, nella nuova morale, che ci siamo persi i bambini, o meglio, che i bambini sono diventati più di una malattia, più di un rischio, sono la minaccia numero uno. Che la pillola è diventata la garanzia di benessere e l’aborto il servizio clienti della contraccezione. Che gli uomini, allontanati dalla gestione della fecondità, non si sentono più chiamati in causa, e restano immaturi e incapaci di paternità anche quando i bimbi, opportunamente pianificati, arrivano. Ma qualcosa è successo.

Messo a nudo tutto questo apparato partorito da una rivoluzione che portava in se stessa la contraddizione del suo famoso slogan “vietato vietare”, ci si chiede che razza di libertà sia una libertà che impone di scegliere tutto, identità, amori, pratiche, orientamenti e di misurarsi subito con la priorità sessualità. Ci si chiede, se lo chiede Hargot ma è la domanda sottesa alle tante dei sui ragazzi imprigionati dai nuovi divieti e dall’ansia di proteggersi allo stesso tempo sperimentare, che cosa sia il corpo, quale sia lo statuto che che si accorda al proprio e quello altrui, “perché” e “per chi” prendersene cura, e solo allora chiarire “come”. È da qui che parte la scrittrice per proporre ciò che è nei fatti rivoluzionario (prova ne sono le polemiche scatenatesi in Francia dopo l’uscita del suo libro): ripartire dai cocci, dal corpo e dalle domande di sé che si contrappongono alla sessualità come tecnicismo (per scongiurare malattie e gravidanze, il dono della vita messo sullo stesso piano di un male mortale come l’Aids) e come morale (che non è in grado di rispondere al nostro desiderio più profondo e per questo pericoloso: quello di amare e amare interamente), per tornare a una sessualità pienamente vissuta. E cioè aperta alla fecondità, all’incontro, non più ingabbiata nei bugiardini, nei discorsi e nei calcoli, senza intrusioni della scienza, della tecnica, delle industrie farmaceutiche e del porno. Hargot lo fa con la stessa grazia e gioia con cui attraversava i corridoi della Sorbona, dove ottenne un master a soli 23 anni dimostrando che quel ventre rotondo, che portava un altro, era il luogo più concreto dell’affermazione della sua libertà e responsabilità del mondo.

Di questo e di molto altro, di metodi naturali, aborto, utero in affitto, conciliazione maternità e lavoro Thérèse Hargot sta raccontando in Italia durante il suo tour di presentazione di Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) organizzato dall’associazione Monte di Venere. Domani 11 marzo farà tappa a Milano, alle ore 15 presso il Cinema Teatro Cristallo di Cesano Boscone.

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