Se c’è stata un’epoca in cui i giganti camminavano sulla Terra, questa è l’Ottocento. I romanzieri erano ancora pochi, e tutti grandi. E fra questi, Dickens è Dickens. Sarebbe inutile presentare lui, ma forse non “Le due città”
Charles Dickens (1812-1870)
A volte ci sentiamo miseri, tapini, svogliati, sfigati, rachitici, asmatici, disillusi, depressi, repressi, insulsi; e diamo la colpa al meteo, alla politica, alle scelte sbagliate, alla squadra del cuore, al cuore spezzato, al brutto voto, al capo, al vicino, alle tasse, all’allergia; allora smanettiamo con l’iPhone, sbirciamo un porno, facciamo la spesa, ci andiamo giù pesante col binge watching, con le sigarette, le cannette, le pastigliette; e fondamentalmente non crediamo più neanche nella nostra immagine riflessa e «amaro e noia/ la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo». E invece, ciò che ci manca in quel preciso momento è solo di prendere in mano un bel romanzo scritto nell’Ottocento.
Sì, se c’è stata un’epoca in cui i giganti camminavano sulla Terra, questa è stata il secolo Decimonono. È stato vero a livello politico, ma ancor di più lo è stato a livello letterario. Svoltato il secolo, dopo l’Ulisse di Joyce, La metamorfosi di Kafka, La montagna incantata di Mann e L’uomo...
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